ho sentito dire da più persone che ascoltare è un privilegio. credo che esprimessero un concetto imperfetto.
ascoltare prima di tutto è un risultato.
chi deve parlare di argomenti che sente particolarmente cari e che ha particolarmente ingrassato con il cibo dei tarli ha necessità di un ambiente amorevolmente predisposto. chi deve parlare a chi ascolta vuole l’alta probabilità che l’interlocutore abbia del tempo a disposizione ed esige la quasi certezza che capisca il significato delle sue parole.
ascoltare è un diritto.
premesso e considerato il laborio di chi aspetta un pensiero oralmente espresso confido che venga riconosciuta l’inviolabilità del diritto a che il suono fonico venga emesso. addito come grave colpa il negare le parole a chi si è prodigato nel racimolare tempo e voglia di ascoltare.
ascoltare è un dovere.
anche a metà discorso, quando il tenore della musica è mutato, il vento non gonfia le vele ma le palle, dopo che lo scoglio sotto il primo strato di terra è andato in frantumi e comincia a salire quella melma che sembra togliere profondità ad ogni vangata.
ascoltare è un sacrificio.
colui che punta l’occhio di bue si aspetta che la regia decida di mandare presto i titoli di coda, il condannato di fronte al patibolo confida nel sopravvento quantopiù imminente del rigor mortis, la controparte si aspetta una citazione chiara ed ordinatamente concepita.
ascoltare è prodromico.
la stessa persona che ha predisposto un ambiente idealmente ricettizio, ha ascoltato le parole dell’interlocutore e, con dedizione non lo ha interrotto nel mentre del suo dispiegamento lessicale ha più probabilità di saper dare un seguito alle parole ascoltate di quante ne ha colui che si è predisposto ad un colloquio con atteggiamento contrario.