I

2012/07/26

Da stamattina sono incastrata e incazzata. Incastrata nel traffico straordinario che una città così piccola non dovrebbe avere e incazzata perchè i coglioni di turno mi guardano dentro la cabrio e pensano “se solo potessi scoparla una così”. Incastrata nel parcheggio del tribunale di periferia e incazzata perchè il collega di turno parla stravaccato sul sedile di improbabili transazioni senza sveltirsi nelle operazioni di parcheggiamento. Incastrata nella fila della cancelleria e incazzata perchè sono costretta a respirare il profumo della deficiente che mi precedere e della cretina che mi segue. Incastrata sulla sedia della scrivania e incazzata perchè il telefono è diventato una fucina di problemi. Incastrata pranzerò in macchina e incazzata perchè stanotte sarà la quinta notte che non dormirò. Incastrata a lavorare e incazzata perchè io volevo solo studiare. Incastrata nei ricordi e incazzata perchè sono un incubo che non si vuole svegliare. Incastrata in questa vita che potrebbe essere di chiunque e incazzata perchè io sono migliore di tutti quelli che l’avrebbero vissuta. Incastrata nelle concretezze dei clienti che mi rompono i coglioni e incazzata perchè se il codice di procedura l’avessi scritto io le cause durerebbero il tempo di due strilli. Incastrata nella forma che ho acquisito e incazzata perchè io mi preferivo di gran lunga quando ero una ribelle. Incastrata e respirare e incazzata perchè voglio correre. Incastrata nella mediocrità e incazzata perchè gli altri se la raccontano come ottimale. Incastrata e incazzata. Sono incazzatissima. Incazzatissima da dare ragione a tutti ma da incastrarmi così bene che l’unico pensiero che riesco a formulare è “non cedo, né di un passo né di una virgola, tiro dritto e rompo tutto, non cedo, io muoio ma i Filistei faranno la mia fine, io muoio ma Sansone lo libero, io muoio ma a voi col cazzo che vi permetterò ancora di essere felici”

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Accendo la sigaretta, non è bisogno di ritagliare del tempo per me, è bisogno di non tradire le aspettative che Lorenz ha sulle mie mani che picchiettano questa tastiera. Dato che sono in torto per un regalo di compleanno completamente saltato a piè pari, caro Lorenz, prefazione compresa, queste righe sono tutte per te. Come i miei complimenti ai tuoi successi.

Lunghe come lance piantate in un cielo bianco e sporco di fumo, dritte come l’ombra delle gambe delle ragazze sulla riva della spiaggia, le sbarre dell’aula di giustizia chiudono un mondo e aprono un inferno. Le mani degli imputati sono asserragliate, le dita girate in una spirale difficile da districare come i profumi delle donne che stanno sedute sulle panche. Veli neri a coprirne i visi e la vergogna di avere un marito, un figlio o un fratello delinquente. Le mani degli avvocati brandiscono le sbarre, un po’ vogliono essere sicuri che da li dentro i rispettivi clienti non escano e per un altro po’ vogliono mostrare il petto come uccelli canterini. Urla, schiamazzi e riffa delle grandi occasioni, quelle in cui convivialità la si dimostra guardandosi di traverso piuttosto che stringendosi la mano o scambiandosi il pane. Un rondò di circostanze fa dell’aula di giustizia la stanza del potere. Un rondò di circostanze fa delle donne infilate sulle panche le depositarie di tanta infelicità e assai fortuna. Un rondò di circostanze fa degli uomini in gabbia un manipolo di delinquenti e una insolita scolaresca. Ci sguazzerebbe, e forse in una simile occasione c’ha sguazzato, Machiavelli. Ci sguazzerebbe, e sicuramente a suo tempo c’ha sguazzato, Lombroso. Ci sguazzerebbe, se solo in questi tremendi anni quaranta fosse stato già in età da codice, Caselli. Entrano le forze dell’ordine annunciate dalle suole delle scarpe di cuoio, nere e lucide come la morte quando si veste per la sua festa. Di seguito e senza nessuna voglia di essere ignorato, ma con tutta l’aria di volerlo far credere, entra il giudice. Prendono posto gli avvocati dello Stato, gli avvocati degli imputati, gli avvocati degli offesi e gli avvocati che vogliono arrivare preparati a quando toccherà a loro fare gli avvocati per davvero. Tutti a sedere non ci stanno, allora si danno il cambio, con una pantomima tutta recitata sulle buone regole. Gli avvocati, le regole, gli avvocati e le regole, una pantomima sempre e sempre stata di moda. Sfilano gli imputati, ognuno che esce per sedersi vicino al proprio avvocato si guarda alle spalle, cerca gli occhi e trova le lacrime, della moglie, della sorella o della madre. Chi ha rubato per fame dopo chi ha ucciso per amore, chi ha insultato l’onore prima di chi ha schiaffeggiato per diletto. Non c’è un ordine ma esiste una linea comune tratteggiata dalla voglia uguale per tutti. Si chiama libertà. Per l’imputato che ascolta il suo avvocato difenderlo, per l’imputato che maledice il pubblico ministero accusarlo, per l’imputato che guarda il giudice sperando di muoverlo a compassione. Libertà di tornare a rubare per dar da mangiare ad un figlio, libertà di tornare a picchiare una moglie perchè troppo bella, libertà di tornare a dire ad un coglione che è tale.
Oggi, però, al meccanismo c’è un ingranaggio che sta grosso. Oggi il giudice è vittima, soggetto avvantaggiato e organo decidente del medesimo delitto. L’aula di giustizia è vuota, l’imputato ha rinunziato all’avvocato consapevole che nessuno potrebbe difenderlo e conscio che il suo destino se lo è deciso sbagliando. L’imputato guarda il giudice. Il giudice guarda le carte. Le carte mentono e il giudice diventa soggetto avvantaggiato dal reato e ripensa a quanto sia stato dolce il profitto della condotta dell’imputato. Le carte dicono la verità e il giudice diventa vittima del resto e ripensa a quanto sia stato cruento e spietato l’imputato. Il giudice deve decidere, in una battuta secca sapendo che nulla potrebbe fargli più luce, di quanta già non ne abbia, sui fatti, sulle persone e sulle motivazioni. Sceglie le attenuanti, le mescola alle aggravanti, concede i benefici di legge, scarta, sfronda e prende la penna. Scrive. Ha scritto. E nel momento in cui si arriva a sentenza non rileva più nessuna scusante, non inficia più nessun errore e non giustifica nessuna giustificazione. La libbra di carne, in sentenza, è il suo vero peso, senza tare, senza respiri, senza voce. Allora questo giudice e quell’imputato diventano quello che non è possibile, la soddisfazione ai torti subiti e la rassegnazione di sentirsi picchiare il petto dovendo rimane inermi. Si spoglia l’imputato, nudo e pieno di peli, uno ogni idea malversata. Si veste il giudice, ogni camicia quante le occasioni di punizione. Si scompone la scena, deturpata di pantomime e di rigore. Quattro occhi, quelli di chi ha voluto con quelli di chi vorrebbe, quelli di chi ha con quelli di chi avrà. Trecentosessanta gradi, un panorama riunito, tutto diviso per due. L’imputato la sua sorte se l’è scelta, il giudice la sua sedia pure. E tanto scellerato è stato il primo per quanto diabolico è il secondo.

Treno/Romanza

2012/07/06

Alle prove generali c’erano tutti, compagnia recitante e pubblico pagante. Si sentiva parlare da tempo per i budelli della città dello spettacolo che quell’eterogenea compagnia di attori, improvvisatisi tali, stava preparando. Le voci popolari davano per certo che si sarebbe trattato di un dramma aperto, una perfetta intersezione tra Giacometti e Goldoni. Alla compagnia recitante era toccato far tutto, trovare un luogo dove picchettare le tende, allestire il palco, cucire il sipario, scegliere i costumi. Alla compagnia recitante era toccato anche scegliere cose più difficili: soggetti, trama e vocabolario. Si erano affilati tra loro, prove lunghe e sconsolate lunghe sessioni interminabili dalle quali spesso si ritiravano esausti e senza il benché minimo conforto. Ma erano testardi, più le scelte fatte li portavano a temere di avere sbagliato e più si davano da fare per scongiurare quell’ipotesi. La compagnia recitante, all’inizio (e come in molti degli inizi) era vasta. Diverse persone, alcune unite tra loro, altre che nemmeno si conoscevano per nome. Madri e padri, figli, zie, nonni e fratelli. Ma gli inizi sono fatti per finire. Il tempo passava, la compagnia si preparava e per i budelli della città si stava spargendo un’unica voce “la compagnia sta facendo sul serio” a nulla rilevando che quel “serio” lo facesse bene oppure male. Su e giù per il palco, su e giù del sipario, su e giù l’umore di quelli che rimanevano a recitare per perenne memoria dell’impegno preso. Ogni giorno un partecipe della compagnia recitante abbandonava, tradiva, dipartiva, mollava. Rimasero veramente in pochi, gli essenziali e più il cerchio si stringeva e maggiormente comprendevano che per mettere in scena lo spettacolo al quale avevano pensato avrebbero dovuto faticare un bel po’ per carenza di organico e per stanchezza accumulata. Andavano avanti, ora tirava uno ora tirava l’altro, la prima si avvicinava e volevano farla in punta di ali quella volata. Andavano avanti, senza testa, senza musica, senza dolore, senza sentire. Rimasero in due, solo in due da tanti che erano. Uno scriveva le scene e l’altro recitava, uno cucinava e l’altro lavava i piatti, uno si feriva e l’altro disinfettava. Tutti quelli che all’inizio avevano fatto parte della compagnia recitante intanto presero posto trai i palchi, palchetti e platea. E per l’antica convenzione che era intercorsa potettero diventare pubblico senza pagare perchè agli albori era stato deciso che i membri della compagnia sarebbero stati tenuti indenni. Mancava poco alla prima e le prove generali erano solo il giorno seguente. Partì una scintilla, forse per mano di qualcuno del pubblico pagante, forse per mano di qualcuno del pubblico indenne, forse per mano divina. La scintilla diventò fiamma per dimostrarsi ben presto fuoco. La compagnia recitante, ormai ridotta a due soli attori, pensò che quella stupida scintilla non potesse distruggere tutto il teatro sia perchè era una sola scintilla e sia perchè lo spettacolo sarebbe cominciato prima che il fuoco sarebbe divampato. Fatto sta che il fuoco si dimostrò ben presto incendio. Il pubblico pagante e il pubblico indenne pensarono che quello fosse lo spettacolo che gli ultimi attori della compagnia recitante avessero deciso di mettere in scena. Era così reale che non si distingueva più la farsa dal dolore, non si distingueva più chi si feriva e chi disinfettava, chi rimaneva e chi scappava. Non pagò il coraggio di chi rimase a recitare, non condannò la vigliaccheria del pubblico pagante e del pubblico indenne che scappò, non liberò l’intenzione di nessuno. Così bruciò il sipario, morì la compagnia recitante, il pubblico pagante ed indenne fece ritorno alla propria casa e per i budelli della città tutti cominciarono a chiedersi se avrebbe fatto ritorno una nuova carovana.