ore 15.51 di ritorno da una pausa pranzo lenta. in netto anticipo sul mio orario di lavoro, in netto ritardo per il mio consueto. carne semidecongelata il mio pasto. il lato positivo di essere single e vivere da soli è che posso dire di aver mangiato “carpaccio”. che vuoi che ne sappia chi non era con me? ho chiuso gli occhi mentre trovavo una posizione sul divano. li ho riaperti trenta minuti dopo con il cellulare che strillava “billie jean'” ovvero la suoneria che ho scelto di far squillare ogni volta che mia madre ha deciso di telefonarmi. mi alzo, lavo il viso, rinfilo i vestiti e imbocco la porta di casa. fuori. di nuovo nel mondo. la bolla nella quale ero sospesa è stata schiacciata dalla moon walk.

ore 16.10 chiama l’avvocato. “Carolina mi venga a prendere”. il tututututu suona beffardo, come se la comunicazione fosse stata a tre.

ore 17.15 rispondo ad un messaggio, leggo qualche cazzata su facebook, mi asciugo l’occhio pesto dalla congiuntivite. tento di scrivere le conclusioni alla comparsa. l’ho battuta tutta sull’univocità della volontà manifestata. trovo le scuse per altri.

ore 18.03 so rimettere a posto un fascicolo. davanti a me l’equivalente di due risme di carta vergine. solo che la mia è sporca. va sfrondata. da una parte la citazione dall’altra l’opposizione. i documenti insieme ai documenti. gli statini insieme agli statini. il memory della professione. la plastica di colore nero del telefono non rende giustizia al suo incessante suonare.

ore 19.09 che botta!

ore 19.16 dodici ore fa entravo a studio. tasto verde e via l’allarme. chiave lunga e si scioglie il chiavistello a quattro mandate. chiave rossa, click, cazzo, ieri sera mi sono dimenticata di chiudere la seconda serratura. parete sinistra, secondo pulsante, su le serrande della segreteria, stanza avvocato, terzo pulsante, su le serrande della stanza dell’avvocato, stanza mia, pulsante centrale, su le serrande della mia stanza, stanza ingegnere, quinto pulsante, su le serrande stanza dell’ingegnere. se hai metodo ti faciliti la vita, se usi un metodo non tuo la vita diventa metodica. dimenticavo. fumo la diciottesima sigaretta. le sigarette che fumo in un giorno me le ricordo tutte. tutte quelle che fumo nello stesso giorno. ogni giorno non riesco a decidere quale sia stata la più buona. a mezzanotte l’incantesimo di cenerentola si spezza. reset. a mezzanotte e un minuto non mi ricordo più quante sigarette io abbia fumato nel giorno appena concluso. da mezzanotte e un minuto posso ricominciare a domandarmi “sarà questa o quella che fumerò tra poco la sigaretta più buona dell’intera giornata?”

ore 20.20 pan per focaccia. sorridi stronzo, che è il dolore a dar valore alle cose. le proprie parole sono un suicidio.

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mi autocelebro clemente stante la possibilità di vergogna che ti lascio. fin troppo onore e troppa grazia quella che ti concedo. da quando ho imparato ad amare ho conosciuto il vero significato della libertà e quanto prediligo l’alternativa del respiro alla sorte delle catene. sono stata tradita da chi diceva di amarmi. l’ho accettato e mai ho tentato di inverdire il sentimento della rabbia o rinvangare quello del rancore. mi sono scoperta terribilmente femmina nell’amicizia, per quanto i motivi fossero quelli di plurime e annose litigate ti paleso che sono stati i modi ad infastidirmi, anzi a schifarmi. hai materiale su cui riflettere, ammesso che tu comprenda il senso di queste poche parole. confidando nel mio timore che tu possa o voglia fraintenderle chiarisco ulteriormente quanto più posso. chi rompe paga e i cocci sono suoi. se è ipotizzabile che gli errori si perdonano e alle male situazioni si rimedia è parimenti vero che alla cattiveria non si può prescrivere altra medicina se non una dose massiccia di perfidia. mi hai tolto la fiducia del nostro rapporto, mi hai strappato la sicurezza più grande che ho mai avuto, hai gettato in pasto alle formiche l’immensa mole di lavoro che ci aveva piegato in tantissimi anni. sono costretta, mio malgrado, a ricambiarti. sai cosa ti tolgo, conosci la tua punizione e credimi, non è quanto dovrei infliggerti. avessi un preventivo di probabilità che potessi ritornare a questa vita avresti le foto di me appesa per una corda ad un albero. avessi l’impunità per i reati dalla stessa corda penzoleresti tu. ci vedo netti e distinti, astanti delle rispettive vite, non più secanti e complici, meno forti, persi. diventa uomo e prenditi la responsabilità di quello che hai fatto, della sofferenza che provi e che proverai, della solitudine che hai scelto. non ho piaceri da chiederti, nemmeno quello di voltarti quando ci incontriamo. mi basta pensare a quello che hai scelto per noi e come lo hai fatto per essermi completamente indifferente. logica vuole che se una pianta vive di sola acqua occorre non fargliene mancare per mantenerla verde. intendi buona questa realtà perché ciò è quanto.