Premessa minima indefettibile: Petrolio di Pasolini necessita di follia per essere acquistato come opera prima del detto autore, si digerisce male se letto ad intervalli brevi e fatti di pochi minuti/pagine.
Atto primo: confusione. Personaggi: il pc preso dai miei genitori e il cd “a thousand suns”. Sul desktop c’è un’icona rubricata “foto”. Penso (male, come il più delle volte in cui non ragiono) “massì, perché no?” (mai una volta che invece del punto interrogativo non concludo quella maledetta frase fatta con un punto esclamativo). Pezzi di vita, né più né meno. Trovo mamma e il babbo (il periodo dandy in cui aveva i baffi), Barbara bionda (mezza castana, non completamente platino), Giulio (riccioli d’oro, il sorriso rubato ai ricordi in cui, per me, canonicamente quella bocca appartiene a sua madre), la Suzuki 750 liquid cooled (freddata a liquido, barattata in malo modo e a mia completa insaputa), Ginevra (giovane, sulla cuccia, strapazzata da riccioli d’oro che con benedetta ingenuità non ne ha mai avuto timore, fondamentalmente incazzata e irriverente). Persone, un cane (femmina, perché a casa mia di uomo c’è solo Aldo). Mi assale (quelli che scrivono con tanto pathos usano sempre questo verbo) quel senso di vuoto che è tipico di chi ha il vuoto intorno (grazie al cazzo Carolì, scommetto che se ti avesse assalito il senso di pieno sarebbe stato tipico di chi ha il pieno intorno, vero?). Mi casca il cuore fino alle calze, anzi, me le buca proprio. Me lo riprendo solo alla traccia n. 8 “wisdom, justice, and love”. Bravini, apprezzabile il genere ma: non si sono inventati un benemerito cazzo. L’atto primo finisce sulla doppia cliccata, la prima alla croce rossa del “visualizzatore foto di windows” la seconda al tasto “fuori il cd”.
Atto secondo: il fumo di sigaretta è l’unico grigio della mia vita. Personaggi: lo smalto e l’arancio che mangio per cena. Sporadicamente smetto di mangiare le unghie, generalmente questa nobile cosa coincide con la mia (ampia) disponibilità di tempo. Sbuccio a vivo l’arancio, lo taglio a fette perpendicolari al naturale spicchio e le stendo sul piatto. Guardandolo attentamente non posso fare a meno di pensare che sia arancione proprio come l’accendino bic che sta sul mio tavolo. Sei fette, da capo a testa sono esattamente sei fette (dell’arancio non dell’accendino). Erano, le mangio in meno di un minuto. Giro il piatto, ora è un coperchio. Apro la scatola dei smalti, ci sono parecchi colori sbarazzini: il verde acido tuta adidas anni ’80, rosa geranio della vicina che diventerebbe rosso solo se avesse più luce, bluette pieno tipo punto sporting, viola interno cassa da morto. Ci sono anche parecchi colori “brava ragazza”: rosa perlato prima comunione, tortora mercedes, grigio armani, ambrato va bene su tutto ma non sta veramente bene a nessuno. Stasera “deuinneriz” rosso mattone della casa in cortina che nessuno sa veramente definire altrimenti! L’Atto secondo finisce con me che mi domando “che cazzo c’abbino domani mattina con questo colore di merda?”.
Atto terzo: il silenzio è sempre troppo. Personaggi: tre bottiglie d’acqua e il mio cellulare. Dididididididin dididididididin dididididididin (tipica suoneria nokia), il display si illumina “mamma”, avvicino il barattolo della marmellata “petali di rosa” e un cucchiaino, tasto verde (rispondo), primo tasto destro dall’alto (vivavoce), “ciao”, “euforia pomeridiana già passata?” (in my mind “cazzo, ce metto sempre la buona volontà ma mia madre ha la capacità falciante di una motosega a 18 cavalli”) “si, la stanchezza, la giornata è stata lunga” (capisce la cazzata e tenta il ravvedimento) “carolì?” “si mamma, ci sentiamo domani” “ciao” bum. Il terzo atto si chiude in un battibaleno.
Atto quarto: sarcasmo. Scena: buia. Ora: come la freccia (scoccata, per i meno lungimiranti). Aria: molto poca. Voglia: in lontananza. In punta di piedi salgo le scale, ho i muscoli dei polpacci tempri come una maglione di lana dopo un lavaggio affatto azzeccato. Tiro le gambe sopra il letto, soffio verso il soffitto e le cose (biglietti, fiori, pezzi di cd…) che stanno appese sopra la mia testa sembrano aver staccato il biglietto per la giostra. Fermo, perfettamente a piombo, immobile e senza voglia di muoversi è rimasto solo il mio anello di fidanzamento. La baraonda che lo circonda non lo ha indotto ad alcun passo falso, né destra né sinistra, né avanti né indietro. Vista la crisi economica stasera decido di risparmiare anche io qualcosa: il sarcasmo. La quarta scena si chiude con la morte del protagonista (lo dovevo alla tragedia greca) e con una valanga di considerazioni: Pasolini è l’esempio di come si viene mitizzati non per i propri meriti ma per la carenza di alternative (se fosse stato etero e si fosse fatto i cazzi suoi domenica prossima sarebbe stato davanti a Federica Panicucci a commentare i partecipanti al Grande Fratello), il senso di vuoto diventata maggiore ogni volta torno con la mente al passato (si sa che per ricordare le cose le foto sono lo strumento più immediato ma anche più deleterio), i colori degli smalti delle donne la dicono lunga su molti aspetti del carattere ma nulla la dice maggiormente del fatto di pitturarmi solo alcune dita, il telefono è quanto mi sta più vicino da anni ma a differenza di un angelo custode non fa mai quello che sarebbe meglio per me, “malinconia d’ottobre, per tutto quello che non ho, un cane passa piscia e ride e aspetta insieme a me, il tram di mezzanotte, che han cancellato o non c’è più, adesso chiedo al cane si, al cane se mi porta lui da te”.
Quinto atto: dedeiaftertumorro. Personaggi: io e Carolina (il mio pesce rosso). La mattina quanto torno da correre mi siedo vicino all’acquario e guardo Carolina avvolgersi nella sua grandissima coda bianca. Domani mattina mi siederò e le prometterò qualcosa: per avere un impegno, per darmi uno stimolo, per sentirmi migliore. Il quinto atto si concluderà con il fallimento dei buoni propositi.

idiosincrasia

2011/11/03

le sei di mattina sono fatte per andare a correre. sono anni che mi sveglio quasi tutte le mattine alle sei per il gusto di correre. tra i tanti orari in cui è possibile andare a correre nessuno è migliore delle sei. ho corso alle sette, alle otto, alle una, alle quindici, alle venti, alle ventidue, alle ventitrè, alle due, alle quattro. ma le sei di mattina sono fatte apposta per la corsa.
le sei di questa mattina e l’ora di corsa che ne è seguita me li ricorderò per tutta la vita. arrivano dopo circa due ore dal momento in cui apro gli occhi per non richiuderli ancora.
l’orologio è impietoso quando segna le quattro, così come lo è il sonno quando non si vuol concedere. sono così femmina che non concepisco il rifiuto, nemmeno del sonno. sono così donna che a mia volta nego a chi mi rifiuta di compiacersi per i segni che mi procura la sua mancanza. alle cinque i miei piedi prendono confidenza con il pavimento: sono in pista come tutte le mattine e come nella gran parte di esse prima di infilare le scarpe da corsa devo aspettare che il padreterno accenda la luce, almeno quel minimo per farmi intuire la strada.
faccio la zingara tra il bagno, la cucina e il tavolo del cucito. come nella gran parte delle mattine in cui devo attendere i comodi del padreterno mi diletto nelle attività di casalinga solo che stamattina mi riescono male, proprio male, così male che mi giro di culo sono a ricordarmene.
alle cinque e quarantacinque minuto più minuto meno infilo le scarpe da ginnastica sulla soglia di casa, alzando gli occhi al cielo mi accorgo che non è più notte ma non è ancora giorno, prendendo boccate lunghe di aria respiro nebbia densa, quasi acqua. è una sensazione bellissima. tiro la zip del kway in modo da chiuderla il più possibile. accendo l’ipod bassissimo e spingo sotto il lobo delle orecchie la cuffia di lana verde.
mi allontano pochi centimetri dalla porta di casa (centimetri non metri) e voltandomi non la vedo più. sono circondata da una nebbia che ammutolisce. i primi passi sono lunghissimi, affondo i piedi e tiro i novanta gradi delle ginocchia fino a terra, regolo i battiti a ritmo imposto, sgrano il collo.
sono fortunata, stamattina sono fortunata, ho rotto il fiato prima di cominciare a correre.
scorro le canzoni, ruggisce un melodico patton dalle cuffie, e io corro facendo gioco con le braccia. sembro le rotelle del meccanismo di un orologio. solo che l’impulso lo danno i piedi i quali spingono le gambe che a loro volta incitano la colonna dorsale. sugli unici quattrocento metri di dritta sento che se la perfezione di un movimento naturale esiste io la sto eseguendo senza il minimo sforzo.
quando corro, generalmente, non mi preoccupo mai dell’orario per due motivi parimenti fondamentali: il primo è che sono una libera professionista (eheheheh) non soggetta a cartellino, il secondo è molto più semplice e consiste nel fatto che quando corro non voglio rotture di coglioni.
passata la metà del classico giro che faccio tutte le mattine comincia una salita feroce nella quale sono solita azionare il da me soprannominato “aiuto dall’ipod”. smanetto i tasti e sgrufolo la memoria virtuale, tolgo attenzione al percorso e gli occhi dalla strada, smetto solo quando attacca smooth criminal.
… una cosa nera mi si è parata di fronte!
mi fermo, stolzo o sobbalzo che dir si voglia, sono incappata in un pony. quel pony che sta sempre lì, sono solo io che stamattina me ne sono dimenticata. detta così appare poca cosa ma posso giurare che tutto ciò è tanta robba: alle sei e venti di mattina, dopo trenta minuti di corsa, calata nella più fitta nebbia degli ultimi venti anni della valpadana (soprattutto perchè io sono di perugia).
faccio in tempo a pensare di tutto: un cavallo alato mi sta per rapire, è scappato un arabo dalla vicina stalla dello sceicco, è arrivata la fanteria, “mo mojo”.
fa in tempo a pensare di tutto ma sicuramente l’ipotesi che lo convince di più è: questa che calata in una nebbia fittissima alle sei e venti di mattina ha già fatto trenta minuti di corsa (e minimo ne deve fare altri trenta) e, nel frattempo imita con gridolini Michael Jackson, è una cretina. non so perchè ma mi viene da pensare che mica ha tutti i torti.
il problema permane, io sono ancora ferma impalata e lui non accenna a muoversi.
non lo posso saltare, non lo posso abbattere, lo devo a-girare.
non è un ostacolo, non è un problema, è un pony.
chiedo scusa, cammino deviando leggermente, ricomincio a correre.
buongiorno mondo, sono le sei e venticinque, mora increspata dalla nebbia che a te ha reso la chioma canuta, ti sei appena svegliato e io già sono stanca… facciamo un gioco: vediamo chi arriva prima a casa.

una musichetta verosimilmente riconducibile a “SAVE THE LAST DANCE FOR ME” mi inchioda al telefono. la prima considerazione celebrale (ma non troppo): meglio far finta di lavorare e sperare che l’operatore non si liberi da qualsiasi cosa stia facendo piuttosto che doverci parlare, dare spiegazioni, addivenire alla conclusione che lui non ha voglia di ascoltare e io trasudo bisogno di mandarlo a cagare (oltretutto in maniera del tutto aprioristica).
nel frattempo che Bublè si sgola io fecondo ipotetici motivi di rivoluzione.
stamattina ho scritto ad un avvocato per chiedergli il pagamento di oneri condominiali. deontologia vuole che la missiva sia “riservata non producibile in giudizio” e tutta un tripudio di toni gentili. quando scrivo ad un senza titolo invece la raccomandata si chiude “La diffido dunque all’immediata corresponsione dell’importo complessivo di E. comprensivo di E. per questo mio intervento, che vorrà far pervenire al mio studio a mezzo assegno circolare intestato alla mia cliente, entro e non oltre 10 giorni dal ricevimento della presente, in difetto di che procederò a tutelare la mia patrocinata con le azioni e nelle sedi che riterrò opportune”. Perchè?
perchè tra cani non ci si morde? perchè non si estingue questa categoria di morti di fame che girano con macchine comprate a pacchi di cambiali e vestita di fibbie grosse come la testa di un bambino di tre anni?
nel frattempo che Bublè continua a sgolarsi ho preso contezza che potrei sbranarlo l’operatore che mi sta facendo fare trenta minuti di coda e ascoltare questa cantilena semibrasiliana/filonostalgica/allentanca/grandepugnetta.
nello stesso frattempo lavoro sul serio. scrivo atti, parlo male dei colleghi, leggo lettere con la stessa attenzione con cui peter pan pensa alla vecchiaia.
la seconda considerazione: il benessere crea mostri, mai quanti ne crea la presunzione del benessere. la musica che suona, l’orecchio che scotta, l’avvocato che chiama e io, nel mezzo di questa baraonda, rivedo le facce delle persone incontrate in questi tre ultimi giorni. la cassiera di leroy merlin con le unghie lunghe laccate di rosso ferrari che mi dice “io non li tocco i soldi, norme antirapina”, il venditore della concessionaria che porta al polso un orologio d’oro stile gheddafi il quale sostiene “sette/ottomila euro per acquistare una macchina sono troppo pochi”, la barista del bar che ha duecento euro di meches e messa in piega al posto dei capelli che mi guarda con aria schifata alle sei di qualsiasi sabato mattina solo perchè io al mercato vado vestita come una barbona, la cancelliera deputata a ricevere la domanda per l’esame di avvocato che pur avendo una fotocopiatrice nella propria stanza mi chiede di fare quattro piani in giù e quattro piani in su per portargli la fotocopia del documento, le mamme con i bambini che camminano per le file della fiera dei morti e gli comperano la mela candita non prima di aver gettato in terra lo zucchero filato minimamente assaggiato, il corriere che ha il rolex ghiera verde al polso ma su tutti, il rumeno che sta rifacendo i pozzetti del lastrico adiacente alla mia finestra che ha un paio di nike air max e la felpa timberland bianca immacolata.
ringraziando un qualsiasi dio bublè ha smesso di sgolarsi, mi risponde la segretaria del notaio la quale al mio “chiamo dallo studio legale x vorrei parlare con il notaio per avere chiarimenti in merito alla pratica tizio e caio” mi risponde il più classico dei “il notaio sta rogando”…
senza parole, non indignata, sono senza parole.
perchè anche le parole hanno un peso e io non voglio bilanciarle, perchè le parole hanno una conseguenza e io preferisco gli effetti, perchè le parole sono aria e io non ho nemmeno più voglia di respirare.