fare l’avvocato

2016/10/26

una cosa bella questo lavoro la consente.

ti consente le farfalle nello stomaco. di sentirle sbattersi prima di un’occasione. le senti agitarsi prima che entri un cliente nuovo, che speri possa cambiarti la vita. le senti prima di una discussione importante, che speri ti porti una vittoria che possa cambiarti la vita. le senti prima di entrare in ufficio, il tuo ufficio che in ogni caso la vita te l’ha cambiata.

perchè il tuo ufficio è casa, diventa casa quando le ore che passi al suo interno sono quelle che più vivi con passione. perchè il cliente nuovo che entra è un appuntamento al buio, potrebbe riverlarsi una gran noia come tutti quelli già passati ma ogni volta ti auguri che invece si trasformi nella causa più interessante che farai. perchè la discussione che prepari, mentre una sigaretta brucia e le pagine volano, è quell’insieme di parole non tradite dall’emozione della presenza di un collega arrogante o un giudice annoiato.

poi, a corollario, ci sono altre cose meno belle e molte più brutte. c’è lo strappo della paura, di una non mai curata sensazione di inadeguatezza. c’è l’angoscia del vuoto, di volare senza paracadute. se l’aria è buona e cogli le onde puoi volare, se tira vento e non sfrutti la corrente puoi fracassarti a terra. c’è la sensazione di onnipotenza fino alla pronuncia, quella per cui ti senti un mago davanti alle streghe. c’è il secondo di pace quando arriva il bonifico, ma dura giusto un secondo.

il mio lavoro, è diventato il mio lavoro.

 

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ho un armadio di macchine fotografiche.
mi piace la carta.
ecco perchè ho smesso di scrivere e mi sono data alla stampa.

ovviamente sono della peggiore razza.
analogica, solo obiettivi fissi. pellicole 80s.
in valigia due costumi, un paio di jeans e sandaletti da tedesca.
nello zaino tutto il mio armadio di macchine.

ah. dimenticavo.
vado in viaggio di nozze e torno. ehm, torniamo 🙂

ho un nuovo profumo. si chiama Serge Lutens, Fille en aiguilles. mi piaceva da tanto tempo, me l’ha regalato mio marito per San Valentino.

abbiamo deciso che non portiamo la fede e che al dito ci siamo legati stretti stretti gli anni in cui siamo rimasti lontani lontani. come un periodo buio in cui per accendere la luce abbiamo dovuto darci gomitate nei denti. non trovavamo quel maledetto interruttore.

il destino ci ha riavvicinati e non avendo trovato modo migliore per ringraziarlo di avermi atteso tanto ho deciso di comperarmi un cappottino di lana bianca e dirgli di si, per sempre.

 

 

una parola un significato. l’equazione è perfetta, la lingua italiana infinita e la bontà di esprimere un concetto non modificando il reale contorno è una capacità propria non tanto delle persone pazienti quanto di coloro che pazientemente illuminano ciò su cui posano lo sguardo.
carpire parole che non siano prese dal vocabolario secondo un impossibile ordine è difficile come scalzare dalla camera il malato allettato. provi pena per lui come per te stessa mentre di fronte allo specchio delle convinzioni sei riluttante a romperlo, attanagliata dal dubbio che la leggendaria scarogna possa ammantarti i prossimi sette anni e propensa a credere che non cambiare le cose sia il miglior modo per non rimanere disorientati.
ti consosci, conosco a menadito la cadenza svogliata delle dita che picchiettano la tastiera e troppo spesso hai solo il vago ricordo di quando quelle dita non subivano il filtro ostativo della tue paure. conosci a menadito il rumore della stilografica che macchia la carta, le impercettibili righe di inchiostro che si allargano sul budello nero che irrefrenabile corre come il vomito dalla bocca del nauseato.
ho fatto e sbagliato.

c’è solo un modo per non tornare indietro. non avere un motivo per voltarsi.

puoi nascere sensibile, può darsi che tu appartenga alla categorie di persone che si lasciano toccare dalle vicende umane, trovando spontaeamente modo di ricamare sulle altrui disgrazie e tragedie. sei sensibile se ti lucidi di lacrime gli occhi quando qualcuno ti carezza o ti racconta che gli è morto il pesce rosso.
puoi anche nascere come me. può darsi che tu appartenga alla categoria “muro di gomma” ovvero persone che più le graffi con le vicende umane e più le vicende umane gli rimbalzano.
puoi anche diventare sfortunato, ovvero perdere la protezione del tuo muro di gomma perchè una piccola crepa si è aperta in qualche maledettissimo punto.
così tutte le vicende umane ti tornano indietro, rectius, addosso. i clienti sfigati, gli amici piegati, gli amori sbagliati, i rapporti perduti.
decido, oggi, di salvare questa giornata. pessima per influsso negativo indotto.
apro facebook, digito nella finestra della ricerca un nome presumibilmente giapponese e invio la richiesta di amicizia. nemmeno il tempo di alzare il dito dal tasto destro del mouse che il destinatario della mia richiesta da Sagamihara-shi l’ha accettata.
mi sono messa a piangere. per l’emozione (credo).

viva viva senegal

2013/04/03

cappello.
per fare le statistiche, per parlare di probabilità, per proporre un esempio “bisogna sparare nel mucchio” ovvero rivolgere l’attenzione ad una casistica, una pluralità di episodi e via dicendo.
corpo.
apro l’agenda e cerco di rispondere alla domanda che mi viene così, in mezzo alle altre, “che fine ha fatto quella causa, quella a …?”.
con una serie di operazioni di ricerca trovo la cronologia della causa. voglio condividere questa storia, che mi vede comparsa a latere, perchè il ristretto gruppo delle persone che conosco possa avere elementi per comprendere quella che è la situazione nella quale siamo tutti insieme “appassionatamente” calati.
anno di iscrizione a ruolo (inizio in poche parole) 31.05.2011.
l’iscrizione a ruolo coincide con il deposito dell’atto che contiene la domanda e il fascicolo a cui sono allegati i documenti a sostegno dell’azione.
udienza di comparizione (momento in cui gli avvovati di chi propone una domanda e chi resiste alla pretesa si incontrano davanti ad un giudice) 23.04.2012.
da quando scrivi la tua domanda in un foglio (31.05.2011) a quando la puoi leggere (non spiegare attenzione) ad un giudice passano 304 giorni.
nella vita contano le proporzioni.
tenete a mente che un anno è fatto di 365 giorni, l’italiano medio abita la stessa casa in media 10 anni, un bambino per camminare impiega dai dieci ai quindici mesi, un bagno (inteso come servizi igienici) dura 15 anni…
in sede di udienza di comparizione il giudice da alle parti un termine per articolare in maniera specifica i fatti, i motivi, le prove per poi valutare, all’udienza successiva, quali sono le informazioni che ritiene utili ai fini del decidere.
udienza di ammissione mezzi (momento in cui il giudice comunica quali mezzi di prova ammettere e quali non ammettere) 23.11.2012.
nella prassi accade che in questa udienza il giudice si riserva di scrivere in un foglio che ti farà inviare dalla cancelleria quali sono le prove che ammette.
mi spiego meglio.
fino ad ora il giudice non ha letto niente. non sa se sei li davanti perchè hai subito un danno ad una gamba o ad una parete di casa, se non ti hanno pagato una fattura o chissa cos’altro.
ciò significa che quando incontri l’avvocato di controparte per la seconda volta sono solo passati diciotto mesi ma il giudice ancora non ha aperto il fascicolo.
se volete che sia più chiara ve lo spiego a voce, con l’italiano scritto ho dei limiti che il turpiloquio generalmente riesce a superare.
la domanda che una persona di medie capacità intellettive a questo punto si pone è “quali prove ti ha ammesso, quindi?”
la risposta che devo dare perchè il giudice medio non ha lavorato bene è “non lo so, la causa è trattenuta in riserva dal 23.11.2012 ovvero 131 giorni”
scarpe.
un procedimento civile si dipana lungo udienze, a seconda della complessità della controversia le udienze aumentano e i tempi si dilatano.
nel caso di specie il procedimento di cui abbiamo parlato è iniziato il 31.05.2011 e al 3.04.2013 non è cambiato niente nel senso che:
a) chi ha proposto la domanda è nella medesima situazione in cui si trovava il 30.05.2011;
b) il giudice investito della domanda non ha idea del perchè gli avvocati di due parti siano andati di fronte a lui per due volte.

“il popolo… il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l’appenda da sè, del colore gli piace, alle proprie corna… Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’antichità, una generazione all’altra…” “io non mi sento cornuto” disse il giovane. ” e nemmeno io. ma noi, caro mio, cammino sulle corna degli altri come se ballassimo…” e il vecchio si alzò ad accennare dei saltelli di danza; e voleva figurare l’equilibrio e il ritmo del camminare sulle corna, da una parte all’altra. il giovane rise: sentirlo discorrere era un piacere. la fredda astuta violenza per cui in gioventù era stato famoso, il calcolato azzardo, la prontezza di mente e di mano, tutte le qualità insomma che lo avevano portato al rispetto e alla paura di cui era circondato, a volte parevano ritirarsi da lui come il mare dalla riva, lasciando alla sabbia gli anni vuoti gusci di saggezza. “diventa filosofo, a volte” pensava il giovane: ritenendo la filosofia una specie di gioco di specchi in cui la lunga memoria e il breve futuro si rimandassero crepuscolare luce di pensieri e distorte incerte immagini della realtà. ma a momenti ecco che veniva fuori l’uomo duro e spietato che era stato: e curioso era che quanto ritrovava il suo duro e giusto giudizio sulle cose del mondo, le parole corna e cornuti grandinassero nei suoi discorsi, in significata e sfumature diverse, ma sempre ad esprimere disprezzo. “il popolo, la democrazia” disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po’ ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente “sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando… dico con rispetto parlando per l’umanità… un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quand’era vosco davvero. e sai chi se la spassa a passeggiare sulle corna? primo, tienilo bene a mente: i preti, secondo: i politici, e tanto più dicono di essere col popolo, di volere il bene del popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna; terzo: quelli come me e come te… è vero che c’è il rischio di mettere il piede in fallo e di restare infilzati, tanto per me quanto per i preti e i politici: ma anche se mi squarcia dentro, un corno è sempre un corno, e chi lo porta in testa è cornuto… la soddisfazione, sangue di dio, la soddisfazione: mi va male, muoio, ma siete dei cornuti…

Un giorno normale

2013/01/23

Allungo le gambe sotto la scrivania, lo faccio praticamente sempre quando rimango sola in pausa pranzo. Mi metto al livello del piano come se fossi dentro una vasca d’acqua.
Scrivo la separazione consensuale di due coniugi non aventi reddito (anno 1978 uno e 1973 l’altra) ma che (in compenso?) hanno 3 figli. I nonni dovranno ricominciare tutto daccapo. Magari miglioreranno qualcosa dato che hanno figli di trentacinque anni che ancora non sanno mettere insieme il pranzo con la cena. La vita é stata magnanima con parecchi nonni contemporanei, gli ha concesso la cosiddetta “seconda possibilità”….
Aspetto un cliente storico dello studio. Ha settanta anni, una piccola azienda nella periferia di provincia. Venti dipendenti, più o meno, stessa segretaria da secoli. Mai uno scoperto bancario, mai un pagamento disposto con ritardo. Un’azienda che é un orologio. Tié per da qua. Prende la materia prima e da i soldi. Da il manufatto e non lo pagano. La norma. Oggi é andato a Torino ad assistere ad un accesso dell’ufficiale giudiziario all’azienda morosa per scegliere i beni da pignorare. Appuntamento fissato alle dieci e trenta. Puntuale alle undici arriva la telefonata “é tutto pignorato, mi metto in macchina e vengo a studio”. Sarebbe bene che nell’attesa del suo arrivo trovassi le parole giuste per dirgli che il decreto ingiuntivo (per la cui emissione ha pagato allo Stato già seicento euro) raggiungerebbe uno scopo solo se ci si pulisse il culo ma mi riesce difficile coniare questo concetto con il conseguente “stando attento a non graffiarsi con le puntine della spillatrice”.

cortesia

2013/01/11

se non “quando”, “dove”?

la verità è che la cosa difficile tra mirare e sparare rimane sempre il coraggio di trasfomare uno sguardo in un proiettile. altre verità, in questo gioco, non ce ne stanno.
il cognome è una rogna, non lo puoi come il nome rinfacciare ai tuoi genitori che te l’hanno scelto senza che ti piacesse. il cognome è una vera rogna. comunque, il mio di cognome, mi ha portato veramente bene, bene-meriti problemi logistici. ad esempio quello di mettere insieme il pranzo con la cena. bizzarie alimentari.
la cosa seria del trasformare è che spesso il risultato è irreversibile. a volte però. tipo la macchina incidentata si riaggiusta ma una mela sbucciata non si riveste.
il problema di essere intelligenti è dimostrarlo. ha anche altri inconvenienti ma credo che il primo sia senz’altro darne prova.
siamo uno sbagliato compromesso tra quello che raccontano di noi e quello che vorremmo essere. nè l’uno ne l’altro. mai niente. semplicemente nè l’uno nè altro.