“ciao Claudia, losolosolosoo, sei a cena e i tuoi si incazzano. che posso farci se quando gli altri mangiano a me viene voglia di vomitare parole? non c’è un particolare, un motivo particolare, un evento particolare, un passo particolare. c’è che questa è vita. questa. e ci penso e non mi do pace. sisi, lo so. lo so che dico sempre che una volta scelto l’albero e la corda ci si deve impiccare in silenzio. ma dall’alto del ramo a cui tanto accuratamente ho legato il mio cappio non riesco a morire. le gambe si muovono, le braccia si agitano, gli occhi non si chiudono. che significa che non tutti se ne vanno ad occhi chiusi? finchè li ho aperti non posso morire. echeccazzo, fammi chiudere questi occhi cosicchè chi di dovere venga a prendersi il peso di un respiro. a contrario. la vita non la vuole chi non ha niente. io la vita non la voglio perchè non posso avere tutto. sono giorni che mi logoro intorno allo studio di due parole. fortuna e troppo. a me, vengono a dire a me che sono stata fortunata. fortunata? eddai Claudia, sono anni che ci conosciamo, puoi anche tu affermare che la mia sia fortuna? che fortuna è quella che non copre tutto? che fortuna è quella che copre i desideri e lascia a piedi i sacrifici? che fortuna è quella che non mantiene le promesse che mi faccio con le zampate in culo che gli altri mi danno? troppo. il concetto di troppo mi infastidisce. sono anni che sto appesa all’incertezza. troppo è un aggettivo relativo. si che esistono gli aggettivi relativi. sono quelli che non esprimono il quanto, non hanno una fine e un inizio, permettono una libera interpretazione che crea escursioni valutative grandi oltre un palmo. cazzo Claudia, io ti sto parlando di massimi sistemi e tu dici “arrivo” a tua madre che ha preparato sempre la stessa cena? fammi concentrare. venerdì. stasera mangiate pizza. eccerto che me lo ricordo, avrò cenato mille e più volte a casa tua. tuo padre che prende quella al pomodoro e mozzarella e dice “ma la mozzarella ce l’avete struffata e questo è polistirolo?” e tua madre che risponde “ne avevo solo una in frigo, non avevo voglia di arrivare al supermercato, e comunque la mozzarella è pesante, ne va mangiata pochissima”. eccoci di nuovo. pochissima quanto è? meno di poca e più di niente. ma cazzo, quanto è “pochissima”? no, non sono puntigliosa. è che lo voglio sapere. è che non mi accontento più di sapere che le cose arriveranno. voglio sapere quando. domani, tra un mese, mai. mi va bene anche il “mai”. ma lo voglio sapere. quindi se mi metto a tavola voglio compiutamente sapere quanta “pochissima” mozzarella troverò nella mia pizza. se lavoro voglio conoscere cosa di “troppo” chiedo alla persona per cui lavoro dieci ore al giorno. se vivo questa vita voglio capire quale “fortuna” io abbia vinto.”

on air patty smith

2011/01/25

c’è un gioco tra noi due. tra me e l’usciere della procura.
l’ho visto per la prima volta tre anni fa e stentavo a credere che potesse fare solo l’usciere. ha la faccia, i modi di fare e la voce di un sergente, stile film americano in cui recita tom hanks. uno in quel modo può fare solo il sergente in un film americano. e invece, in un capoluogo di provincia italiana fa l’usciere che, nel microfono dismesso di una vecchia rock star, dice: “cassellario giudiziario” “ricezione atti” “dibattimento”. a necessità, ovvero se qualcuno gli paventa l’ipotesi di doversi recare ai piani alti: “segreteria del/della dott./dottoressa”. se ne sta dietro a quel cazzo di vetro, accende quel cazzo di megafono se deve dire una delle sue quattro frasi e, ti fissa come se si domandasse che cazzo fai quando non gli sei parata davanti. in due anni gli ho dato l’opportunità di farsi e rivedersi tutti i film che voleva, con me protagonista ovviamente.
come?
ha ascoltato intere mie telefonate, mi ha vista leggere (quando vado in procura mi porto sempre un libro da leggere visto che la fila potrebbe durare anche ore), ha atteso di vedermi mettere via le cuffie dell’ipod per passare sotto al metal detector.
ma, come dicevo, tra noi due c’è, o meglio, c’era un gioco.
il primo anno di pratica legale, stante lo studio nel quale conseguivo il diploma in “schiava volontaria”, ero solita recarmi in procura, soventemente. allora, dal tabellone apprendevo che mancava solo un numero prima che io venissi chiamata ero solita alzarmi e impalarmi di fronte alla porta antipanico. tra me e la porta antipanico c’era solo un metro, tre scalini e le colonne del metal detector (ovviamente sprovviste di capitello corinzio. tra il dorico, ionico e corinzio io preferisco quest’ultimo). allora, con me parata davanti alla porta antipanico e al mio sguardo votato al tabellone luminoso, il sergente de noaltri rimaneva completamente silenzioso, anche per mezze ore intere.
come?
mi faceva rimanere imbecille, da vera matricola dei praticanti, ad aspettare di essere toccata dal dono dell’avanzamento verso la cancelleria. il bastardo mi ha fatto perdere mezze ore intere di lettura, di telefonate e musica. il bastardo mi ha fatto rimanere mezze ore intere impettita come un bersagliere di fronte all’ultimo dei ministri. il bastardo mi ha fatto domandare mille e più volte “quanto cazzo aspetti a chiamarmi?”.
ma il bastardo è solo un usciere. un usciere della procura (lavoratore dipendente statale pagato con accredito in conto corrente ogni mese) non ha bisogno di correre più veloce di una praticante (volevo fare la parodia della gazzella e del leone ma mi sono mezza pentita quindi l’accenno e non la finisco).
morale: due anni di pratica e l’ho doppiato.
come?
con un fantastico istituto di diritto civile: la confusione!
quando vado in procura il mio primo impegno professionale è confonderlo. mi avvicino al nastro elimina-code, con la massima indifferenza (che ostento per puro tuziorismo difensivo) prendendo il biglietto e lo guardo come se fosse un vecchio scontrino. ovviamente sto ben attenta a non farglielo leggere che numero c’è scritto. non gli do peso, in poche parole. prendo spunto dal proverbio che dice “con un occhio friggi e con l’altro guarda il gatto” e, guardinga, butto l’occhio al tabellone luminoso. da ora comincia il count down. ad ogni “tiritì” e contestuale “ricezione atti” conto mentalmente la progressione numerica.
le prime volte rimaneva confuso, confuso veramente lo posso giurare (tanto di caro non ho nulla, compero ogni vestito alla bancarella dell’usato). dopo sei mesi di questo giochetto però la gazzella ha ricominciato a correre. sono due volte che come prendo il numero, quasi a dimostrazione che sa dire anche un’altra frase, mi domanda “che numero ha lei?”. inutile fare la gnorri, inutile far finta di aver un concerto metal nelle cuffie o il presidente della repubblica che mi elogia dalla cornetta del telefono. lui vuole me!
ma non me ‘nculi caro usciere. “faccio anticamera ad una collega” oppure “ho preso il numero per la ricezione atti ma devo andare al dibattimento”. comunque, la mia preferita è “devo portare solo la marca da bollo” come se avessi in mano il fungo dell’invincibilità di super mario bross.
considerazione finale al memento fino ad ora redatto.
se nasci usciere non muori praticante.
se nasci praticante cerca di non morire usciere.

fuori come un vomito. in un secondo mi trovo nuda di nuovo. io e loro, come ai vecchi tempi, quelli in cui lanciavo qualsiasi cosa pur di non rispondere alle domande. lanciare la cosa che tengo in mano mi abilita a credere che io possa staccarmi dalla presa che mi attrae.
la prima volta apre la via, che sia stretta, dritta o scoscesa.
la prima volta apre il rubinetto, che sia di acqua, di sangue o di lacrime.

lei era con me in bagno, mi teneva per gli occhi, mi guardava per farmeli chiudere. sa che ad occhi chiusi diventiamo la stessa persona, io e lei, noi, io.
non molla. ha la testa dura della fame, di chi non ha alternative, di chi è e basta.
non molla: in piedi, rigida e leggera, nera e lucida, amara e scalza.
la imploro: carponi sul pavimento, colla mano in agonia per arrivare alla sua estrema pietà, colla schiena scoliotica per portare la testa alle caviglie. un vettore di emozioni infilate in un barattolo già pieno.
perdo un battito dalla serie, da bravo pastore per ricercarlo mi dimentico di tutti gli altri. non respiro, non è apnea, non respiro e basta. in bocca non c’è più saliva, la lingua ha lasciato il letto, si sbatte sul palato, vorrebbe finire sotto le tonsille.
come palle da biliardo gli occhi sono smazzati, ne ho uno a destra e l’altro fisso al centro, sento le pupille come due sassi.
qualcuno scioglie la corda che mi tiene appesa e mi da la forma di scatolone rovesciato a terra. la pancia si ribella alle mattonelle gelate, non può prenderci confidenza, troppo sudata lei, troppo bianche loro. la forma continua ad essere quella di uno scatolone, ma stavolta schiacciato da un camion che non ha minimamente accennato a scalare.
i capelli sono una scopa, la giugulare pompa sangue nel collo: del piede, il labbro inferiore tra i denti. riprende il respiro.
rantolo. l’aria che entra è pura combustione, tutto brucia dentro al torace ma il cuore non si scalda. i respiri si azzuffano, lottano per entrare uno prima dell’altro come ragazzine in un negozio per ragazzine.

aspetto di morire per rinascere, almeno l’altra volta mi succedeva così. aspetto il momento in cui ho talmente tanta aria dentro la pancia che posso solo scoppiare come una palla.
ma questa volta qualcuno chiude il compressore prima che io sia satura di ossigeno. la porta dietro di me scorre e i capelli sembrano muoversi al vento. torno in piedi ma, non proprio sui miei.
la schiena sbatte sulle lenzuola, uno specchio d’acqua si rovescia nell’esofago, sento il mio nome ripetuto più per convincermi che mi chiamo in questo modo che per farmi sapere che non verrà dimenticato.
lei è scomparsa, non c’è più.
lo capisco dalla mole di dolcezza che non mi lascia sprofondare sotto il livello della vita. tutum tutum tututum tutum tutum tutum tutum. i miei sessanta battiti sono tutti, almeno per il momento, a casa.