accade di un giorno che camminando controtendenza smetti di muoverti e cominci ad anelare la professione.
le supercazzole si susseguono.
ridi di quello con il macchinone.
ti senti donna part-time.
lanci lo sguardo, legato ad un masso, giù dal quinto piano.

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“Si Claudia, ti dico che è andata così. Ero veramente seduta sulle scalette della Minerva, stavo aspettando il colpo di vento in grado di traghettarmi fino all’entrata della biblioteca quando un uomo dal volto anonimo mi ha lasciato ai piedi una borsa di tessuto. Non troppo pesante e non troppo leggera ma, si sentiva che conteneva qualcosa: il peso non le era imposto solo da essa stessa. Lipperlì certo che ho pensato “sarà cocaina?” ma poi mi sono detta che se l’avessi aperta o sarei diventata complice o le avrei fatto festa. Non mi sono alzata, non mi sono mossa, non ho pensato niente. Davvero, non scherzo. Non sono riuscita a pensare a nulla, guardavo tutte le persone che avevo intorno come se fossero complici dell’uomo anonimo o curiose quanto me di conoscere il contenuto della borsa. Ma veramente, ad essere onesta, io non ero nemmeno curiosa di sapere cosa contenesse quella borsa. Il suo valore economico era pari a zero, il colore e la forma mi sembravano inutili. Insomma, la borsa non mi esprimeva nemmeno una sensazione.
E nemmeno il volto di quell’uomo mi esprimeva alcunchè. Fosse stato albino, nero, claudicante o ostentatamente frocio chessò, mi avrebbe dato da pensare e ricordare qualcosa. Era anonimo come non saprei descrivere anzi, non me lo ricordo nemmeno più. Non mi ricordo il colore degli occhi e non mi ricordo il colore dei capelli. Non mi ricordo la pettinatura e il colore delle scarpe. Come che c’entrano le scarpe?
Mi ricordo che camminava sottovuoto, senza il peso del tronco o dei pensieri. Camminava e non poggiava i piedi, non scuoteva le spalle, non dava segni di accelerazione. In totale stato di vuoto.
Al primo colpo di vento buono mi sono alzata, ho fatto un giro intorno al Pantheon: la mia borsa a tracolla e l’altra penzolante in mano. Sembravo una biga nella quale era rimasta incastrata una toga. Un cassetto dal quale fuoriesce la voluminosa tovaglia. Un libro e il suo segnalibro. Ho ordinato una granita al caffè e panna, 2 euro. Sapevo di essere uscita di casa senza portafogli ma, istintivamente ho messo una mano dentro la borsa senza aprirla. Ho trovato i 2 euro e li ho dati in cambio della mia granita.
Il ragazzo del ba si era dimenticato della cannuccia, aveva messo nel bicchiere solo un cucchiaino. Non potevo mangiare la granita che tenevo in mano perchè nell’altra trattenevo la borsa.
Dovevo rinunciare ad una delle due cose che stringevo.
Nel frattempo che riflettevo sul possibile dafarsi ero arrivata alla fine del mio giro e stavo per rimettermi seduta nello stesso posto dal quale poco prima mi ero alzata ma, era occupato da una ragazza che nemmeno si accorse di me. Pensava così altamente ai cazzi suoi che le ho lasciato la borsa ai piedi. Credo non si sia nemmeno accorta.”

quando la mattina ti svegli chiedendoti che cazzo te lo sei messa a fare il pigiama, quando passi un’ora davanti alla televisione alle sette di mattina, quando pensi che il mondo s’è arbulticato e n’colpo si s’è arbulticato, quando pensi che ti immaginavi come “occhi di gatto” e invece sei diventata “bocca di rospi”, quando ti invitano a uscire fra amiche e dici “non posso devo finire una cosa da consegnare domani”, quando tutti intorno a te pensano che se abiti insieme ad una persona di sesso opposto al tuo devi per forza farci un figlio e non necessariamente scoparla, quando ogni sacrosanta mattina ti metti fard e rimmel, quando il buon gioveddì si vede dal pomeriggio…

m(a)y we

2009/04/05

allora comincia che un giorno entri nel tunnel del candidato e cominci a fare pareri legali coerentemente (non si sa a cosa) motivati. lasci perdere i parametri, ti confronti con il tuo codice che a sua volta si è già confrontato con la giurisprudenza favorevole e contraria.
allora succede che il professore di diritto e procedura penale passi il tempo a sua disposizione a masturbarti il cervello con la possibilità di convivenza del reato impossibile con il reato di pericolo presunto e concreto e tu pensi a che bel cazzo di lavoro hai fatto quella mattina alle segreterie dell’università.
allora accade che decidi di mandare un sms per gioco con la traccia del compito e un baldo se non più bello giovane e questi ti risponda “sul pericolo parla dell’incendio.. sull’offensività della coltivazione stupefacente privo di principio attivo”
allora avviene che te ne freghi altamente del reato impossibile e di quell’imbecille che crede di fare un omicidio con una piuma e decidi che il diritto penale è roba seria, mica minchiate e disquisizioni becere, hardcore!
allora ti rechi in un mattatoio o presunto tale e vorresti morire, indecisa se farlo per il sangue che percorreva il pavimento o quello che percorre le vene. ti interroghi sul male minore, sulla vastità della cattiveria umana, sull’atrocità della bravura, se l’ultima volta l’estetista ti ha depilato bene, se smetterai di mangiare almeno le unghie, se non avresti fatto un lavoro peggiore quella cazzo di mattina ad iscriverti a medicina.
allora smetti di parlare, cominci a camminare con la voglia di comprare cose stupide e ti ritrovi con delle scimmie appendiabiti in mano che, una volta giunta a casa ti renderai conto come rappresentino l’inutilità.
allora vivi, vai a comprare un armadio, prepari un pranzo con l’ultimo pacco di pasta che ti rimane in casa, compri una pianta del deserto dell’Australia, mangi marmellata di pere e vaniglia, fumi una due trenta sigarette, ti fai venire un mal di testa colossale per ricevere piacere dalla sua fine, aspetti giovedì e non venerdì.
morale della favola, non so a che corrente appartengo ma, non sono una fautrice del principio di offensività, un reato per essere tale non necessita della compromissione o messa in pericolo di un bene giuridico, le belle giornate non sono solamente quelle di sole.