fare l’avvocato

2016/10/26

una cosa bella questo lavoro la consente.

ti consente le farfalle nello stomaco. di sentirle sbattersi prima di un’occasione. le senti agitarsi prima che entri un cliente nuovo, che speri possa cambiarti la vita. le senti prima di una discussione importante, che speri ti porti una vittoria che possa cambiarti la vita. le senti prima di entrare in ufficio, il tuo ufficio che in ogni caso la vita te l’ha cambiata.

perchè il tuo ufficio è casa, diventa casa quando le ore che passi al suo interno sono quelle che più vivi con passione. perchè il cliente nuovo che entra è un appuntamento al buio, potrebbe riverlarsi una gran noia come tutti quelli già passati ma ogni volta ti auguri che invece si trasformi nella causa più interessante che farai. perchè la discussione che prepari, mentre una sigaretta brucia e le pagine volano, è quell’insieme di parole non tradite dall’emozione della presenza di un collega arrogante o un giudice annoiato.

poi, a corollario, ci sono altre cose meno belle e molte più brutte. c’è lo strappo della paura, di una non mai curata sensazione di inadeguatezza. c’è l’angoscia del vuoto, di volare senza paracadute. se l’aria è buona e cogli le onde puoi volare, se tira vento e non sfrutti la corrente puoi fracassarti a terra. c’è la sensazione di onnipotenza fino alla pronuncia, quella per cui ti senti un mago davanti alle streghe. c’è il secondo di pace quando arriva il bonifico, ma dura giusto un secondo.

il mio lavoro, è diventato il mio lavoro.

 

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ho un nuovo profumo. si chiama Serge Lutens, Fille en aiguilles. mi piaceva da tanto tempo, me l’ha regalato mio marito per San Valentino.

abbiamo deciso che non portiamo la fede e che al dito ci siamo legati stretti stretti gli anni in cui siamo rimasti lontani lontani. come un periodo buio in cui per accendere la luce abbiamo dovuto darci gomitate nei denti. non trovavamo quel maledetto interruttore.

il destino ci ha riavvicinati e non avendo trovato modo migliore per ringraziarlo di avermi atteso tanto ho deciso di comperarmi un cappottino di lana bianca e dirgli di si, per sempre.

 

 

puoi nascere sensibile, può darsi che tu appartenga alla categorie di persone che si lasciano toccare dalle vicende umane, trovando spontaeamente modo di ricamare sulle altrui disgrazie e tragedie. sei sensibile se ti lucidi di lacrime gli occhi quando qualcuno ti carezza o ti racconta che gli è morto il pesce rosso.
puoi anche nascere come me. può darsi che tu appartenga alla categoria “muro di gomma” ovvero persone che più le graffi con le vicende umane e più le vicende umane gli rimbalzano.
puoi anche diventare sfortunato, ovvero perdere la protezione del tuo muro di gomma perchè una piccola crepa si è aperta in qualche maledettissimo punto.
così tutte le vicende umane ti tornano indietro, rectius, addosso. i clienti sfigati, gli amici piegati, gli amori sbagliati, i rapporti perduti.
decido, oggi, di salvare questa giornata. pessima per influsso negativo indotto.
apro facebook, digito nella finestra della ricerca un nome presumibilmente giapponese e invio la richiesta di amicizia. nemmeno il tempo di alzare il dito dal tasto destro del mouse che il destinatario della mia richiesta da Sagamihara-shi l’ha accettata.
mi sono messa a piangere. per l’emozione (credo).

Time

2012/12/03

In questa notte bianca come il termosifone della mia camera partono i titoli di coda dopo che il sipario é stato calato sul mio personalissimo traguardo. sono diventata avvocato, ancora non ho giurato e conoscendomi potrei anche non farlo, voltarmi e valige in mano allontanarmi da questo deserto emotivo e sociale.

doveroso e volutissimo il primo grazie lo devo all’avvocato Paola. la persona che più di ogni altra mi ha fatto vedere come si comporta chi non ha paura quando in verità paura ce l’ha, e pure un bel po’. grazie per avermi insegnato un mestiere, grazie per avermi trasmesso la passione per la professione, grazie infinite per la pazienza e il tempo che nemmeno le madri – a volte – dedicano alle figlie. grazie per essere entrata ogni mattina a studio lasciano fuori della porta i suoi problemi sentimentali, per non aver riversato stupide ambizioni su di me ma per avermi intrecciato la coda come il cavallo di punta della scuderia.

grazie a chi mi ha fatto fumare la prima sigaretta. l’amore è continuato, dopo essere sbocciato da/in una nuvola di fumo per indigesione di tabacco, fino ad oggi. e nemmeno immutato, l’amore si è sempre più fortificato tanto che, ad oggi, la sigaretta è l’unica cosa alla quale sto dietro. grazie a Nino Manfredi. la sigaretta come la teneva lui è ancora un monito per noi giovani leve.

grazie a Marco per avermi cantato, in un pranzo rubato, tutta “time” dei pink floid. i momenti tristi prima di conoscerla erano solo tristi invece ora sono il prodromo necessario al taglio della vena. grazie Marco. un piacere del genere non ci penso nemmeno lontanamente a rendertelo.

grazie a mamma e papà, come nella migliore delle famiglie in cui ogni figlio riconoscente lustra il ricordo dei genitori. un misto tra la tradizione delle dirette televisive e la religione cattolica che mi ha dato il battesimo e preso gran parte delle mie invettive. grazie a mamma e papà che non ci sono stati quando mi servivano, quando cresco e i problemi da grandi nessuno me li potrebbe spiegare meglio di loro. grazie a mamma e papà che mi danno il pranzo della domenica, sono diventata forte e sana. grazie a mamma e papà per come me li ricordo, sarebbero stati fieri di me e io una figlia da lodare.

grazie alla bic. perchè lei non mi ha tradito mai. mai una volta che si sia inceppata quando ho falsificato una firma, non un indugio in una pagina di verbalizzazione, mai e poi mai un rifiuto sui banchi di scuola tantomeno quando feci il compito della maturità, sempre volenterosa quando l’incastro tra i capelli.

grazie a ginevra, cane paziente e mai ubbidiente. se non avesse mangiato tutti quei panini maionese e wustel che mi preparavo forse avrebbe vissuto qualche mese di più ma io non sarei stata una fantastica 44 perennemente strizzata in una 42.

grazie per ogni bastonata che ho preso e a chiunque me l’ha data, grazie a chi puntualmente delude l’aspettava, grazie ai calci nel culo che oggi tanto mi fanno ridere manco fossi sulla giostra, grazie ad ogni cartellino di ammonimento, grazie a chi mi ha dato ogni colpo decisivo quando ero in bilico seduta sulla tazza a cagare, grazie ma grazie di cuore. Grazie perché ve lo meritate, voi infatti siete quello che siete e io quello che voi mai sarete.

doveroso l’ultimo ringraziamento che personalmente mi faccio. grazie perché sono stata uno spettacolo, perché non ho mollato mai, perché ho tenuto fede alla promessa, perché ho fatto mille rinunce e finalmente mi sono trovata. e non perché ho passato un esame banalissimo rispetto a tutta una vita. grazie perché in dieci anni sono cambiata, ho smussato i miei mille pregi e seppure tutto quello che ho avuto intorno avrebbe rovinato chiunque io, di fondo e in fondo, sono rimasta la stessa. Grazie perché sono stata un lanciarazzi nella discarica di provincia, perché non me ne sono andata ma ho puntato i piedi, perché sono arrivata seppure appena partita, perché mi ero promessa di finire qualsiasi cosa buona avessi cominciato e non ho lasciato niente e nessuno a metà strada.

Dotcom

2012/11/07

Quando vedi una una figura di donna con i capelli biondi, preferibilmente corti, che indossa un cappotto nero, lungo e abbondante non avere dubbi, stai guardando una donna dell’est. É bella la sensazione di non avere dubbi, nel mio immaginario -poco collettivo ma se volete, e se vi piace, potete pure farlo vostro- somiglia parecchio alla prima volta in cui ti lavi il viso in una giornata. A me succede, per esempio, di lavare il viso fino a bagnare i primi capelli della fronte. Il movimento speculare e circolare delle mie mani fa si che le dita arrivino sempre a toccare le orecchie. Quasi ogni mattina mi volessi sincerare che il piercing al trago é ancora al suo posto. Una lavata abbondante che finisce sempre in un asciugamano ruvido. Non mi piacciono quelle spugne moderne che sono tanto soffici per quanto incapaci ad asciugare l’acqua. Mi piace il lino, mi piacciono le spugne vecchie. Quelle che non si gettano mai. Quelle di nonna, di mia madre che ha lavato mille volte a novanta gradi in un fottio di varechina. Mai l’ammorbidente, non che creda di poter perorare la causa ecologista non usandone, semplicemente l’ammorbidente inficerebbe il risultato delle mie operazioni di nettatura. No, l’ammorbidente farebbe di me una donna pipiante. Pipiànte come scriverebbe mia sorella, decantando qualcosa sul dittongo aperto o minchiate analoghe.
Quando vedi un cartellone pubblicitario che per sponsorizzare una chiavetta USB di Hello Kitty utilizza una giovane femmina che mostra visibili segni di calore e palese bisogno di soddisfare le sue esigenze con un maschio di razza adulta sarebbe il caso che ti ponessi questo interrogativo: “se la regalassi alla mia fidanzata potrebbe accadergli la stessa cosa?”. Se hai dubbi sulla tua fidanzata e sai già che la metamorfosi sarebbe pressoché immediata astieniti dall’acquisto e dirotta la tua esigenza di depauperare i tuoi averi su un completino intimo di Intimissimi. Guardandoglielo indosso potrai sempre immaginarti Irina, se le regalassi la chiavetta USB oltre a trovarti una fidanzata ammiccante -giammai vs di te ma vs gli altri – potresti anche immaginarti di scopare con un pupazzo, e non sarebbe bello.
Quando vedi due persone che stanno in silenzio e una delle due – solo una delle due – fissa l’altra, stai assistendo ad uno spettacolo del circo. La silente e sguardopersonelvuotomasetiguardassitimandereiacagare é la tigre che deve saltare dentro al cerchio infuocato, la foca che deve tenere in equilibrio la pallina sul naso, lo struzzo che deve correre la gincana tra le clavette. La silente e tiguardosoloperchésochenonmiguardialtrimenticolcazzochelofarei é il domatore con la frusta in mano, il bambino spettatore che é incastrato tra la paura della belva e la curiosità del numero, il giocoliere che aspetta di poter lanciare le palline in aria. Quando vedi due persone che stanno in silenzio e una delle due – solo una delle due – fissa l’altra, é probabile che che ci sia qualche cose che non va. Un’incomprensione di modesta entità, un litigio simil temporale tropicale, una gigantesca e colossale dittatura dei sentimenti. So già che mia sorella in questo punto preciso penserà che ho un problema di logistica delle virgole. L’ho fatto apposta, 🙂
Quando vedi una borsa incustodita domandati il motivo. Chiediti se un complotto internazionale sta preparando la trappola del secolo per incastrarti, tu che non hai mai dato uno schiaffo ad un compagno di scuola, nemmeno per schiacciargli la mosca che aveva addosso. Chiediti se quella che senti fosse fame (mica quella atavica, stiamo cazzeggiando suvvia), (vabé manco quella pretestuosa di un duplo), (cazzo smettete di inibirmi che non riesco a qualificare la fame), fame vera (alé), quella borsa la ruberesti? Chiediti, immaginando che quella borsa fosse tua, se gli altri ti grazierebbero, se la ritroveresti, se qualcuno la prenderebbe in carico, se saresti solo e semplicemente così dannatamente sfacciato da avere la fortuna di ritrovarla inviolata. Quando vedi una borsa incustodita voltale le spalle, se nessuno l’ha voluta di sicuro non stava aspettando te, é semplicemente vuota coglione!

più casa

2012/10/16

per amor del vero devo essere onesta. io la felicità non l’ho trovata tutte le volte che non l’ho cercata. per amor della semplicità, io la felicità l’ho trovata solo quando l’ho cercata. mai una volta che mi fosse capitata così, che l’avessi raccolta senza meritarla, che fosse arrivata senza averle fatto il biglietto. compitamente le ho dovuto sempre pagare l’obolo, mi sono sempre dovuta ficcare in bocca il morso e muovere la testa dove sentivo che c’era una prospettiva di gioia.
a colpo d’orecchio sento che felicità fa rima con serenità ma, per amor del vero, ditemi quale serenità e quanta felicità. continuo a coltivare personalissimi campi di vedute, alcuni andati persi e che non mi faranno raccogliere nulla, altri in pieno verde ed in esplosione di vigore. non ho più parole a fare da materasso, sintetizzo e sfrondo fino a toccare con i denti il famigerato osso.

penso alla mia nuova parete verde, di un verde così brutto che preferirei fosse marrone. penso al mobile in arrivo, alle risate con mia sorella mentre dipinge le mie pareti con fare (di anche ) brasiliano, a me che le ripeto costituzionale mentre lei scartavetra il soffitto e per proteggersi dalla polvere indossa i miei rayban pitonati, a mia mamma che credendo stessimo facendo una scampagnata si è presentata alle una con un cesto di vimini contenente pollo arrosto e pasticcini, a mio nipote che fa i compiti delle elementari in mezzo alle mie cose ammassate alla carlona, a mio padre che mentre apro una bottiglia di rosso di montefalco per pranzo mi dice “ce credo che n’c’è mai ‘na lira se bevi così”, a me e barbara che ci confessiamo sull’altare della polvere. penso che un posto lo si trova sempre, anche per chi non c’è.

bisogna avere coraggio, pure quello di dire che abitiamo un paese pieno di merda. un paese da vergogna, dove la miseria dell’anima addita la miseria di chi lo compone. siamo saccenti, pronti a denigrare i sorrisi dei bambini sulle cartoline unicef che a natale diventano patetici biglietti di auguri. siamo boriosi, capaci di trasformarci nella peggiore delle volpi guardando con malo occhio il progresso cinese. siamo abituati bene, così bene che di lavorare non siamo più capaci.

bisogna avere coraggio, pure quello di dire che abitiamo un paese dove per le persone sono piene di merda. persone di cui vergognarsi al punto tale che se ci venisse in mente di ucciderle, e le uccidessimo, nemmeno faremmo peccato. oggi, per caso e senza il benchè minimo moto di voglia/impegno, leggevo un manuale di diritto costituzionale. l’interesse mi viene nel momento in cui leggo “la riforma del 1993 ha abolito l’autorizzazione a procedere”. faccio due calcoli, mescolo nel cervello dc e tangentopoli. la riga sotto mi da la tranvata in pieno moto di rivoluzione quando mi fa leggere “a seguito della riforma il pubblico ministero è libero di intraprendere l’azione nei confronti del parlamentare ma, ogni attività di indagine dovrà essere deliberata dalla camera di appartenenza”. stacco la spina. hanno vinto.

bisogna avere il coraggio, pure quello di dire che se non impariamo a nuotare tutta la merda che ci circonda ci pervaderà. credo nei diritti inalienabili, quello di ciascuno di noi a trovare un posto in questo mondo, quello di esprimersi con forme artistiche e velleità professionali, quello di trovare qualsiasi cosa si stia cercando (persino sconfinato dolore). credo che i miei diritti siano inalienabili come quelli di ciascun altro, che nessuno possa essere pregiudicato da una persona più furba di lui (a meno che sia molto più ricca, scherzo), che la merda e la vergogna siano inversamente proporzionali.

bisogna avere il coraggio, pure quello di dichiarare i propri pensieri. allora faccio il mio personalissimo botto emotivo e vi dico che: sono diventata grande e ancora mi domando “ma io da grande che farò nella vita?”, ho amato gli uomini ma non ho sputato sulle donne, ho trovato pace nella trincea dei ricordi, sogno di andare via da questa città ma anche di scoperchiarla per vedere sotto sotto che cazzo ci sta, tutte le mattine che arrivo in tribunale penso che marshall non ci doveva fare solo la costituzione ma anche eliminare i nonni di quelli che mi camminano vicino, quando arriva l’autunno e rimango seduta sulla mia scrivania a studiare cose che all’università detestavo per un cliente che tra un mese salterà in aria pestato dalla crisi e dall’incoscienza mi sento romantica.

domani andrà peggio, questa è una delle mie poche certezze. ma anche domani troverò un modo, mentre la merda proverà ad affogarmi, per gettare il mio guanto al mondo. “avevo previsto tutto”. e soprattutto, io non saprò nuotare ma voi sapete solo galleggiare.

sono stata tre giorni a new york. non chiedetemi quando, non chiedetemi del volo, non chiedetemi della partenza. ho respirato a lungo alla finestra dell’appartamento a 360 gradi. ho visto le teste dei passanti, le teste di tutti quelli che stavano sotto di me, non sapendo che io fossi sopra di loro. ho aperto i miei occhi mentre loro aprivano le gambe e sforbiciavano la strada. da qualunque lato mi girassi, qualunque finiestra mi affacciassi, vedevo teste e gambe sforbicianti. non sono riuscita a trovare un filo conduttore tra il movimento e l’andatura. ho cercato uno spazio dove sedermi, uno spazio in quell’enorme appartamento dove potermi riposare. ovunque cercassi c’era sempre un rumore di fondo che mi seguiva così ho pensato che un posto valeva l’altro e mi sono seduta in terra. la circostanza che il marmo non avesse alcuna impronta mi ha rasserenato, il fatto che la parete alla quale poggiavo la schiena fosse bianca mi ha dato nuovo vigore. ho pensato che se in casa mia avessi avuto una parete tanto grande e tanto bianca potrei disegnarla senza mai finirla, sapevo benissimo che di quell’appartamento non mi sarei portata via nulla. nemmeno il ricordo. potevo sapere quello che volevo credere, non mi era mai capitato prima. so che in quell’appartamento ci ho lasciato le promesse, le aspettative e le lacrime. magari le avessi lasciate davvero tutte quelle cose dalla desinenza femminile che derivano sempre da attributi maschili.
la perfettibile sensazione di essere nel posto giusto al momento sbagliato si è materializzata come d’incanto nella voce rochissima di Tina Turner. stringendo la sensazione che la musica è la stessa da tutte le parti del mondo mi sono abbandonata al marmo cedendo il risentimento che sempre provo nel provare il freddo gelato. ho steso la testa rivolgendo lo sguardo al soffitto. provando a mirare con lo sguardo i piedi mi sono accorta del mio seno, sempre poco considerato in posizione verticale. uno spessore strappato alla genetica che mi ha dato il nome a desinenza femminile. la stessa genetica che mi ha dato tutto il resto, comprese le maledizioni più o meno meritate.
ho respirato forte, mi sono alzata e ho infilato le scarpe. nuova corsa, quella di sempre.

Mal di aria

2012/08/20

sento che questa è la mia tappa. è qui che devo fare la volata, tirare le gambe dietro al cuore, arrivare con il fiato rotto. devo alzarmi anche se potrei solo stendermi e guardare tutti passare.

sento che questo è il mio momento. me lo dicono le tempie che potrebbero esplodermi da un momento all’altro, lo stomaco dove poggiati ho gli ultimi inqualificabili sei mesi, le mani con le unghie lunghe e senza più segni di spilli.

ho dei problemi con il futuro che potrebbe capitarmi. ho analizzato bene gli ipotetici motivi che temo siano riconducibili ad uno solo, principalmente. l’incertezza delle curve. se non posso sapere, nemmeno con presumibile certezza, quali siano le parabole seguite da chi mi circonda tendo a chiudermi in autarchia.

“se posso farlo io ce la possono fare tutti”. il principio di base che mi porta a credere che gli altri mentiranno, urleranno, si ammaleranno.

“se è capitato a me può capitare a chiunque”. il principio di altra base che mi fa essere sicura che gli eventi e le circostanze non siano frutto di meritocrazia ma di uno “spalmato” irregolare.

prendo le mie sensazioni e le unisco alle convinzioni, ne viene fuori un piatto di metafisica non commestibile, assimilabile, tantomeno invitante.

ho dei problemi con l’italiano scritto. un coagulo di incomprensione per me stessa che inettato nelle vene altrui diventa l’embolo letale. ma dei coaguli altri non si muore nè ci si ammala. probabilmente se è vero che nessuno si salva da solo deve essere pur vero che nessuno infierisce letalmente sugli altri.

È tutto cambiato sempre così velocemente che cercare di orientarmi aspettando che l’ago ritrovasse il nord mi è stato impossibile, come ora. Allora devo fare come ho sempre fatto, sempre nel bene e sempre quando è stato il male. Prendere le distanze, trattenere il fiato, compiere una sommaria valutazione delle circostanze e saltare. Senza aspettarmi paracadute, reti, corde, braccia o palliativi di qualsiasi forma.

Tutto si amplifica poi in relazione della possibilità o meno di tornare indietro, perchè prima o poi il punto di non ritorno ha ingoiato tutti e non farà salva nemmeno me.

Alla stazione dei treni. Ma questo la prossima volta.

Treno/Romanza

2012/07/06

Alle prove generali c’erano tutti, compagnia recitante e pubblico pagante. Si sentiva parlare da tempo per i budelli della città dello spettacolo che quell’eterogenea compagnia di attori, improvvisatisi tali, stava preparando. Le voci popolari davano per certo che si sarebbe trattato di un dramma aperto, una perfetta intersezione tra Giacometti e Goldoni. Alla compagnia recitante era toccato far tutto, trovare un luogo dove picchettare le tende, allestire il palco, cucire il sipario, scegliere i costumi. Alla compagnia recitante era toccato anche scegliere cose più difficili: soggetti, trama e vocabolario. Si erano affilati tra loro, prove lunghe e sconsolate lunghe sessioni interminabili dalle quali spesso si ritiravano esausti e senza il benché minimo conforto. Ma erano testardi, più le scelte fatte li portavano a temere di avere sbagliato e più si davano da fare per scongiurare quell’ipotesi. La compagnia recitante, all’inizio (e come in molti degli inizi) era vasta. Diverse persone, alcune unite tra loro, altre che nemmeno si conoscevano per nome. Madri e padri, figli, zie, nonni e fratelli. Ma gli inizi sono fatti per finire. Il tempo passava, la compagnia si preparava e per i budelli della città si stava spargendo un’unica voce “la compagnia sta facendo sul serio” a nulla rilevando che quel “serio” lo facesse bene oppure male. Su e giù per il palco, su e giù del sipario, su e giù l’umore di quelli che rimanevano a recitare per perenne memoria dell’impegno preso. Ogni giorno un partecipe della compagnia recitante abbandonava, tradiva, dipartiva, mollava. Rimasero veramente in pochi, gli essenziali e più il cerchio si stringeva e maggiormente comprendevano che per mettere in scena lo spettacolo al quale avevano pensato avrebbero dovuto faticare un bel po’ per carenza di organico e per stanchezza accumulata. Andavano avanti, ora tirava uno ora tirava l’altro, la prima si avvicinava e volevano farla in punta di ali quella volata. Andavano avanti, senza testa, senza musica, senza dolore, senza sentire. Rimasero in due, solo in due da tanti che erano. Uno scriveva le scene e l’altro recitava, uno cucinava e l’altro lavava i piatti, uno si feriva e l’altro disinfettava. Tutti quelli che all’inizio avevano fatto parte della compagnia recitante intanto presero posto trai i palchi, palchetti e platea. E per l’antica convenzione che era intercorsa potettero diventare pubblico senza pagare perchè agli albori era stato deciso che i membri della compagnia sarebbero stati tenuti indenni. Mancava poco alla prima e le prove generali erano solo il giorno seguente. Partì una scintilla, forse per mano di qualcuno del pubblico pagante, forse per mano di qualcuno del pubblico indenne, forse per mano divina. La scintilla diventò fiamma per dimostrarsi ben presto fuoco. La compagnia recitante, ormai ridotta a due soli attori, pensò che quella stupida scintilla non potesse distruggere tutto il teatro sia perchè era una sola scintilla e sia perchè lo spettacolo sarebbe cominciato prima che il fuoco sarebbe divampato. Fatto sta che il fuoco si dimostrò ben presto incendio. Il pubblico pagante e il pubblico indenne pensarono che quello fosse lo spettacolo che gli ultimi attori della compagnia recitante avessero deciso di mettere in scena. Era così reale che non si distingueva più la farsa dal dolore, non si distingueva più chi si feriva e chi disinfettava, chi rimaneva e chi scappava. Non pagò il coraggio di chi rimase a recitare, non condannò la vigliaccheria del pubblico pagante e del pubblico indenne che scappò, non liberò l’intenzione di nessuno. Così bruciò il sipario, morì la compagnia recitante, il pubblico pagante ed indenne fece ritorno alla propria casa e per i budelli della città tutti cominciarono a chiedersi se avrebbe fatto ritorno una nuova carovana.