van doesburg

2011/06/23

il prezzo.
se posso pago.
se non posso saluto.

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li definiscono unici.
dicono che non ce ne siano due, in nessuna vita.
non come le eclissi che, capace ogni 20.000 anni, potrebbero essere esattamente le stesse.
non come le botte di culo che, capace tu sia particolarmente fortunato, potrebbero accaderti una appresso all’altra.
no.
dicono che l’amore, se è amore, ne trovi uno solo in tutta la vita.
lo sbandierano ai quattro venti, come se fosse un vanto per l’umanità sapere che ogni singolo uomo sarà legato ad una sola donna per tutta la vita.
dicono anche che l’amore, se è amore, prescinde dalla quantità di sostanze con cui lo ammanti e dal tempo che gli dai da vivere o che sopravvive.
lo sbandierano ai quattro venti, come se fosse un vanto per l’umanità godere di un sentimento senza che sia necessario alimentarlo o proteggerlo e che prescinde dall’impegno profuso.
dicono peraltro che l’amore, se è amore, non finisce mai. basta una cena di classe, un incontro tra le corsie di un supermercato, un biglietto di decenni prima, un ricordo piombato alla bell’e mmeglio tra la routine quotidiana.
lo sbandierano ai quattro venti, come se fosse un vanto per l’umanità rimanere inerme di fronte a qualcosa che non esiste, non più.
dicono oltretutto che l’amore, se è amore diventa metro di misura per tutto quello che hai vissuto prima e che vivrai dopo.
lo sbandierano ai quattro venti, come se fosse un vanto per l’umanità misurare su un metro di cui si è persa la misura ogni cosa vissuta e vivibile.
dicono infine che l’amore, se è amore, fa fare cose stupide e senza senso.
a parziale correzione dell’assunto eccepisco che molte delle persone che conosco fanno cose stupide e senza senso anche in difetto della malattia di cui sopra.
credo che sbandierare ai quattro venti i sintomi della malattia da cui tanto si vorrebbe essere affetti è il monito che dell’amore, quello vero, non ci si è ancora ammalati o peggio che l’amore, quello vero, non è il film che stanno dando al cinema.

de-genere

2011/06/16

se voglio scrivere di qualcosa devo essere compiacente con gli accadimenti, scendere a compromessi con il fatto che, per essere raccontati, gli eventi hanno bisogno di essere decantati. non scrivo sull’onda d’emozione, d’impeto, calcando il passo sulla scia del momento. ci devo pensare, devo lasciar sbattere l’idea da un lobo all’altro del cervello, farla trasalire dal cuore, su per l’esofago e rigurgitarla dalle mani solo se digerita, quantomeno borfa di succhi gastrici che l’hanno aggredita tentando di decomporla.

che cazzo ci mettono gli scienziati sopra i vetrini per vedere i mostri? il prodigio starà nelle lenti o negli occhi?

non attendo mai troppo per pensare a qualcosa di cui potrei scrivere. aperta la bottiglia è il vino che si deve ossigenare non la stanza che deve impregnarsi. non lascio passare quel tempo che fa assumere agli eventi i tratti dell’elaborazione, buona la prima (al massimo la seconda se l’interpretazione meritava un bis), ho detto no alla spiegazione di tipo giustificatrice, vado a braccetto con la lettura senza fronzoli.

viviamo in un mondo di decimali, dove un 0, ci incula e dove i numeri primi hanno un peso specifico simile alla storia degli antichi egizi menata alle elementari.

scrivo perchè: non ho tempo, voglio dare un senso confuso alle idee soldatino incastrate nella baraonda quotidiana, ho l’acqua alla gola di chi sa non poter bere e scrivere di tutto il mare, ho il terrore di darmi ragione per parole volate in aria. un frontale ben riuscito è quello che puoi raccontare.

oggi. ore otto e trenta. come ogni volta che guardo l’orologio ho il terrore di essere in ritardo. accendo la moto, per farla uscire dal mio personalissimo parcheggio devo superare una fila di bucato appena steso, respiro il profumo del sapone da discount della mia vicina romena, inforco un paio di curve, mi sorpassa un tipo che crede di essere splendido senza aver fatto nulla per meritare il titolo, allora penso “vieni a conquistarlo”, scalo, lo faccio assalire da un dubbio poco amletico “sarà maschio o femmina?” fino a quando la mia quarta sul misto gli da la risposta che meno gradisce: “stronza”, tiro dritto fino alla mia meta, tolgo il casco, do una botta ai ricci per stemprarli, lui “ti volevo dire che hai una bella moto” io “beh, da dietro non è un gran che e comunque, t’ho concesso l’attenuante solo perchè hai una moto i cui pezzi di ricambio costano come un rene”, il silenzio, grazie a dio si è ricreduto sulle sue qualità.

daccordo

2011/06/14

di una dolcezza estrema, che travalica la pelle delle dita e affonda sulla guancia calda di lacrime. ecco come dovrebbe essere, seppure la sufficienza non la raggiungerebbe. ma quante interrogazioni, in cui le risposte erano fuori tema rispetto alle domande, hanno dimostrato dedizione all’argomento e scarsa inclinazione allo studio? guardo la perfezione del movimento, di chi non stringe le mandibole per lo sforzo ma offre l’armonia dell’equilibrio. ho visto allenare un muscolo piccolo con un piccolo peso. mi hanno spiegato che altrimenti altri muscoli dovrebbero attivarsi in suo soccorso. altri muscoli che attivandosi snaturerebbero la fisiologica crescita di un muscolo più piccolo. c’ho visto della saggezza in questo allenamento. figurarsi che ho visto della saggezza persino nella favola di pollicino. lasciare dei sassi a memoria del percorso denota estremo rigore. lui li metteva per non perdersi, io più me li trovo parati davanti e più mi domando “ma che cazzo ci sono passata a fare per questa strada?”. annaspo tra i risultati: sbagliati, meno corretti, esatti. ho il terrore di imboccare una strada, non con la paura di reputarla (ex post) sbagliata ma per il dispiacere (ex ante) di non poterne percorrere delle altre. le scadenze non si rincorrono sul calendario, mi picchiano la spalla fino a bucarmela. di corsa con i tacchi, di corsa con l’ago. a me, di correre, va solo con i piedi. la curiosià è una perversione dell’adolescenza mentre, col passare degli anni, la mestizia è l’unico probabile epilogo della pornografia sentimentale. chi vive tanto muore prima. dicono. ma che cazzo ce ne importa a noi che abbiamo letto Capossela, mica moriremo tutte le mattine 🙂