classe metà anni ’80, come me tante in tutta Italia, come me tante in tutto il mondo. non mi qualifica l’età, non mi contraddistingue la nazionalità.
classe ragazza di buona famiglia, come me diverse, come me alcune sparpagliate in ogniddove.
sono stata piccola, abbastanza da dover ascoltare il sermone sull’uscio della porta nelle prime uscite serali. sono stata adolescente, troppo poco ma quel tanto che mi è bastato per sorbirmi le raccomandazioni di mamma, nonna e zia, varie ed eventuali amiche a loro volta mamme di giovani ragazze.
sono stata la sorella minore, quella con la spada di Barbara appesa alla testa.
sono stata educata di un’educazione inutile, ammorbata su regole sorpassate, cucite per tempi diversi da quelli che mi hanno visto vivere.
la cosa che più mi manda in collera è che mi hanno mandato a morire in amore senza darmi le armi, almeno la prima linea della fanteria moriva a cavallo.

a rapporto da dio, sono stata bacchettata, poca forza di volontà, troppe energie dissipate, solitudini incaute, respiri smisurati.
mi sono cucita un vestito tutto di pizzichi.

ho realizzato che aspiro a fare lavori di cui la collettività non percepisce il valore. ho realizzato che le professioni del futuro sono due. la parrucchiera. la gente vuole avere la testa a posto, in ordine, sistemata. il fornaio. la gente vuole sentirsi piena, no carboidrati, no effetto placebo.

invidio chi non è laureato in giurisprudenza per un motivo, almeno. può leggere tutto il libro quarto del codice civile come fosse una raccolta di metaforici aforismi.

me lo ricordavo. dai tempi delle superiori. il fascino della goccia mascherata da sasso di pollicino. la vita come favola. il buon auspicio, il miglior proposito. le premesse al posto della leggerezza, la leggerezza al posto sbagliato. e lo sguardo fisso è come al solito il mio. mai che il punto di vista venga a farmi una improvvisata e decida di darmi una spinta. povera contessa. lei si che la spinta l’ha avuta. gloriosa Fiat, lei si che si lascia spingere. fottuti bassi, spingono anche quando c’è bisogno di equilibrio. il viaggio, il vagone, la locomotiva. il caso, il caos, la cosa. si tratta di meccanismi rodati da pensieri audaci. si tratta di capire se possono funzionare questi meccanismi. si tratta di capire se l’audacia ancora fa la civetta alla fortuna o la buona sorte ha deciso di stare dalla sua parte. sono incazzata, sono profondamente incazzata. e chi mi ha fatto incazzare pensa solo che io sia opaca. e chi mi vede opaca pensa di potersi attribuire la paternità della mia incazzatura. centinaia di volte, un respiro dopo l’altro, i passi in tre momenti. addominali. ginocchio. anche. anche.

my babes got a heart, like a rock thats in the sea
well no one told me about her, the way she lied
no one told me about her, how many people cried

but its too late to say your sorry, how would i know, why should i care
please dont bother trying to find her, shes not there

shes not there

non darmi motivi, scelgo da sola i pretesti.
cambio il punto di vista per far velocemente ritorno a quello di partenza. sono Carolina, tanto piacere buttato.
“canta che ti passa”, mentivano, e nessuno lo aveva chiesto.