la formula di rito “prometto di amarti e onorarti per tutta la vita” è il confine tra menzogna e minaccia.
un palco dove c’è tutto, anche le comparse.
al circo la famiglia va tutta unita, dunque, ben vengano i figli in udienza. chiamati a suggellare l’amore prima, tenuti a suggellarne la fine poi.
il tentativo di conciliazione, come da prassi “obbligatorio” allo stato (in)civile è sempre negativo, come il bilancio di fine rapporto.
la danza della forma: escano tutti e rimanga chi ha promosso il giudizio (perchè ormai è un giudizio) per, successivamente, cedere il passo al resistente che piange tutte le lacrime come la vedova scalza di Niffoi.
drin drin, la campanella che impone ai soldatini di ricomporre le righe assomiglia a quella che suona la fine della ricreazione, le liti (bagattellari sul rito che a questo punto è l’unica cosa rimasta da celebrare) lasciate fuori come il pallone che tanto fa divertire i ragazzini nel break di metà mattina.
la cancelliera, stretta nella gonna grigia e larga nella calligrafia della quinta udienza giornaliera.
la scrivania ordinata di Ponzio Pilato che trasforma l’istruttore in fariseo.
il testo dell’ordinanza che recita “autorizza i coniugi a vivere separati” mi toglie il respiro. le parole del presidente si fanno lontane da me come lontano è l’assegno dal mantenimento.
mi si para davanti la rottura, l’ipocrisia di quanto detto anni prima, il vuoto che lascia chi parte e le lacrime di chi vorrebbe il ricorrente rimanere.
“entro e non oltre il cinque di ogni mese”, ci si omologa alle condizioni che sono la medicina alla patologia dell’amore, pompano benessere a un vegetale che doverosamente si tiene in vita.
a parere di chi scrive l’udienza è tolta ma il dolore tutto composto.
la porta di apre e tutti dietro al feretro, a far la coda di una marsina impolverata da parole non necessarie, men che meno dovute.
ci vedo il paradosso del cane che si morde la coda, ci leggo l’imbarazzo di chi si pugnalerebbe invece di stringersi la mano, ci sento il profumo di una pietanza cucinata male e strozzata di fretta.
in fondo però tutta la pantomima ha un filo logico.
prometti l’utopia davanti all’invisibile, giuri gli avanzi davanti ad un uomo.
il benessere genera mostri, piccoli mostri, così piccoli che a volte è difficile notarli.

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due traslochi completamente scalza, ogni sasso puntato sotto la pianta del piede mi chiamava a ravvedermi dalla traditio, ogni dislivello sottolineava la perdita di equilibrio.
l’amore nuda. completamente priva di vestiti, a volte paure, altre di voglie.
quando il mondo civile non convivia con me sono solita mangiare con le mani. spaghetti, zampe e testa di gallina, ossa del brodo, morsi alle mele, acqua dal rubinetto del lavandino.
ho conseguito la laurea senza prendere una riga di appunti non avendo mai frequentato una lezione.
ho fatto cazzate senza motivo, ho amato senza senno se non quello amaro del poi, ho pianto senza lacrime.
ho rifatto un muscolo ad una gamba con nemmeno un trattamento di elettrostimolazione.
ho fumato sigarette senza pacchetto, sono entrata senza bussare, ho lasciato passare notti senza sonno, ho passato anni a guidare una macchina senza lo stereo cantandomi da sola le mie canzoni.
ho accettato senza capire.
ho perdonato senza che mi venisse chiesto, sono partita senza destinazione, sono tornata senza alternative.
mi preparo ad un esame senza studiare, mi porto la testa, mai senza quella.
ho preso la prima patente senza avere una moto, ho messo i jeans senza pensare alle conseguenze, ho letto libri senza mai dimenticarli.
ho guardato tutto quello che potevo senza rubare nulla.
ho fatto dolci che non ho mangiato.
ho avuto un cane senza fortuna, una nonna senza la cattiveria dei vecchi, giornate buone senza meritarle.
ho letto poesie senza piangere, ho stretto mani senza presentarmi, ho inseguito i miei piedi senza fiato.
ho sogni senza soluzione di realizzazione, ho giorni senza sole, ho una vita senza pace.

Cristina sfoglia il cappario, Cristina vomita di rabbia, Cristina puzza di sonno.