viva viva senegal

2013/04/03

cappello.
per fare le statistiche, per parlare di probabilità, per proporre un esempio “bisogna sparare nel mucchio” ovvero rivolgere l’attenzione ad una casistica, una pluralità di episodi e via dicendo.
corpo.
apro l’agenda e cerco di rispondere alla domanda che mi viene così, in mezzo alle altre, “che fine ha fatto quella causa, quella a …?”.
con una serie di operazioni di ricerca trovo la cronologia della causa. voglio condividere questa storia, che mi vede comparsa a latere, perchè il ristretto gruppo delle persone che conosco possa avere elementi per comprendere quella che è la situazione nella quale siamo tutti insieme “appassionatamente” calati.
anno di iscrizione a ruolo (inizio in poche parole) 31.05.2011.
l’iscrizione a ruolo coincide con il deposito dell’atto che contiene la domanda e il fascicolo a cui sono allegati i documenti a sostegno dell’azione.
udienza di comparizione (momento in cui gli avvovati di chi propone una domanda e chi resiste alla pretesa si incontrano davanti ad un giudice) 23.04.2012.
da quando scrivi la tua domanda in un foglio (31.05.2011) a quando la puoi leggere (non spiegare attenzione) ad un giudice passano 304 giorni.
nella vita contano le proporzioni.
tenete a mente che un anno è fatto di 365 giorni, l’italiano medio abita la stessa casa in media 10 anni, un bambino per camminare impiega dai dieci ai quindici mesi, un bagno (inteso come servizi igienici) dura 15 anni…
in sede di udienza di comparizione il giudice da alle parti un termine per articolare in maniera specifica i fatti, i motivi, le prove per poi valutare, all’udienza successiva, quali sono le informazioni che ritiene utili ai fini del decidere.
udienza di ammissione mezzi (momento in cui il giudice comunica quali mezzi di prova ammettere e quali non ammettere) 23.11.2012.
nella prassi accade che in questa udienza il giudice si riserva di scrivere in un foglio che ti farà inviare dalla cancelleria quali sono le prove che ammette.
mi spiego meglio.
fino ad ora il giudice non ha letto niente. non sa se sei li davanti perchè hai subito un danno ad una gamba o ad una parete di casa, se non ti hanno pagato una fattura o chissa cos’altro.
ciò significa che quando incontri l’avvocato di controparte per la seconda volta sono solo passati diciotto mesi ma il giudice ancora non ha aperto il fascicolo.
se volete che sia più chiara ve lo spiego a voce, con l’italiano scritto ho dei limiti che il turpiloquio generalmente riesce a superare.
la domanda che una persona di medie capacità intellettive a questo punto si pone è “quali prove ti ha ammesso, quindi?”
la risposta che devo dare perchè il giudice medio non ha lavorato bene è “non lo so, la causa è trattenuta in riserva dal 23.11.2012 ovvero 131 giorni”
scarpe.
un procedimento civile si dipana lungo udienze, a seconda della complessità della controversia le udienze aumentano e i tempi si dilatano.
nel caso di specie il procedimento di cui abbiamo parlato è iniziato il 31.05.2011 e al 3.04.2013 non è cambiato niente nel senso che:
a) chi ha proposto la domanda è nella medesima situazione in cui si trovava il 30.05.2011;
b) il giudice investito della domanda non ha idea del perchè gli avvocati di due parti siano andati di fronte a lui per due volte.

“il popolo… il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l’appenda da sè, del colore gli piace, alle proprie corna… Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’antichità, una generazione all’altra…” “io non mi sento cornuto” disse il giovane. ” e nemmeno io. ma noi, caro mio, cammino sulle corna degli altri come se ballassimo…” e il vecchio si alzò ad accennare dei saltelli di danza; e voleva figurare l’equilibrio e il ritmo del camminare sulle corna, da una parte all’altra. il giovane rise: sentirlo discorrere era un piacere. la fredda astuta violenza per cui in gioventù era stato famoso, il calcolato azzardo, la prontezza di mente e di mano, tutte le qualità insomma che lo avevano portato al rispetto e alla paura di cui era circondato, a volte parevano ritirarsi da lui come il mare dalla riva, lasciando alla sabbia gli anni vuoti gusci di saggezza. “diventa filosofo, a volte” pensava il giovane: ritenendo la filosofia una specie di gioco di specchi in cui la lunga memoria e il breve futuro si rimandassero crepuscolare luce di pensieri e distorte incerte immagini della realtà. ma a momenti ecco che veniva fuori l’uomo duro e spietato che era stato: e curioso era che quanto ritrovava il suo duro e giusto giudizio sulle cose del mondo, le parole corna e cornuti grandinassero nei suoi discorsi, in significata e sfumature diverse, ma sempre ad esprimere disprezzo. “il popolo, la democrazia” disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po’ ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente “sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando… dico con rispetto parlando per l’umanità… un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quand’era vosco davvero. e sai chi se la spassa a passeggiare sulle corna? primo, tienilo bene a mente: i preti, secondo: i politici, e tanto più dicono di essere col popolo, di volere il bene del popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna; terzo: quelli come me e come te… è vero che c’è il rischio di mettere il piede in fallo e di restare infilzati, tanto per me quanto per i preti e i politici: ma anche se mi squarcia dentro, un corno è sempre un corno, e chi lo porta in testa è cornuto… la soddisfazione, sangue di dio, la soddisfazione: mi va male, muoio, ma siete dei cornuti…

di(s)sangue

2011/08/31

dopo un libro di Sciascia pensi “potrei scrivere meglio”, dopo un libro di Sciascia e il Barone Rampante pensi “devo colmare le lacune che ho nella scrittura”, dopo un libro di Sciascia, il Barone Rampante e La chiave a stella pensi “l’italiano è un’altra cosa”.

la formula di rito “prometto di amarti e onorarti per tutta la vita” è il confine tra menzogna e minaccia.
un palco dove c’è tutto, anche le comparse.
al circo la famiglia va tutta unita, dunque, ben vengano i figli in udienza. chiamati a suggellare l’amore prima, tenuti a suggellarne la fine poi.
il tentativo di conciliazione, come da prassi “obbligatorio” allo stato (in)civile è sempre negativo, come il bilancio di fine rapporto.
la danza della forma: escano tutti e rimanga chi ha promosso il giudizio (perchè ormai è un giudizio) per, successivamente, cedere il passo al resistente che piange tutte le lacrime come la vedova scalza di Niffoi.
drin drin, la campanella che impone ai soldatini di ricomporre le righe assomiglia a quella che suona la fine della ricreazione, le liti (bagattellari sul rito che a questo punto è l’unica cosa rimasta da celebrare) lasciate fuori come il pallone che tanto fa divertire i ragazzini nel break di metà mattina.
la cancelliera, stretta nella gonna grigia e larga nella calligrafia della quinta udienza giornaliera.
la scrivania ordinata di Ponzio Pilato che trasforma l’istruttore in fariseo.
il testo dell’ordinanza che recita “autorizza i coniugi a vivere separati” mi toglie il respiro. le parole del presidente si fanno lontane da me come lontano è l’assegno dal mantenimento.
mi si para davanti la rottura, l’ipocrisia di quanto detto anni prima, il vuoto che lascia chi parte e le lacrime di chi vorrebbe il ricorrente rimanere.
“entro e non oltre il cinque di ogni mese”, ci si omologa alle condizioni che sono la medicina alla patologia dell’amore, pompano benessere a un vegetale che doverosamente si tiene in vita.
a parere di chi scrive l’udienza è tolta ma il dolore tutto composto.
la porta di apre e tutti dietro al feretro, a far la coda di una marsina impolverata da parole non necessarie, men che meno dovute.
ci vedo il paradosso del cane che si morde la coda, ci leggo l’imbarazzo di chi si pugnalerebbe invece di stringersi la mano, ci sento il profumo di una pietanza cucinata male e strozzata di fretta.
in fondo però tutta la pantomima ha un filo logico.
prometti l’utopia davanti all’invisibile, giuri gli avanzi davanti ad un uomo.
il benessere genera mostri, piccoli mostri, così piccoli che a volte è difficile notarli.

ho sentito dire da più persone che ascoltare è un privilegio. credo che esprimessero un concetto imperfetto.
ascoltare prima di tutto è un risultato.
chi deve parlare di argomenti che sente particolarmente cari e che ha particolarmente ingrassato con il cibo dei tarli ha necessità di un ambiente amorevolmente predisposto. chi deve parlare a chi ascolta vuole l’alta probabilità che l’interlocutore abbia del tempo a disposizione ed esige la quasi certezza che capisca il significato delle sue parole.
ascoltare è un diritto.
premesso e considerato il laborio di chi aspetta un pensiero oralmente espresso confido che venga riconosciuta l’inviolabilità del diritto a che il suono fonico venga emesso. addito come grave colpa il negare le parole a chi si è prodigato nel racimolare tempo e voglia di ascoltare.
ascoltare è un dovere.
anche a metà discorso, quando il tenore della musica è mutato, il vento non gonfia le vele ma le palle, dopo che lo scoglio sotto il primo strato di terra è andato in frantumi e comincia a salire quella melma che sembra togliere profondità ad ogni vangata.
ascoltare è un sacrificio.
colui che punta l’occhio di bue si aspetta che la regia decida di mandare presto i titoli di coda, il condannato di fronte al patibolo confida nel sopravvento quantopiù imminente del rigor mortis, la controparte si aspetta una citazione chiara ed ordinatamente concepita.
ascoltare è prodromico.
la stessa persona che ha predisposto un ambiente idealmente ricettizio, ha ascoltato le parole dell’interlocutore e, con dedizione non lo ha interrotto nel mentre del suo dispiegamento lessicale ha più probabilità di saper dare un seguito alle parole ascoltate di quante ne ha colui che si è predisposto ad un colloquio con atteggiamento contrario.

m(a)y we

2009/04/05

allora comincia che un giorno entri nel tunnel del candidato e cominci a fare pareri legali coerentemente (non si sa a cosa) motivati. lasci perdere i parametri, ti confronti con il tuo codice che a sua volta si è già confrontato con la giurisprudenza favorevole e contraria.
allora succede che il professore di diritto e procedura penale passi il tempo a sua disposizione a masturbarti il cervello con la possibilità di convivenza del reato impossibile con il reato di pericolo presunto e concreto e tu pensi a che bel cazzo di lavoro hai fatto quella mattina alle segreterie dell’università.
allora accade che decidi di mandare un sms per gioco con la traccia del compito e un baldo se non più bello giovane e questi ti risponda “sul pericolo parla dell’incendio.. sull’offensività della coltivazione stupefacente privo di principio attivo”
allora avviene che te ne freghi altamente del reato impossibile e di quell’imbecille che crede di fare un omicidio con una piuma e decidi che il diritto penale è roba seria, mica minchiate e disquisizioni becere, hardcore!
allora ti rechi in un mattatoio o presunto tale e vorresti morire, indecisa se farlo per il sangue che percorreva il pavimento o quello che percorre le vene. ti interroghi sul male minore, sulla vastità della cattiveria umana, sull’atrocità della bravura, se l’ultima volta l’estetista ti ha depilato bene, se smetterai di mangiare almeno le unghie, se non avresti fatto un lavoro peggiore quella cazzo di mattina ad iscriverti a medicina.
allora smetti di parlare, cominci a camminare con la voglia di comprare cose stupide e ti ritrovi con delle scimmie appendiabiti in mano che, una volta giunta a casa ti renderai conto come rappresentino l’inutilità.
allora vivi, vai a comprare un armadio, prepari un pranzo con l’ultimo pacco di pasta che ti rimane in casa, compri una pianta del deserto dell’Australia, mangi marmellata di pere e vaniglia, fumi una due trenta sigarette, ti fai venire un mal di testa colossale per ricevere piacere dalla sua fine, aspetti giovedì e non venerdì.
morale della favola, non so a che corrente appartengo ma, non sono una fautrice del principio di offensività, un reato per essere tale non necessita della compromissione o messa in pericolo di un bene giuridico, le belle giornate non sono solamente quelle di sole.

Supercazzola

2008/12/09

Geograficamente è come se per andare a Milano, partendo da Perugia, fossi passata per Catania.

Culinarmente è come se, per fare il caffè fossi andata in Brasile a raccogliere i chicchi.

Letteralmente è come se, per studiare il latino avessi utilizzato la Stele di Rosetta.

Sessualmente è come se, per ricevere un po’ di coccole l’avessi trombato in questo mondo e nell’altro.

Orariamente è come se, per portare le lancette 5 minuti avanti le avessi spostate 11 ore e 55 minuti indietro.

Botanicamente è come se, invece di piantare una piantina avessi cominciato lo studio del seme.

Meccanicamente è come se, per cambiare un carburatore avessi smontanto la marmitta.

Praticamente, per scrivere un atto di citazione, l’ho presa talmente tanto larga che facevo prima a saltargli addosso.

Padre Pio lo sponsorizza Petrini!

Lui: “Che fa’ sabato sera?”

Lei: “Occupata, devo suicidarmi”

Lui: “Allora venerdì sera?”

W.A. in “Provaci ancora Sam”

In bene e in male!

Peccato, peccato veramente.