Fortunatamente la stagione estiva dura sempre meno, almeno nella mia percezione. Ecco scodellato il pensiero che mi pervade poco dopo che ho infilato la pesante felpa con la quale sono solita andare a fare la passeggiata di fine serata per i vicoli del piccolo paese dove abito. Ovviamente, manco a dirlo, di cromo nero. Come la grande maggioranza dei miei vestiti. Anni fa sposai la teoria che poche alternative corrispondono nella minor possibilità di errore. Nero con nero non tradisce mai, dal matrimonio al funerale, dal lavoro alla palestra, dalle mutande ai capelli. (vostro Dio quanto divago). Infilo la pesante felpa, sono le dieci di sabato sera e, ringraziando le circostanze, sono sola. Esco di casa, sono le dieci di sabato sera e, ringraziando le circostanze, per i vicoli del piccolo paese dove abito c’è nemmeno una persona. Il freddo è una percezione. La pesante felpa stasera è esagerata, la lascio a zip sciolta. Mentre cammino sento la giornata che si ripiega come la lingua di carta delle trombette di carnevale. Alle dieci di sera ho smesso di soffiarci dentro e le sei di mattina – ora nella quale mi sono svegliata – rimbalzano indietro (anche se nel caso di specie dovrei dire avanti). A ruota seguono i quarantacinque minuti di corsa, i biscotti e il cappuccino, la chiacchierata di ben due ore con mia madre, le tre gonne cucite, i due pareri fatti, le tazze di tè e camomilla,
Solo in estreme occasioni metto il cappotto o simili. Ho perso l’abitudine negli anni dell’università. Ho tantissimi diversivi da indossare in vece del cappotto. Sciarpe tipo di Gulliver, giacche corte e di una taglia infinitamente più piccola della mia, giacchetti di pelle (che mettono assai più freddo di quanto non ne riparino). Non c’è un motivo che mi appare significativo e che potrei additare come unico tra gli altri. Il più probabile potrebbe essere è che il cappotto mi è d’impiccio. E tra il freddo e l’impiccio prediligo il gelo. Le condizioni che posso definire “estreme” e mi obbligano al cappotto sono: il freddo vero e “incontrare persone che, vedendoti senza, potrebbero pensare che non hai i soldi per comperarlo” (cit. mia madre). A chiusura dell’assunto, e in base ad una conta sommaria degli indumenti classificabili come cappotti o simili, dichiaro di averne una ventina. In macchina, al momento, ne ho ben tre. Un impermeabile nero, un giacchetto antivento per andare in moto nero e un cappotto con falda a ruota nero. (vostro Dio che fantasia!). Scivolo dai vicoli alla strada che passa proprio fuori dall’arco d’ingresso del piccolo paese dove abito. Beh, un’altra musica, il vento che tira sembra voglia farmi l’esame radiologico, chiudo la zip e infilo le mani in tasca.
Tadadadam.
Un pacchetto di sigarette dimenticato dalla fine dell’inverno scorso. Un evento. Credo che quando lo dimenticai nella tasca della pesante felpa io non me ne sia nemmeno accorta. Tempo fa ho sposato la teoria che andare a comperare le sigarette mi faceva perdere tempo. Così adesso ne compro una mezza stecca per volta e semino pacchetti come zecchini d’oro. Non ricrescevano in alberi quest’ultimi, non riproducono nuove sigarette i primi.
Beh, ormai l’ho ritrovato, nemmeno mi sfiora l’idea che le sigarette possano avere una data di scadenza. Avrò pensato una cosa tipo “massì, la bella stagione durerà si e no tre mesi…”. Ne tiro fuori una, la piazzo nella parte sinistra della bocca e l’accendo. Conto, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre. Riconto, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre. Cazzo, sette mesi. Primavera ed estate sono un’accoppiata terribile. Durano più di metà anno queste stronze. La sigaretta è buona, la passeggiata piacevole, la felpa ancora pesante.

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http://tombasson.wordpress.com/2011/06/20/16-tips-to-simplify-your-life-and-increase-your-productivity/

Difficilmente mi capita di scrivere a casa. Probabilmente perché ho costruito un rapporto sbagliato con questa casa. Con questa e non con altre. Nelle altre avevo qualcuno da aspettare, qualcuno da sopportare, qualcuno da non infastidire con il mio personalissimo disordine. Oggi per la prima volta dopo più di un anno che abito in questa e solo in questa casa ho pensato che dovevo scrivere quello che mi porto dietro. Una strampalata autobiografia che di privato ha veramente troppo poco. Chi di quanti leggono non sa che sono stata fidanzata per nove anni con Massimiliano? Chi di quanti leggono non sa che l’ho lasciato senza un motivo vero ma su indizi (pochi e non concordanti) che mi facevano presumere che avrei trovato altrove la felicità? Chi di quanti leggono non sa che ho mischiato vite, distrutto programmi in corso d’opera, guastato feste e matrimoni, trottato per chi non aveva le gambe e masturbato andirivieni su e giù per l’Italia? Chi non sa che seppure io e Massimiliano ci siamo lasciati da più di due anni non ci siamo mai persi di vista? Lo sapete tutti, chi mi legge distrattamente chiedendosi “chissà che avrà scritto Carolina sul blog?” e chi frequenta assiduamente queste pagine come se pensasse di trovarvi un pensiero veramente lineare e coerente con quello che ho da raccontare. Quel poco o tanto, non si discute. Ho dedicato la mia seconda tesi “agli uomini della mia vita” quando ancora erano veramente molto pochi e circostanziati alla meritocrazia. A Filippo che è morto per colpa di molta meno fortuna di quella che assiste me sulle due ruote. A mio padre che primo tra tutti mi ha sempre fornito la lettura peggiore ma più corrispondente alla verità di quello che sono i motori, i rapporti personali e i sentimenti provabili. A Lorenzo, perché Lorenzo è uno solo, non lo cambiano le distanze, non l’hanno modificato gli eventi. Lorenzo è colui che non senti per anni ma ti chiama appena prima de suo matrimonio per chiederti se vuoi fargli da testimone. A Riccardo che mi ha preso per mano in un percorso che ancora non ho concluso e che insegnandomi a perseverare mi ha imparato il nobilissimo valore dell’amicizia e dell’affidabilità. Infine in quella dedica senza nomi, non per importanza ma proprio perché di importanza di fronte a tutti ne ha avuta sempre immensa, ho imputato il posto a Massimiliano. Che per me rimane e sarà sempre Massimiliano. Così Massimiliano che ancora oggi non mi domando se le cose siano giuste o sbagliate ma se Massimiliano le farebbe in un modo piuttosto che in un altro. Io ovviamente le ho fatte sempre nell’altro.
Dalla dedica della tesi sono passati anni, taglie di jeans e molti, ma molti uomini. Anche se poi alla fine, tirando la linea tra coloro che sono passati e coloro che sono rimasti il risultato è ancora quella maledetta dedica senza nomi. Sono gerarchicamente organizzata, classifico in un sempre variabile ordine molte delle persone e molti degli eventi che ho conosciuto. Pochi giorni fa mi si chiedeva di fare una classifica dei piaceri della vita. Al primo posto ricordo di aver messo il buon mangiare e il rispettabile bere. Sono godereccia, il mio carnato non incanterebbe nemmeno il più inesperto dei nutrizionisti. Il secondo posto, in un eccesso di Carolina, l’ho affibbiato a “la quarta del bicilindrico a v” facendo così guizzare il mio impertinente sopracciglio oltre il limite dell’arcata oculare e posizionandolo bell’emmeglio sulla fronte. Il mio personalissimo bronzo l’ho concesso al ridere (quello di gusto), il quarto al sesso, il quinto non me lo ricordo.
Dalle casse dell’harman sta passando il cd dei R.E.M.. Uno dei regali di Luigi. Era proprio a lui che facevo questa classifica. Proprio lui che mi regalato la foto incorniciata che aveva nella parete del suo studio quando l’ho conosciuto e che più delle altre mi piaceva. Glielo dissi un giorno e non seppi mai rispondere perché mi piacesse tanto quella foto fatta di un fotomontaggio che ha come sfondo il mare e protagonisti due ragazzi, uno che fa un tuffo (ma è più verosimile che stia volando come superman) e uno che sta seduto con la testa ciondolante in avanti. Luigi arrivò un giorno con la cornice in mano, dopo parecchio tempo che vidi per l’ultima volta quella foto e, si giustificò dicendomi che cambiava stanza e le foto erano troppe per entrarvi tutte in quella che andava ad occupare. Riconosco le borse false e le scuse, quella che mi aveva detto non era certo una borsa falsa ma un modo per farmi accettare quel regalo.
Ho avuto una nottata difficile. Non difficile come le solite che sono solita chiamare tali. Difficile davvero. Un invito a cena accettato all’ultimo momento. Arrivo con il migliore dei rossetti, con il più corto dei vestiti, con il più alto degli stivali. La cena corre veloce, chiacchere sulla settimana passata, ricordi tirati fuori dalla trappola del dimenticatoio, una bottiglia di vino che gli regalai mesi (parecchi) fa. Ma si sa, se al fascino di un uomo resisto al cibo e al vino no, mica gliel’ho dato a casa l’oro.

Mi addormento, non del sonno dei giusti, piuttosto quello delle ragazze che non diventano mai ragazzacce. E poi? Un paio di ore dopo aver chiuso gli occhi Massimiliano mi da una scossa come se ci fosse un terremoto che ci sta per seppellire: ha in mano il mio cellulare. Una frazione di secondo, lui che mi guarda dritto negli occhi e io che gli passo, senza vergogna, il peso degli ultimi due anni. Se le persone si valutassero dai pesi che si caricano di sicuro Massimiliano sarebbe molto migliore di quello che già è. Una frazione di secondo, cominciata molto prima che io venissi svegliata, iniziata quando ha cominciato a scorrere anni di messaggi. Il cellulare, a lui che da il pane tutti i giorni, gl’ha tolto il cuore tutto insieme. Io sono calma, di una calma che fa perfettamente rima con serenità, lo guardo e mi viene in mente quella parte del padre nostro che dice “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” mentre una forbiciata mi spezza la catena che mi aveva trattenuto nel limbo da più di due anni. Senza confessione, senza ammissione, senza negare. Ecco come sono rimasta mentre lui travasava fino all’ultimo grammo quel peso enorme che si chiama bugia. Perché sono una costellazione di imperfezioni, qualsiasi difetto sia immaginabile o imputabile io ce l’ho o sono predisposta ad averlo. Ma la sincerità è l’unica cosa che mi ha sempre contraddistinto e ringraziando Massimiliano, da oggi mi contraddistinguerà per sempre. Lo sguardo finisce in parole. Dette pacatamente, con qualche lacrima che viene giù dagli occhi, senza urla o parolacce. È un tripudio di affermazioni non opponibili, lui parla e non si lascia prendere la mano né dalla sua incazzatura né dalla mia miseria. È come sempre Massimiliano. Non si sbilancia, non infierisce. Sembriamo tornati ai tempi delle superiori, quando mi spiegava matematica e io non ci capivo veramente un cazzo ma annuivo con la testa. Questa volta non annuisco ma capisco veramente. Se qualcuno ti accende la luce nel bel mezzo del tunnel non c’è bisogno di dannarsi tanto ad arrivare fino in fondo. Continuo a mantenere un discreto tasso di zucchero nel sangue, sono serena ma ho comunque bisogno di dormire. E mi riaddormento tanto ormai non solo la frittata è fatta ma addirittura è in tavola pronta per essere mangiata. Quando riapro gli occhi ci metto diverso tempo per capire: a) dove sono, b) chi sono, c) avrò sognato tutto? Se si cazzo devo prenderne un’altra di quelle bottiglie di Nosiolo, veramente robba di altissimi livelli. Devo togliermi il dubbio all’ultima domanda. Lo sveglio, o almeno gli faccio aprire gli occhi e la doccia fredda è la risposta al mio come stai: “come sei stata tu questi ultimi anni?”. Mi alzo, avvio verso la cucina per mangiare qualcosa e constato “cazzo, mi sa che stai parecchio male”.
Faccio colazione attaccata al termosifone, caffè nero bollente e pane avanzato dalla cena. Cazzo che colazione, se il buongiorno si vede dal mattino prevedo giornata di merda. Come infatti si sta dimostrando.
Fermo le dita sulla tastiera, il timer del forno mi chiama, lo spengo, mi risiedo e guardo ancora quella foto. Finalmente capisco perché e cosa mi piace tanto. Che seppure è un fotomontaggio è dannatamente vera. Se quei due fossero una storia, una qualsiasi storia, rappresenterebbero l’emblema di come si rimane alla fine delle danze. Uno sfinito, seduto, con la sta ciondolante e la schiena ad arco. L’altro leggero, libero, che vola via.
Vedo, immagino, le facce di chi sta leggendo, di qualcuna delle persone che ho citato in questa storia e di coloro che non sono stati menzionati. Chi prima e chi dopo vi starete domandando il motivo di questo vomito. Per me, per liberazione, per amor del vero, per far onere a chi mi ha dannato e onore a chi mi ha salvato. Ho ceduto alla smania di cronaca, ho ceduto alla smania di vivere senza senso, ho ceduto alla tentazione di costruire per distruggere.
Le persone non si salvano, mai da sole, men che meno dalle altre. E non ha ragione Barbara che mi dice che se la persona che provoca una ferita non è in grado di ricucire dopo aver disinfettato probabilmente è meno apprezzabile di quanto è lo sia stata quando si è amata. Le persone sono apprezzabili solo quando dimostrano una coerenza, tra le parole e i fatti, tra le parole dette e quelle che diranno, tra i fatti compiuti e gli errori che non ricommetteranno.
Sono frasi lunghe, mi ingarbuglio persino io a rileggerle. Ma il rospo è fuori, davanti a me, molto meno grande di quando mi scavava lo stomaco. Ho ricominciato parecchie volte per i miei pochi ventisette anni. La differenza tra questa e le altre? Che questa volta sono sola, veramente sola, senza salvagente e senza boa da raggiungere, senza fiato, senza pinnette, senza nessuno da inseguire, senza nessuno che mi insegue.
Non auguro a nessuno di mettersi nei miei panni e chiunque di voi leggendo quanto ho scritto provasse a farlo lo consiglio di fare poco affidamento sulle circostanze, a me almeno hanno sempre remato contro.
Visto il ricorso che precede, visti gli articoli del codice morale e di procedura morale mi condanno ad una pesante riflessione. Dichiaro l’imputata colpevole di aver creduto e amato, e come pena subordinata vista l’aggravante di aver mentito il motivo di abbandono procurato anni indietro le infliggo la pena ulteriore di rimanere in ginocchio per lungo tempo. Dispongo la reclusione in camera di isolamento e prego le Signorie Vostre di interrompere il silenzio solo per stretta e congruente motivazione.

senza braccia

2011/10/13

For liberty there is a cost – it’s broken skulls and leather cosh,
from the boys in uniform – now you know whose side their on –
with backing – with blessing,
from earthly gods not heaven,
a stones throw away from it all
whatever pleasures those who get – from stripping skin with rhino hip,
are the kind that must be stopped – before their kind take all we’ve got –
with loving – with caring,
they take great pride in working,
the stones throw away from it all
whenever honesty persists – you’ll hear the snap of broken ribs,
of anyone who’ll take no more – of the lying bastards roar –
in Chile – in Poland,
Johannesburg – South Yorkshire,
A stones throw away: now we’re there

starring

2011/10/13

il prezzo dell’antipatia è la solitudine, così come la solitudine è la conseguenza della sincerità. mi convinco che le occhiaie sono (e non siano) un’opportunità, che avere un caos dentro non significa necessariamente avere delle stelle danzanti nello stomaco. mi convinco perchè le alternative (sia altrui che mie) sono deboli, per eccesso di zelo avverso le scelte inequivocabilmente giuste (il bianco e il nero non ha salvato solo molti stilisti), per amor di patria se io sono (fossi) uno stato. mi accusano (vanno in guerra con il taglierino), o meglio (molto meglio) provano ad accusarmi, di difetti che non conosco. rimprovero, a chi vuole colpirmi (con un taglierino), inneggiando il colpo sui reali talloni d’achille del mio esasperante carattere, della mia vita, del mio esasperato corpo. è sciocco colpirmi sulla sincerità, in quanto a solidità se la gioca con il mio granitico culo. è insensato sperare di colpirmi rimproverandomi lassismo e incentivandomi ad una emancipazione che ha già fallito prima di me. è sciocco colpirmi alle gambe, chiunque mi vede capisce che non è sopra a quelle che mi ripiegherò.
mi sono riempita la bocca per anni e per diverse litigate con la parola libertà senza mai provare a darla fino in fondo, a nessuno dei litiganti, nemmeno ai ricordi, men che meno alle aspettative.
ma alla meta si arriva, se si arriva e si vuole arrivare, nudi. come quando siamo nati, come quando ci rivestono del vestito migliore per lasciarci alla migliore delle vite.
non vedo la meta ma, batto comunque la strada. a volte di corsa, a volte con i piedi trascinati avanti alla scia di loro stessi, a volte con la testa persa dentro i diversivi, a volte con il cuore caduto fino all’ombelico, a volte in volata.
non vedo, perchè gli unici occhi con cui mi è dato guardare sono i miei. sento il peso di tutta la baracca perchè le uniche gambe che battono sono le mie.
la musica, come l’aria, è cambiata.
di colpo la corrente gelata ha spezzato la calura.
in un piccolissimo tempo, talmente tanto piccolo da aver reso il cambiamento ancor più percepibile, da averlo fatto notare sotto la maglietta, nelle vene che stillano gocce di sangue come spilli.
a volte basta poco, figurarsi il niente.
tra la cinta dei pantaloni e il reggiseno le donne hanno la pancia. c’è chi ci cova figli (e ci trova soluzioni), chi ci allena gli addominali (e ci massacra le paranoie) e chi ci si fa nascere idee.

volevo essere bella, lo sono stata.
volevo essere pazza, lo sono diventata.
volevo conciliare un bel po’ di cose, sono tutte cresciute.
continuo a respirare ma non tremo.
non sono un sasso, non sono una persona.
sono un culo di marmo attaccato ad una colonna vertebrale.
sono un gran cervello messo sopra ad un bel culo di marmo.
sono una colonna di carne, sono un peso massimo di sorrisi, sono la maldicenza dentro al pettegolezzo.
egocentrica, egostrabica, egoaltruista.
sono così, e anche se potessi tornare indietro, mi vorrei tale e quale.
festeggio la mia nascita, festeggio la mia rinascita, festeggeranno la mia morte, festeggeranno quando non avrò più forze, non prima.
punto il mio soldo sull’unico cavallo che ha mezzo metro di vene fuori dal collo. punto il mio unico soldo sulla mia unica certezza.
sono un paio di mani bruttissime. sono un paio di mani bruttissime mosse da una visione tutta loro. non ho occhi, le mie mani bruttissime si. vedono prima di me, vedono prima di toccare, vedono anche quando io dormo.
ho paura solo quando non mi fido. devo starmi sempre ben attaccata se voglio fidarmi. se qualcuno mi dice che devo stare tranquilla che mi farà da paracadute ho paura.
diffido, adempio, ringrazio, tolgo il disturbo e il sorriso, lascio il silenzio, batto forte il pugno sul petto di chiunque lo merita.