è andata così, stesso giorno, pochi metri di distanza, tanti anni in mezzo. e chi lo stabilisce come sono messi i piatti su questa bilancia immaginaria. la logica comune, il comune sentire, il sentire degli altri.
è andata così. e così va.
io sola in una vita difficile e il momento non significa che la crisi sia passeggera. no davvero, non lo è. non è lei che si siede nel posto di destra, non è lei che chiede se può abbassare il finestrino o se può spegnere la radio. la crisi è l’autista di questo veicolo che svolta, tira dritto, si ferma e riparte. lei per me, per lui, per gli altri. lei come me.
è andata così. come sapevo un anno fa, come sapevo cinque anni fa. come avevo previsto. i coglioni non girano mai soli, tuttalpiù in coppia.
prima il diploma, poi la laurea, poi la pratica. tutto poi e il secondo piano diventa il mio, anche nei rimproveri degli altri.
è andata così. mi trovo in una casa non mia, striscio carte di credito non mie, lavo vestiti non miei, sogno una vita non mia. niente è mio e niente vorrei. ma nulla mi sfugge dalle mani, nulla esce dalla mia brama di averlo avuto almeno per un secondo.
non ho idea di come succedono le situazioni nelle vite degli altri, forse per questo mi sembrano successioni semplici, coerenti e contestuali. niente sbattimenti, niente problemi, nessun granello che si ingigantisce fino all’everest.
è andata così. parole dette senza pensare ad altro che a farle affondare, santificazioni di padreterni violenti, condivisioni senza rete, amicizie che mai saranno tali, biglietti aerei senza ritorno, sogni senza fine, i quindici anni che mi sono rimasti come un rantolo nella gola. Ho vissuto al modo utopico di Woody Allen.
è andata così. con le unghie smangiucchiate, con le cicatrici che ormai rimarginate presto andranno riaperte, con gli occhi che hanno preso l’abitudine di divagare l’uno dall’altro.
così è andata, così andrà per i prossimi dieci.
cazzo, alla fine ce l’hanno fatta a passare, ho immaginato questo giorno per tutti quelli che ho vissuto fino ad oggi.
ho immaginato ogni momento del risveglio di questo giorno, ogni tratto di lancetta, ogni parola che come al solito non sarebbe mai stata detta. l’ho immaginato da subito, davanti al telefono di plastica rossa e plexigas trasparente, di fronte alla porta della terapia intensiva della mia precoce sveglia, vicino al marmo bianco che ci divideva, divide e dividerà.
l’ho immaginato in milioni e stramiliardi di modi che non ho mai avuto tempo di viverlo. passa anche oggi, domani arriverà comunque e, finalmente, io non avrò che da ricordarlo questo giorno.

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buongiorno Perugia

2009/06/24

sono un’amante perversa dei finali tragici, delle scomparse sconclusionate, di ogni azione senza senso, di ogni sorriso regalato.
e così ho finito per finire, sono comparsa per scomparire, ho agito senza senso e ho regalato sorrisi.
sono propensa alle lacrime, al dolore, al delirio, alle quattro di mattina, alle frontiere, ai viaggi in pavimento, alle moto dai fianchi larghi.
e così ho pianto, mi duole, ho delirato, ho viaggiato con il biglietto dell’alba, guido moto che non mi oscurano il fondoschiena.
e così solamente sola saltuariamente rimango.
e così gioco riportando ustioni alle mani, cuocendomi il viso con l’acqua delle patate bollenti, aspettando che altri compiano scelte con senso.
posso sapere come io mi sarei comportata ma, non sono presuntuosa al punto tale di sapere ciò che mi piace e ciò che vorrei.
ma, l’inerzia di colpo, la noia e la staticità non fanno per me.
preferisco gli schiaffi alla minestra.
preferisco sboccare sangue piuttosto che andare avanti così.
e se piatti devono essere che piatti siano.

Misere noi, sole sfortunate,
che ‘n mille modi Amor ci vince e prende!
Convienci amar che ci sentiamo amate.

Misere noi! E quanto male offende
nostra quiete! Aimè, qual morte
non sente el cor in cui amor s’incende!

Troppo felice se mai alcun valse
vincer sé stesso o ben reggersi amando!
Costui su in cielo fra que’ divi salse.

per te – Why does my Heart feel so bad

per me – natural Blues

rdm

si che devo, si che voglio.
le conseguenze a se stesse e a me un rospo in meno.
con il senno di poi.
con la testa di ora.
con il cuore di sempre.
non esserci è la cosa più semplice del mondo.
dopo la prima volta diventa automatico escludersi.
è come quando fai il primo giorno di salina.
il secondo incute meno paura e affievolisce il brivido.
andata la prima tutto il resto è de plano.
ancora più delusa.
ancora più delusa.
ancora più delusa.

Gloria cena con me, si alza e lava il viso con me.
Gloria è l’altra parte della frontiera, è il baluardo della mia adolescenza, l’impulso e il vortice. Gloria è stress, ansia e fame.
Gloria è virtù, ricchezza spirtuale, condizione necessaria.
Gloria apre i libri e legge quando la mia testa corre altrove.
Glora ride quando la lascio indietro e mi guarda con lo sguardo di chi sa che senza di lei non vado in nessun posto.
Gloria stanca e riarma.
Gloria alza la testa e impone silenzi.
Gloria schiaffeggia, insulta e non molla.
Gloria plaude il quotidiano.
Gloria è gloria.

“Claudia, hai presente quando senti l’odore amaro della scorza d’arancia acerba. Si quello lì che ti fa capire che avresti dovuto essere più attenta nello scegliere il frutto? Beh, niente di simile. Io sento il dolce dello zucchero che mi preannuncia carie imminenti. Che poi alla fine tanto bene non da nemmeno la vitamina c. Dormi bene e senza pensieri, ci sentiamo domani.” l

Le prime crisi sono cominciate dopo anni. Comparivano all’improvviso e perfino Cristina ci rimaneva male e non se le riusciva a spiegare sebbene le assecondasse. Poi il vortice l’ha travolta. Una crisi all’anno, due all’anno, una al mese. Ora non c’è giorno che non si sbatte per una di esse.
Le crisi si sono susseguite, alternate e ora sembrano non voler più lasciare il posto a chicchessia.

la lentezza è una virtù che non capirò mai. almeno però non la confondo con la pazienza.

Sono in apnea.
Decisa e stremata davanti alle parole che ripeto.
Il colore, il malcontento, il nervosismo, il vuoto.

Inutilmente imbandisco una tavola invitante.
Sto nutrendo speranze anoressiche.

Leggendo Dostoevskij.
Senza paura di guardare indietro e senza voglia di guardare oltre.
Non solo Leopardi ha una siepe.