Pensieri rabbiosi di chi in silenzio si alza dalla panca e aspetta fuori coloro che vogliono ascoltare. Pensiero rabbioso contro chi accusa gli altri dello stesso e proprio comportamento. Pensiero rabbioso verso chi ha il raziocinio altrui per pensare e parole non proprie per interloquire. Pensiero rabbioso per un sistema nel quale, all’interno di uno stesso schieramento politico è inibito ai propri membri non solo dissentire ma anche porsi obiezioni di coscienza. Pensiero rabbioso di chi la mattina si sveglia all’alba per studiare le discipline giuridiche di un paese dove “il pallone è il mio e io voglio giocare”.

Pensiero rabbioso verso un vecchio che dalla sua finestra dice stronzate e uno più stronzo, dall’altra parte della città che gli dimostra come ce l’ha più lungo. Al Papa si può scusare, in fondo non fa stato ma fede. Al Presidente della Repubblica non si può, lui fa stato e della sua fede si dovrebbe dimenticare.

Ogni principio portato all’estremo esaspera. E la democrazia non fa eccezione. Siamo tutte api che cessano di vivere non appena pungono la scheda elettorale. Ebbene sì, il nostro pungiglione è il voto. Non appena mettiamo quella stramaledetta crocetta cessa ogni possibilità di vedersi democraticamente rappresentati. Cessiamo di vivere come cittadini.

Confusione di ruoli. La stessa Corte di Cassazione che nella sentenza specifica come non si vuole sostituire al legislatore.

Il cittadino medio pensa “non deve morire” e alla notizia del decesso, recandosi al bar, ammette come sia felice che abbia smesso di soffrire. L’altro cittadino medio pensa “deve morire” e alla notizia del decesso, recandosi al bar, esterna il suo rammarico per l’applicazione del protocollo.

Pensieri rabbiosi di chi, ha studiato checks and balances credendoli propri, di chi crede che il Presidente della Repubblica svolga un ruolo istituzionale, di chi svolgendo una vita normale crede al valore incommensurabile delle vite altrui. Non si può essere così ottusi da vietare ad altri quello che non si vuole per se stessi. Non si può essere così ottusi da non capire che il Parlamento, così come viene percepito dai suoi stessi membri e dal Governo, è una macchina che non funziona più. O meglio funziona, per confezionare una cornice che conterrà una tela altrui o per scrivere la critica d’arte ad un quadro non proprio. Decreto legge e decreto legislativo.

Tranquillo legislatore (o chi per te), a quanto pare hai (avete) altre tremila cartucce da sparare!

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il pugno chiuso, il venerdì digiunando fino a cena, i rapporti che cambiano e la testa mi dice che si ricorda diversamente, da zero a cento, epilessia di desideri, il manicomio a pareti aperte, ambizioni come lenzuola, tutto che gira, responsabilità amministrativa se c’è la sanzione interdittiva e pecuniaria, temi e pareri, che fare della vita degli altri, io che cammino e rido, escussione testimoniali da preparare via mail, le galline nell’aia e le oche in campidoglio, nemmeno loro volevano andarsene povere sabine, roma e non sentirla.

cambia veste, e io con te. niente farfalle, niente mute, solo io e te. aperitivo doppio zero. fashion romano e non solo. milano in una stanza. proposta ufficiale “nell’unico rito che concepisci”… rito civile.
pensiero insolente di chi venticinque non li ha mai provati, avrei cambiato il mondo, i libri di storia mi avrebbero raccontata, un ideale è l’orgasmo di noi adolescenti. pensiero indolente, il mondo lo cambia anche chi in silenzio spazia dalla normalità alla sopportazione.
e così sono arrivati, i miei primi venticinque, mi autocelebro.
sono arrivati quando non me li aspettavo più, quando pensavo che li avrei vissuti con scelte canoniche solo ai ribelli, quando ora rimpiango di non avere nulla da rimpiangere. perchè mi è andata sempre bene, ecco la differenza tra me e lui, tra me e voi, tra me e loro.
idee, progetti, che non rimangono indietro ma da dietro spingono per essere suonati, per avere il loro minuto di gloria nella mia vita, per darmi ciò che alla spinta non può essere anteriore.
sorgo rosso, pamuk, bauman, diogene.
gli ultimi di questa serie. le lettere composte di libri letti, autori incompresi, riviste abbonate.
almeno la lettura.
il piombo che stampa sensazioni provate da altri e che altri ancora provano a descrivere. come se un sentimento altrui fosse più facile da far comprendere. un massacro in cui gli altri sono addendi che, variando di posizione, fanno mutare la realtà. come se quella che raccontiamo fosse sempre la verità. come se la verità fosse ciò di cui abbiamo bisogno per relazionarci agli altri. eccoli, di nuovo.