Un giorno normale

2013/01/23

Allungo le gambe sotto la scrivania, lo faccio praticamente sempre quando rimango sola in pausa pranzo. Mi metto al livello del piano come se fossi dentro una vasca d’acqua.
Scrivo la separazione consensuale di due coniugi non aventi reddito (anno 1978 uno e 1973 l’altra) ma che (in compenso?) hanno 3 figli. I nonni dovranno ricominciare tutto daccapo. Magari miglioreranno qualcosa dato che hanno figli di trentacinque anni che ancora non sanno mettere insieme il pranzo con la cena. La vita é stata magnanima con parecchi nonni contemporanei, gli ha concesso la cosiddetta “seconda possibilità”….
Aspetto un cliente storico dello studio. Ha settanta anni, una piccola azienda nella periferia di provincia. Venti dipendenti, più o meno, stessa segretaria da secoli. Mai uno scoperto bancario, mai un pagamento disposto con ritardo. Un’azienda che é un orologio. Tié per da qua. Prende la materia prima e da i soldi. Da il manufatto e non lo pagano. La norma. Oggi é andato a Torino ad assistere ad un accesso dell’ufficiale giudiziario all’azienda morosa per scegliere i beni da pignorare. Appuntamento fissato alle dieci e trenta. Puntuale alle undici arriva la telefonata “é tutto pignorato, mi metto in macchina e vengo a studio”. Sarebbe bene che nell’attesa del suo arrivo trovassi le parole giuste per dirgli che il decreto ingiuntivo (per la cui emissione ha pagato allo Stato già seicento euro) raggiungerebbe uno scopo solo se ci si pulisse il culo ma mi riesce difficile coniare questo concetto con il conseguente “stando attento a non graffiarsi con le puntine della spillatrice”.

treccia

2012/11/20

un pezzo alla volta la vita di mio padre lo sta portando via dalla mia. dieci anni fa preparavo l’esamedi diritto privato all’unversità e, convocata nella camera da letto dei miei, appresi dalla sua voce che era malato di leucemia. quella che gli si era attaccata addosso non era la febbre che io usavo alle superiori quando non volevo andare a scuola, era un’infezione che me lo ha tenuto all’ospedale per parecchi mesi. barbara era lontana, un figlio e un lavoro l’avevano sbattuta a diversi chilometri di distanza. a me rimaneva tutto il patrimonio, una casa enorme con un cane selvaggio, un mucchio di tempo libero e pagine incomprensibili che comunque presero forma al primo esonero. e diritto privato se ne andò nel dimenticatoio per molti anni. io dovevo laurearmi mica studiare. e la differenza, con l’arrivare degli eventi più che con il passare del tempo, la capisci e maledici. papà tornò in una giornata freddissima, il cane nemmeno lo riconosceva tanto era ridotto male, temo che durante l’operazione di asporto della milza si presero anche una vena, quella dell’ottimismo. in uno dei pochissimi ricordi che ho di quando ero bambina c’è il giorno prima che dovetti togliere le tonsille. papà mi disse semplicemente che non le aveva nemmeno lui. dieci giorni fa preparavo l’esame di stato, quello con cui diventa avvocato anche chi non sa che i tribunali hanno un bagno per i magistrati e uno per tutto il resto del mondo. insomma dieci giorni fa mi chiama mia sorella, vicina visto che stavolta un figlio e la vita l’hanno schiaffata a pochi chilometri da casa mia e mi dice che papà ha un cancro. esistono differenze tra la leucemia e un cancro. la prima è che la leucemia non è mai passata e invece il cancro è appena capitato. la seconda è che la leucemia ce l’hai in ogni parte del corpo, il cancro no. passo (per motivi di inutile elencazione) anche questo esame, io devo lavorare mica fare l’avvocato. ieri sono andata a pranzo dai miei, nella vita normale succede che vado a cena, al massimo un paio di volte alla settimana e se proprio non ci riesco mi impegno a non saltare il pranzo della domenica. allora vedo mamma che guarda papà con quegli occhi ai quali se se riesci a togliergli l’impercettibile punto interrogativo ci vedi un’affermazione diretta come un colpo di cannone. sono un genio a capire quali siano i posti sbagliati, una speciale attitudine coltivata in tanti anni di frequentazione. cerco di alzarmi il più in fretta possibile dalla sedia, saluto con un distratto “si è fatto tardi, devo andare a stu…”, dio lo dico quando già ho la mano sulla maniglia della porta seguito da un interiore “xxx” (leggi, nome comune di quadrupede di colore rosa, coperto da setole e mammifero).

“cochi (soprannome con cui i miei genitori temo mi chiameranno anche quando sarò cassazionista) mi sono dimenticato di dirti una cosa”. nell’attimo stesso in cui già sono in cucina penso che non voglio tornare in cucina, penso che voglio andare a studio, lì al massimo perdo una causa o sbaglio una notifica, lì più che professare una professione e praticare la religione della bestemmia non mi succede. mi siedo, tanto lo so già che mi vuole dire. “cochi, lo sai come sono le gtv?” “veloci babbo, gran turismo veloce” “e perchè sono veloci”, siamo in derapata sull’argomento, so che qualunque risposta avessi dato sarei piombata sull’oggetto della discussione, allora ho deciso di fare quello che faccio di solito, se anche la cosa giusta è sbagliata tanto vale non sbagliare due volte. “perchè sono leggere?”. con il passare degli anni papà ha affinato la tecnica del “prenderla larga” (avrei anche un poì voluto scrivere del “prendersela in culo”) purtroppo la morsa dei miei occhi che lo fissano e quelli di mia madre che piangono lo stringono. una specie di sandwich, ma la maionese perchè cazzo non ce l’avete messa?

e così adesso sono a studio con la finestra aperta e la sigaretta in bocca. a pensare che un pezzo alla volta la vita di mio padre lo sta portando via dalla mia. un pezzo alla volta papà diventa leggero leggero e la situazione pesante.

Mal di aria

2012/08/20

sento che questa è la mia tappa. è qui che devo fare la volata, tirare le gambe dietro al cuore, arrivare con il fiato rotto. devo alzarmi anche se potrei solo stendermi e guardare tutti passare.

sento che questo è il mio momento. me lo dicono le tempie che potrebbero esplodermi da un momento all’altro, lo stomaco dove poggiati ho gli ultimi inqualificabili sei mesi, le mani con le unghie lunghe e senza più segni di spilli.

ho dei problemi con il futuro che potrebbe capitarmi. ho analizzato bene gli ipotetici motivi che temo siano riconducibili ad uno solo, principalmente. l’incertezza delle curve. se non posso sapere, nemmeno con presumibile certezza, quali siano le parabole seguite da chi mi circonda tendo a chiudermi in autarchia.

“se posso farlo io ce la possono fare tutti”. il principio di base che mi porta a credere che gli altri mentiranno, urleranno, si ammaleranno.

“se è capitato a me può capitare a chiunque”. il principio di altra base che mi fa essere sicura che gli eventi e le circostanze non siano frutto di meritocrazia ma di uno “spalmato” irregolare.

prendo le mie sensazioni e le unisco alle convinzioni, ne viene fuori un piatto di metafisica non commestibile, assimilabile, tantomeno invitante.

ho dei problemi con l’italiano scritto. un coagulo di incomprensione per me stessa che inettato nelle vene altrui diventa l’embolo letale. ma dei coaguli altri non si muore nè ci si ammala. probabilmente se è vero che nessuno si salva da solo deve essere pur vero che nessuno infierisce letalmente sugli altri.

È tutto cambiato sempre così velocemente che cercare di orientarmi aspettando che l’ago ritrovasse il nord mi è stato impossibile, come ora. Allora devo fare come ho sempre fatto, sempre nel bene e sempre quando è stato il male. Prendere le distanze, trattenere il fiato, compiere una sommaria valutazione delle circostanze e saltare. Senza aspettarmi paracadute, reti, corde, braccia o palliativi di qualsiasi forma.

Tutto si amplifica poi in relazione della possibilità o meno di tornare indietro, perchè prima o poi il punto di non ritorno ha ingoiato tutti e non farà salva nemmeno me.

Alla stazione dei treni. Ma questo la prossima volta.

baaam

2012/01/30

le aspettative sono armi di distruzione di massa.

idiosincrasia

2011/11/03

le sei di mattina sono fatte per andare a correre. sono anni che mi sveglio quasi tutte le mattine alle sei per il gusto di correre. tra i tanti orari in cui è possibile andare a correre nessuno è migliore delle sei. ho corso alle sette, alle otto, alle una, alle quindici, alle venti, alle ventidue, alle ventitrè, alle due, alle quattro. ma le sei di mattina sono fatte apposta per la corsa.
le sei di questa mattina e l’ora di corsa che ne è seguita me li ricorderò per tutta la vita. arrivano dopo circa due ore dal momento in cui apro gli occhi per non richiuderli ancora.
l’orologio è impietoso quando segna le quattro, così come lo è il sonno quando non si vuol concedere. sono così femmina che non concepisco il rifiuto, nemmeno del sonno. sono così donna che a mia volta nego a chi mi rifiuta di compiacersi per i segni che mi procura la sua mancanza. alle cinque i miei piedi prendono confidenza con il pavimento: sono in pista come tutte le mattine e come nella gran parte di esse prima di infilare le scarpe da corsa devo aspettare che il padreterno accenda la luce, almeno quel minimo per farmi intuire la strada.
faccio la zingara tra il bagno, la cucina e il tavolo del cucito. come nella gran parte delle mattine in cui devo attendere i comodi del padreterno mi diletto nelle attività di casalinga solo che stamattina mi riescono male, proprio male, così male che mi giro di culo sono a ricordarmene.
alle cinque e quarantacinque minuto più minuto meno infilo le scarpe da ginnastica sulla soglia di casa, alzando gli occhi al cielo mi accorgo che non è più notte ma non è ancora giorno, prendendo boccate lunghe di aria respiro nebbia densa, quasi acqua. è una sensazione bellissima. tiro la zip del kway in modo da chiuderla il più possibile. accendo l’ipod bassissimo e spingo sotto il lobo delle orecchie la cuffia di lana verde.
mi allontano pochi centimetri dalla porta di casa (centimetri non metri) e voltandomi non la vedo più. sono circondata da una nebbia che ammutolisce. i primi passi sono lunghissimi, affondo i piedi e tiro i novanta gradi delle ginocchia fino a terra, regolo i battiti a ritmo imposto, sgrano il collo.
sono fortunata, stamattina sono fortunata, ho rotto il fiato prima di cominciare a correre.
scorro le canzoni, ruggisce un melodico patton dalle cuffie, e io corro facendo gioco con le braccia. sembro le rotelle del meccanismo di un orologio. solo che l’impulso lo danno i piedi i quali spingono le gambe che a loro volta incitano la colonna dorsale. sugli unici quattrocento metri di dritta sento che se la perfezione di un movimento naturale esiste io la sto eseguendo senza il minimo sforzo.
quando corro, generalmente, non mi preoccupo mai dell’orario per due motivi parimenti fondamentali: il primo è che sono una libera professionista (eheheheh) non soggetta a cartellino, il secondo è molto più semplice e consiste nel fatto che quando corro non voglio rotture di coglioni.
passata la metà del classico giro che faccio tutte le mattine comincia una salita feroce nella quale sono solita azionare il da me soprannominato “aiuto dall’ipod”. smanetto i tasti e sgrufolo la memoria virtuale, tolgo attenzione al percorso e gli occhi dalla strada, smetto solo quando attacca smooth criminal.
… una cosa nera mi si è parata di fronte!
mi fermo, stolzo o sobbalzo che dir si voglia, sono incappata in un pony. quel pony che sta sempre lì, sono solo io che stamattina me ne sono dimenticata. detta così appare poca cosa ma posso giurare che tutto ciò è tanta robba: alle sei e venti di mattina, dopo trenta minuti di corsa, calata nella più fitta nebbia degli ultimi venti anni della valpadana (soprattutto perchè io sono di perugia).
faccio in tempo a pensare di tutto: un cavallo alato mi sta per rapire, è scappato un arabo dalla vicina stalla dello sceicco, è arrivata la fanteria, “mo mojo”.
fa in tempo a pensare di tutto ma sicuramente l’ipotesi che lo convince di più è: questa che calata in una nebbia fittissima alle sei e venti di mattina ha già fatto trenta minuti di corsa (e minimo ne deve fare altri trenta) e, nel frattempo imita con gridolini Michael Jackson, è una cretina. non so perchè ma mi viene da pensare che mica ha tutti i torti.
il problema permane, io sono ancora ferma impalata e lui non accenna a muoversi.
non lo posso saltare, non lo posso abbattere, lo devo a-girare.
non è un ostacolo, non è un problema, è un pony.
chiedo scusa, cammino deviando leggermente, ricomincio a correre.
buongiorno mondo, sono le sei e venticinque, mora increspata dalla nebbia che a te ha reso la chioma canuta, ti sei appena svegliato e io già sono stanca… facciamo un gioco: vediamo chi arriva prima a casa.

Difficilmente mi capita di scrivere a casa. Probabilmente perché ho costruito un rapporto sbagliato con questa casa. Con questa e non con altre. Nelle altre avevo qualcuno da aspettare, qualcuno da sopportare, qualcuno da non infastidire con il mio personalissimo disordine. Oggi per la prima volta dopo più di un anno che abito in questa e solo in questa casa ho pensato che dovevo scrivere quello che mi porto dietro. Una strampalata autobiografia che di privato ha veramente troppo poco. Chi di quanti leggono non sa che sono stata fidanzata per nove anni con Massimiliano? Chi di quanti leggono non sa che l’ho lasciato senza un motivo vero ma su indizi (pochi e non concordanti) che mi facevano presumere che avrei trovato altrove la felicità? Chi di quanti leggono non sa che ho mischiato vite, distrutto programmi in corso d’opera, guastato feste e matrimoni, trottato per chi non aveva le gambe e masturbato andirivieni su e giù per l’Italia? Chi non sa che seppure io e Massimiliano ci siamo lasciati da più di due anni non ci siamo mai persi di vista? Lo sapete tutti, chi mi legge distrattamente chiedendosi “chissà che avrà scritto Carolina sul blog?” e chi frequenta assiduamente queste pagine come se pensasse di trovarvi un pensiero veramente lineare e coerente con quello che ho da raccontare. Quel poco o tanto, non si discute. Ho dedicato la mia seconda tesi “agli uomini della mia vita” quando ancora erano veramente molto pochi e circostanziati alla meritocrazia. A Filippo che è morto per colpa di molta meno fortuna di quella che assiste me sulle due ruote. A mio padre che primo tra tutti mi ha sempre fornito la lettura peggiore ma più corrispondente alla verità di quello che sono i motori, i rapporti personali e i sentimenti provabili. A Lorenzo, perché Lorenzo è uno solo, non lo cambiano le distanze, non l’hanno modificato gli eventi. Lorenzo è colui che non senti per anni ma ti chiama appena prima de suo matrimonio per chiederti se vuoi fargli da testimone. A Riccardo che mi ha preso per mano in un percorso che ancora non ho concluso e che insegnandomi a perseverare mi ha imparato il nobilissimo valore dell’amicizia e dell’affidabilità. Infine in quella dedica senza nomi, non per importanza ma proprio perché di importanza di fronte a tutti ne ha avuta sempre immensa, ho imputato il posto a Massimiliano. Che per me rimane e sarà sempre Massimiliano. Così Massimiliano che ancora oggi non mi domando se le cose siano giuste o sbagliate ma se Massimiliano le farebbe in un modo piuttosto che in un altro. Io ovviamente le ho fatte sempre nell’altro.
Dalla dedica della tesi sono passati anni, taglie di jeans e molti, ma molti uomini. Anche se poi alla fine, tirando la linea tra coloro che sono passati e coloro che sono rimasti il risultato è ancora quella maledetta dedica senza nomi. Sono gerarchicamente organizzata, classifico in un sempre variabile ordine molte delle persone e molti degli eventi che ho conosciuto. Pochi giorni fa mi si chiedeva di fare una classifica dei piaceri della vita. Al primo posto ricordo di aver messo il buon mangiare e il rispettabile bere. Sono godereccia, il mio carnato non incanterebbe nemmeno il più inesperto dei nutrizionisti. Il secondo posto, in un eccesso di Carolina, l’ho affibbiato a “la quarta del bicilindrico a v” facendo così guizzare il mio impertinente sopracciglio oltre il limite dell’arcata oculare e posizionandolo bell’emmeglio sulla fronte. Il mio personalissimo bronzo l’ho concesso al ridere (quello di gusto), il quarto al sesso, il quinto non me lo ricordo.
Dalle casse dell’harman sta passando il cd dei R.E.M.. Uno dei regali di Luigi. Era proprio a lui che facevo questa classifica. Proprio lui che mi regalato la foto incorniciata che aveva nella parete del suo studio quando l’ho conosciuto e che più delle altre mi piaceva. Glielo dissi un giorno e non seppi mai rispondere perché mi piacesse tanto quella foto fatta di un fotomontaggio che ha come sfondo il mare e protagonisti due ragazzi, uno che fa un tuffo (ma è più verosimile che stia volando come superman) e uno che sta seduto con la testa ciondolante in avanti. Luigi arrivò un giorno con la cornice in mano, dopo parecchio tempo che vidi per l’ultima volta quella foto e, si giustificò dicendomi che cambiava stanza e le foto erano troppe per entrarvi tutte in quella che andava ad occupare. Riconosco le borse false e le scuse, quella che mi aveva detto non era certo una borsa falsa ma un modo per farmi accettare quel regalo.
Ho avuto una nottata difficile. Non difficile come le solite che sono solita chiamare tali. Difficile davvero. Un invito a cena accettato all’ultimo momento. Arrivo con il migliore dei rossetti, con il più corto dei vestiti, con il più alto degli stivali. La cena corre veloce, chiacchere sulla settimana passata, ricordi tirati fuori dalla trappola del dimenticatoio, una bottiglia di vino che gli regalai mesi (parecchi) fa. Ma si sa, se al fascino di un uomo resisto al cibo e al vino no, mica gliel’ho dato a casa l’oro.

Mi addormento, non del sonno dei giusti, piuttosto quello delle ragazze che non diventano mai ragazzacce. E poi? Un paio di ore dopo aver chiuso gli occhi Massimiliano mi da una scossa come se ci fosse un terremoto che ci sta per seppellire: ha in mano il mio cellulare. Una frazione di secondo, lui che mi guarda dritto negli occhi e io che gli passo, senza vergogna, il peso degli ultimi due anni. Se le persone si valutassero dai pesi che si caricano di sicuro Massimiliano sarebbe molto migliore di quello che già è. Una frazione di secondo, cominciata molto prima che io venissi svegliata, iniziata quando ha cominciato a scorrere anni di messaggi. Il cellulare, a lui che da il pane tutti i giorni, gl’ha tolto il cuore tutto insieme. Io sono calma, di una calma che fa perfettamente rima con serenità, lo guardo e mi viene in mente quella parte del padre nostro che dice “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” mentre una forbiciata mi spezza la catena che mi aveva trattenuto nel limbo da più di due anni. Senza confessione, senza ammissione, senza negare. Ecco come sono rimasta mentre lui travasava fino all’ultimo grammo quel peso enorme che si chiama bugia. Perché sono una costellazione di imperfezioni, qualsiasi difetto sia immaginabile o imputabile io ce l’ho o sono predisposta ad averlo. Ma la sincerità è l’unica cosa che mi ha sempre contraddistinto e ringraziando Massimiliano, da oggi mi contraddistinguerà per sempre. Lo sguardo finisce in parole. Dette pacatamente, con qualche lacrima che viene giù dagli occhi, senza urla o parolacce. È un tripudio di affermazioni non opponibili, lui parla e non si lascia prendere la mano né dalla sua incazzatura né dalla mia miseria. È come sempre Massimiliano. Non si sbilancia, non infierisce. Sembriamo tornati ai tempi delle superiori, quando mi spiegava matematica e io non ci capivo veramente un cazzo ma annuivo con la testa. Questa volta non annuisco ma capisco veramente. Se qualcuno ti accende la luce nel bel mezzo del tunnel non c’è bisogno di dannarsi tanto ad arrivare fino in fondo. Continuo a mantenere un discreto tasso di zucchero nel sangue, sono serena ma ho comunque bisogno di dormire. E mi riaddormento tanto ormai non solo la frittata è fatta ma addirittura è in tavola pronta per essere mangiata. Quando riapro gli occhi ci metto diverso tempo per capire: a) dove sono, b) chi sono, c) avrò sognato tutto? Se si cazzo devo prenderne un’altra di quelle bottiglie di Nosiolo, veramente robba di altissimi livelli. Devo togliermi il dubbio all’ultima domanda. Lo sveglio, o almeno gli faccio aprire gli occhi e la doccia fredda è la risposta al mio come stai: “come sei stata tu questi ultimi anni?”. Mi alzo, avvio verso la cucina per mangiare qualcosa e constato “cazzo, mi sa che stai parecchio male”.
Faccio colazione attaccata al termosifone, caffè nero bollente e pane avanzato dalla cena. Cazzo che colazione, se il buongiorno si vede dal mattino prevedo giornata di merda. Come infatti si sta dimostrando.
Fermo le dita sulla tastiera, il timer del forno mi chiama, lo spengo, mi risiedo e guardo ancora quella foto. Finalmente capisco perché e cosa mi piace tanto. Che seppure è un fotomontaggio è dannatamente vera. Se quei due fossero una storia, una qualsiasi storia, rappresenterebbero l’emblema di come si rimane alla fine delle danze. Uno sfinito, seduto, con la sta ciondolante e la schiena ad arco. L’altro leggero, libero, che vola via.
Vedo, immagino, le facce di chi sta leggendo, di qualcuna delle persone che ho citato in questa storia e di coloro che non sono stati menzionati. Chi prima e chi dopo vi starete domandando il motivo di questo vomito. Per me, per liberazione, per amor del vero, per far onere a chi mi ha dannato e onore a chi mi ha salvato. Ho ceduto alla smania di cronaca, ho ceduto alla smania di vivere senza senso, ho ceduto alla tentazione di costruire per distruggere.
Le persone non si salvano, mai da sole, men che meno dalle altre. E non ha ragione Barbara che mi dice che se la persona che provoca una ferita non è in grado di ricucire dopo aver disinfettato probabilmente è meno apprezzabile di quanto è lo sia stata quando si è amata. Le persone sono apprezzabili solo quando dimostrano una coerenza, tra le parole e i fatti, tra le parole dette e quelle che diranno, tra i fatti compiuti e gli errori che non ricommetteranno.
Sono frasi lunghe, mi ingarbuglio persino io a rileggerle. Ma il rospo è fuori, davanti a me, molto meno grande di quando mi scavava lo stomaco. Ho ricominciato parecchie volte per i miei pochi ventisette anni. La differenza tra questa e le altre? Che questa volta sono sola, veramente sola, senza salvagente e senza boa da raggiungere, senza fiato, senza pinnette, senza nessuno da inseguire, senza nessuno che mi insegue.
Non auguro a nessuno di mettersi nei miei panni e chiunque di voi leggendo quanto ho scritto provasse a farlo lo consiglio di fare poco affidamento sulle circostanze, a me almeno hanno sempre remato contro.
Visto il ricorso che precede, visti gli articoli del codice morale e di procedura morale mi condanno ad una pesante riflessione. Dichiaro l’imputata colpevole di aver creduto e amato, e come pena subordinata vista l’aggravante di aver mentito il motivo di abbandono procurato anni indietro le infliggo la pena ulteriore di rimanere in ginocchio per lungo tempo. Dispongo la reclusione in camera di isolamento e prego le Signorie Vostre di interrompere il silenzio solo per stretta e congruente motivazione.

on air patty smith

2011/01/25

c’è un gioco tra noi due. tra me e l’usciere della procura.
l’ho visto per la prima volta tre anni fa e stentavo a credere che potesse fare solo l’usciere. ha la faccia, i modi di fare e la voce di un sergente, stile film americano in cui recita tom hanks. uno in quel modo può fare solo il sergente in un film americano. e invece, in un capoluogo di provincia italiana fa l’usciere che, nel microfono dismesso di una vecchia rock star, dice: “cassellario giudiziario” “ricezione atti” “dibattimento”. a necessità, ovvero se qualcuno gli paventa l’ipotesi di doversi recare ai piani alti: “segreteria del/della dott./dottoressa”. se ne sta dietro a quel cazzo di vetro, accende quel cazzo di megafono se deve dire una delle sue quattro frasi e, ti fissa come se si domandasse che cazzo fai quando non gli sei parata davanti. in due anni gli ho dato l’opportunità di farsi e rivedersi tutti i film che voleva, con me protagonista ovviamente.
come?
ha ascoltato intere mie telefonate, mi ha vista leggere (quando vado in procura mi porto sempre un libro da leggere visto che la fila potrebbe durare anche ore), ha atteso di vedermi mettere via le cuffie dell’ipod per passare sotto al metal detector.
ma, come dicevo, tra noi due c’è, o meglio, c’era un gioco.
il primo anno di pratica legale, stante lo studio nel quale conseguivo il diploma in “schiava volontaria”, ero solita recarmi in procura, soventemente. allora, dal tabellone apprendevo che mancava solo un numero prima che io venissi chiamata ero solita alzarmi e impalarmi di fronte alla porta antipanico. tra me e la porta antipanico c’era solo un metro, tre scalini e le colonne del metal detector (ovviamente sprovviste di capitello corinzio. tra il dorico, ionico e corinzio io preferisco quest’ultimo). allora, con me parata davanti alla porta antipanico e al mio sguardo votato al tabellone luminoso, il sergente de noaltri rimaneva completamente silenzioso, anche per mezze ore intere.
come?
mi faceva rimanere imbecille, da vera matricola dei praticanti, ad aspettare di essere toccata dal dono dell’avanzamento verso la cancelleria. il bastardo mi ha fatto perdere mezze ore intere di lettura, di telefonate e musica. il bastardo mi ha fatto rimanere mezze ore intere impettita come un bersagliere di fronte all’ultimo dei ministri. il bastardo mi ha fatto domandare mille e più volte “quanto cazzo aspetti a chiamarmi?”.
ma il bastardo è solo un usciere. un usciere della procura (lavoratore dipendente statale pagato con accredito in conto corrente ogni mese) non ha bisogno di correre più veloce di una praticante (volevo fare la parodia della gazzella e del leone ma mi sono mezza pentita quindi l’accenno e non la finisco).
morale: due anni di pratica e l’ho doppiato.
come?
con un fantastico istituto di diritto civile: la confusione!
quando vado in procura il mio primo impegno professionale è confonderlo. mi avvicino al nastro elimina-code, con la massima indifferenza (che ostento per puro tuziorismo difensivo) prendendo il biglietto e lo guardo come se fosse un vecchio scontrino. ovviamente sto ben attenta a non farglielo leggere che numero c’è scritto. non gli do peso, in poche parole. prendo spunto dal proverbio che dice “con un occhio friggi e con l’altro guarda il gatto” e, guardinga, butto l’occhio al tabellone luminoso. da ora comincia il count down. ad ogni “tiritì” e contestuale “ricezione atti” conto mentalmente la progressione numerica.
le prime volte rimaneva confuso, confuso veramente lo posso giurare (tanto di caro non ho nulla, compero ogni vestito alla bancarella dell’usato). dopo sei mesi di questo giochetto però la gazzella ha ricominciato a correre. sono due volte che come prendo il numero, quasi a dimostrazione che sa dire anche un’altra frase, mi domanda “che numero ha lei?”. inutile fare la gnorri, inutile far finta di aver un concerto metal nelle cuffie o il presidente della repubblica che mi elogia dalla cornetta del telefono. lui vuole me!
ma non me ‘nculi caro usciere. “faccio anticamera ad una collega” oppure “ho preso il numero per la ricezione atti ma devo andare al dibattimento”. comunque, la mia preferita è “devo portare solo la marca da bollo” come se avessi in mano il fungo dell’invincibilità di super mario bross.
considerazione finale al memento fino ad ora redatto.
se nasci usciere non muori praticante.
se nasci praticante cerca di non morire usciere.

fuori come un vomito. in un secondo mi trovo nuda di nuovo. io e loro, come ai vecchi tempi, quelli in cui lanciavo qualsiasi cosa pur di non rispondere alle domande. lanciare la cosa che tengo in mano mi abilita a credere che io possa staccarmi dalla presa che mi attrae.
la prima volta apre la via, che sia stretta, dritta o scoscesa.
la prima volta apre il rubinetto, che sia di acqua, di sangue o di lacrime.

lei era con me in bagno, mi teneva per gli occhi, mi guardava per farmeli chiudere. sa che ad occhi chiusi diventiamo la stessa persona, io e lei, noi, io.
non molla. ha la testa dura della fame, di chi non ha alternative, di chi è e basta.
non molla: in piedi, rigida e leggera, nera e lucida, amara e scalza.
la imploro: carponi sul pavimento, colla mano in agonia per arrivare alla sua estrema pietà, colla schiena scoliotica per portare la testa alle caviglie. un vettore di emozioni infilate in un barattolo già pieno.
perdo un battito dalla serie, da bravo pastore per ricercarlo mi dimentico di tutti gli altri. non respiro, non è apnea, non respiro e basta. in bocca non c’è più saliva, la lingua ha lasciato il letto, si sbatte sul palato, vorrebbe finire sotto le tonsille.
come palle da biliardo gli occhi sono smazzati, ne ho uno a destra e l’altro fisso al centro, sento le pupille come due sassi.
qualcuno scioglie la corda che mi tiene appesa e mi da la forma di scatolone rovesciato a terra. la pancia si ribella alle mattonelle gelate, non può prenderci confidenza, troppo sudata lei, troppo bianche loro. la forma continua ad essere quella di uno scatolone, ma stavolta schiacciato da un camion che non ha minimamente accennato a scalare.
i capelli sono una scopa, la giugulare pompa sangue nel collo: del piede, il labbro inferiore tra i denti. riprende il respiro.
rantolo. l’aria che entra è pura combustione, tutto brucia dentro al torace ma il cuore non si scalda. i respiri si azzuffano, lottano per entrare uno prima dell’altro come ragazzine in un negozio per ragazzine.

aspetto di morire per rinascere, almeno l’altra volta mi succedeva così. aspetto il momento in cui ho talmente tanta aria dentro la pancia che posso solo scoppiare come una palla.
ma questa volta qualcuno chiude il compressore prima che io sia satura di ossigeno. la porta dietro di me scorre e i capelli sembrano muoversi al vento. torno in piedi ma, non proprio sui miei.
la schiena sbatte sulle lenzuola, uno specchio d’acqua si rovescia nell’esofago, sento il mio nome ripetuto più per convincermi che mi chiamo in questo modo che per farmi sapere che non verrà dimenticato.
lei è scomparsa, non c’è più.
lo capisco dalla mole di dolcezza che non mi lascia sprofondare sotto il livello della vita. tutum tutum tututum tutum tutum tutum tutum. i miei sessanta battiti sono tutti, almeno per il momento, a casa.

le scarpe di Simona e la matassa si sbandola in un secondo.
ho quasi ottanta paia di scarpe. estate, inverno e mezze stagioni comprese. anche quelle che non ci sono più.
chi le guarda e dice che sono una consumatrice compulsiva, chi le guarda e passa, chi le guarda e pensa che sono solo una ragazzina viziata.
da quando ho visto la foto delle scarpe di Simona ho dato un senso diverso alla ricchezza della mia scarpiera, ho riconsiderato la natura della smania che mi spinge a fare mio talvolta un tacco dodici talaltra una sorniona ballerina.
nutro verso le scarpe un’aspettativa del tutto simile a quella che ripongo verso una storia d’amore, anzi, le scarpe sono per me il parallelo di un uomo.
le scarpe si indossano solo ai piedi.
un foulard puoi piegarlo e avvitarlo ai fianchi per farlo diventare una cintura ma di un paio di scarpe mai potrai farne un maglione.
le scarpe proteggono i piedi.
che siano ballerine o stivali, di pelle o canvas. fanno quello che possono ponendo il piede in una sorta di campana di vetro. a volte l’acqua entra, a volte il freddo passa, a volte un chiodo buca.
le scarpe che più bello fanno il piede sono quelle che maggiormente lo fanno soffrire.
trampoli travestiti da umili tacchi, lacci simili a quelli emostatici, tomaie tanto dure quanto la testa della cocciuta che si ostina a sacrificarsi, borchie che stringono il collo del piede come un collare quello di un cane feroce.
non riesco a buttare le scarpe vecchie. le camper comperate il terzo anno di scuola superiore, le nike air max compagne di tanti chilometri di corsa, il sandalo di pelle nera fattomi sul piede da quel calzolaio di firenze, le timberland dell’università, lo stivale di gomma che usavo per andare a cavallo, le superga blu, le francesine di bruno magli tacco 12 comperate nel natale 2007 quando ancora avevo le stampelle, la ballerina di ferragamo che avrebbe bisogno di un ritocco alla vernice, i dr. martens fiorati delle estati adolescenziali, i beatles di pollini che mia sorella non voleva più, le rucoline maculate con tutti brillantini, le decoltè blu elettrico rosa shocking verde acido, la collezione di ben sei paia di stan smith di cui uno solo a sfondo nero, le church’s della laurea con tanti puntini quanti i ringraziamenti che dovevo…
le scarpe muovono una persona, le scarpe la elevano, le scarpe stringono.
si lavano, si lucidano, si vendono con la loro scatola.
le scarpe puzzano, invecchiano, passano di moda.
le mode ritornano, le scarpe vintage vanno a ruba, le scarpe si riempono di talco mentolato.
una volte uscite dal negozio le mie scarpe difficilmente rientrano nella loro scatola, le scarpe stanno a contatto con la parte più bassa del mondo.
le scarpe si possono slacciare, le scarpe impongono una postura.
le scarpe può chiedermele in prestito un’amica e tac, come le vedo ai suoi piedi non le voglio più indientro, non si chiamano più pietro, non sono più le mie scarpe.
due paia di scarpe non sono mai uguali, nemmeno quelle che torni a comperare l’anno dopo nello stesso negozio dell’anno prima.
le scarpe, una volta rotte puoi buttarle o conservarle.
primo piccolo segreto.
delle scarpe non ho bisogno, passo intere domeniche scalza.
scalza vado a fare colazione al bar e a comperare il giornale, scalza pulisco casa, scalza vado a pranzo dai miei genitori.
secondo piccolo segreto.
la maggior parte delle persone che conosco a domanda sul punto affermano di scegliere le scarpe da indossare in combinato disposto ai vestiti che hanno preliminarmente scelto.
quando mi vesto scelgo le scarpe, poi, tutto il resto.
terzo piccolo segreto.
in macchina ho sempre tre paia di scarpe.
uno stivale di gomma perchè ai funghi si alternano gli asparagi, un sandalo nero perchè al giorno si alterna la notte, una running che non si sa mai.

ore 15.51 di ritorno da una pausa pranzo lenta. in netto anticipo sul mio orario di lavoro, in netto ritardo per il mio consueto. carne semidecongelata il mio pasto. il lato positivo di essere single e vivere da soli è che posso dire di aver mangiato “carpaccio”. che vuoi che ne sappia chi non era con me? ho chiuso gli occhi mentre trovavo una posizione sul divano. li ho riaperti trenta minuti dopo con il cellulare che strillava “billie jean'” ovvero la suoneria che ho scelto di far squillare ogni volta che mia madre ha deciso di telefonarmi. mi alzo, lavo il viso, rinfilo i vestiti e imbocco la porta di casa. fuori. di nuovo nel mondo. la bolla nella quale ero sospesa è stata schiacciata dalla moon walk.

ore 16.10 chiama l’avvocato. “Carolina mi venga a prendere”. il tututututu suona beffardo, come se la comunicazione fosse stata a tre.

ore 17.15 rispondo ad un messaggio, leggo qualche cazzata su facebook, mi asciugo l’occhio pesto dalla congiuntivite. tento di scrivere le conclusioni alla comparsa. l’ho battuta tutta sull’univocità della volontà manifestata. trovo le scuse per altri.

ore 18.03 so rimettere a posto un fascicolo. davanti a me l’equivalente di due risme di carta vergine. solo che la mia è sporca. va sfrondata. da una parte la citazione dall’altra l’opposizione. i documenti insieme ai documenti. gli statini insieme agli statini. il memory della professione. la plastica di colore nero del telefono non rende giustizia al suo incessante suonare.

ore 19.09 che botta!

ore 19.16 dodici ore fa entravo a studio. tasto verde e via l’allarme. chiave lunga e si scioglie il chiavistello a quattro mandate. chiave rossa, click, cazzo, ieri sera mi sono dimenticata di chiudere la seconda serratura. parete sinistra, secondo pulsante, su le serrande della segreteria, stanza avvocato, terzo pulsante, su le serrande della stanza dell’avvocato, stanza mia, pulsante centrale, su le serrande della mia stanza, stanza ingegnere, quinto pulsante, su le serrande stanza dell’ingegnere. se hai metodo ti faciliti la vita, se usi un metodo non tuo la vita diventa metodica. dimenticavo. fumo la diciottesima sigaretta. le sigarette che fumo in un giorno me le ricordo tutte. tutte quelle che fumo nello stesso giorno. ogni giorno non riesco a decidere quale sia stata la più buona. a mezzanotte l’incantesimo di cenerentola si spezza. reset. a mezzanotte e un minuto non mi ricordo più quante sigarette io abbia fumato nel giorno appena concluso. da mezzanotte e un minuto posso ricominciare a domandarmi “sarà questa o quella che fumerò tra poco la sigaretta più buona dell’intera giornata?”

ore 20.20 pan per focaccia. sorridi stronzo, che è il dolore a dar valore alle cose. le proprie parole sono un suicidio.