Da ventotto anni parlo italiano e da ventidue lo scrivo. Solo ultimamente mi rendo conto di non averlo mai capito come credevo. Solo ora mi vergogno di aver usato parole il cui significato non mi era (e forse non mi è) chiaro. Di poca difficoltà e sofferta chiarezza sono i concetti posti a fondamento dei miei pensieri.
Elaborazione del lutto. Questa è una di quelle locuzioni che, ancora oggi, mi rimane di difficile comprensione. Non capisco quale procedura evolutiva dovrei compiere intorno alla fine.
Alla stazione dei treni ho assistito ai classici esempi di comportamenti umani che si verificano in un luogo di passaggio. Gente ferma, gente ferma che aspetta, gente ferma che fuma, gente ferma che corre. Gente, quanta gente. Tutti disordinatamente ordinati a fare le loro cose. L’oro di loro.
Non so fino a che punto c’ho provato a cambiare, io che sono arrivata a credere che smettere di fumare dopo dieci anni sarebbe come aver buttato via un mucchio di soldi e continuare invece rappresenti un modo per dare fiducia al mio investimento.
Io l’italiano non ce l’ho. Mi devo concentrare per parlare, faccio una fatica terribile a scrivere. É per questo che scrivo del niente in questo posto. Per esercitarmi. Figurate i se non mi esercitassi che ne uscirebbe.
Mi devo perdonare. Di essere entrata di prepotenza nelle braccia delle persone che stringevano le valige, di essere rimasta impigliata nelle andature delle mamme frettolose, di essermi concentrata sull’immobilità degli studenti con lo zaino in spalla.
Tremo. Tremo bile. Le mani tremano per lo sforzo di non riuscire a tenere tutto, l’inconciliabile con l’impossibile. Lo stomaco si è ribellato come non mai. I sentimenti si sono raggelati come sudore sulla schiena che ha bagnato. Dalla sera alla mattina non cambia mai nulla, nulla di così importante. Quindi se era amore continua ad esserlo comunque.
Ho perso tempo, gli altri con i loro movimenti mi hanno distratto. Insieme ai colori dei loro vestiti, la vanità delle acconciature e l’odore strisciatomi vicino mentre passavano. Ho perso tempo a concentrarmi su qualcuno che non conoscevo, a diventargli amica credendo di poterlo diventare per il solo fatto di volerlo. Ma gli ospiti della stazione non volevano mica che diventassero amici. Mi ero illusa io, di certo più di quanto mi avevano illuso loro.
È così alla stazione dei treni non sono più andata, vuoi perché non volevo più partire ma dovevo restare, vuoi perché gli schiaffi delle porte chiuse mi hanno inibito maggiormente di quanto mi invogliasse fare nuove osservazioni, vuoi perché i treni non arrivavano mai in orario.
Non c’è niente dietro a queste parole, nessun significato che potrebbe essere differente dalla semplice rappresentazione del mio rapporto con la stazione dei treni, nessun modo di reinventare l’antico carpe diem, niente di niente. Solo io, l’italiano maldestro, i treni delle stazioni e i passeggeri.

più casa

2012/10/16

per amor del vero devo essere onesta. io la felicità non l’ho trovata tutte le volte che non l’ho cercata. per amor della semplicità, io la felicità l’ho trovata solo quando l’ho cercata. mai una volta che mi fosse capitata così, che l’avessi raccolta senza meritarla, che fosse arrivata senza averle fatto il biglietto. compitamente le ho dovuto sempre pagare l’obolo, mi sono sempre dovuta ficcare in bocca il morso e muovere la testa dove sentivo che c’era una prospettiva di gioia.
a colpo d’orecchio sento che felicità fa rima con serenità ma, per amor del vero, ditemi quale serenità e quanta felicità. continuo a coltivare personalissimi campi di vedute, alcuni andati persi e che non mi faranno raccogliere nulla, altri in pieno verde ed in esplosione di vigore. non ho più parole a fare da materasso, sintetizzo e sfrondo fino a toccare con i denti il famigerato osso.

penso alla mia nuova parete verde, di un verde così brutto che preferirei fosse marrone. penso al mobile in arrivo, alle risate con mia sorella mentre dipinge le mie pareti con fare (di anche ) brasiliano, a me che le ripeto costituzionale mentre lei scartavetra il soffitto e per proteggersi dalla polvere indossa i miei rayban pitonati, a mia mamma che credendo stessimo facendo una scampagnata si è presentata alle una con un cesto di vimini contenente pollo arrosto e pasticcini, a mio nipote che fa i compiti delle elementari in mezzo alle mie cose ammassate alla carlona, a mio padre che mentre apro una bottiglia di rosso di montefalco per pranzo mi dice “ce credo che n’c’è mai ‘na lira se bevi così”, a me e barbara che ci confessiamo sull’altare della polvere. penso che un posto lo si trova sempre, anche per chi non c’è.