bisogna avere coraggio, pure quello di dire che abitiamo un paese pieno di merda. un paese da vergogna, dove la miseria dell’anima addita la miseria di chi lo compone. siamo saccenti, pronti a denigrare i sorrisi dei bambini sulle cartoline unicef che a natale diventano patetici biglietti di auguri. siamo boriosi, capaci di trasformarci nella peggiore delle volpi guardando con malo occhio il progresso cinese. siamo abituati bene, così bene che di lavorare non siamo più capaci.

bisogna avere coraggio, pure quello di dire che abitiamo un paese dove per le persone sono piene di merda. persone di cui vergognarsi al punto tale che se ci venisse in mente di ucciderle, e le uccidessimo, nemmeno faremmo peccato. oggi, per caso e senza il benchè minimo moto di voglia/impegno, leggevo un manuale di diritto costituzionale. l’interesse mi viene nel momento in cui leggo “la riforma del 1993 ha abolito l’autorizzazione a procedere”. faccio due calcoli, mescolo nel cervello dc e tangentopoli. la riga sotto mi da la tranvata in pieno moto di rivoluzione quando mi fa leggere “a seguito della riforma il pubblico ministero è libero di intraprendere l’azione nei confronti del parlamentare ma, ogni attività di indagine dovrà essere deliberata dalla camera di appartenenza”. stacco la spina. hanno vinto.

bisogna avere il coraggio, pure quello di dire che se non impariamo a nuotare tutta la merda che ci circonda ci pervaderà. credo nei diritti inalienabili, quello di ciascuno di noi a trovare un posto in questo mondo, quello di esprimersi con forme artistiche e velleità professionali, quello di trovare qualsiasi cosa si stia cercando (persino sconfinato dolore). credo che i miei diritti siano inalienabili come quelli di ciascun altro, che nessuno possa essere pregiudicato da una persona più furba di lui (a meno che sia molto più ricca, scherzo), che la merda e la vergogna siano inversamente proporzionali.

bisogna avere il coraggio, pure quello di dichiarare i propri pensieri. allora faccio il mio personalissimo botto emotivo e vi dico che: sono diventata grande e ancora mi domando “ma io da grande che farò nella vita?”, ho amato gli uomini ma non ho sputato sulle donne, ho trovato pace nella trincea dei ricordi, sogno di andare via da questa città ma anche di scoperchiarla per vedere sotto sotto che cazzo ci sta, tutte le mattine che arrivo in tribunale penso che marshall non ci doveva fare solo la costituzione ma anche eliminare i nonni di quelli che mi camminano vicino, quando arriva l’autunno e rimango seduta sulla mia scrivania a studiare cose che all’università detestavo per un cliente che tra un mese salterà in aria pestato dalla crisi e dall’incoscienza mi sento romantica.

domani andrà peggio, questa è una delle mie poche certezze. ma anche domani troverò un modo, mentre la merda proverà ad affogarmi, per gettare il mio guanto al mondo. “avevo previsto tutto”. e soprattutto, io non saprò nuotare ma voi sapete solo galleggiare.

sono stata tre giorni a new york. non chiedetemi quando, non chiedetemi del volo, non chiedetemi della partenza. ho respirato a lungo alla finestra dell’appartamento a 360 gradi. ho visto le teste dei passanti, le teste di tutti quelli che stavano sotto di me, non sapendo che io fossi sopra di loro. ho aperto i miei occhi mentre loro aprivano le gambe e sforbiciavano la strada. da qualunque lato mi girassi, qualunque finiestra mi affacciassi, vedevo teste e gambe sforbicianti. non sono riuscita a trovare un filo conduttore tra il movimento e l’andatura. ho cercato uno spazio dove sedermi, uno spazio in quell’enorme appartamento dove potermi riposare. ovunque cercassi c’era sempre un rumore di fondo che mi seguiva così ho pensato che un posto valeva l’altro e mi sono seduta in terra. la circostanza che il marmo non avesse alcuna impronta mi ha rasserenato, il fatto che la parete alla quale poggiavo la schiena fosse bianca mi ha dato nuovo vigore. ho pensato che se in casa mia avessi avuto una parete tanto grande e tanto bianca potrei disegnarla senza mai finirla, sapevo benissimo che di quell’appartamento non mi sarei portata via nulla. nemmeno il ricordo. potevo sapere quello che volevo credere, non mi era mai capitato prima. so che in quell’appartamento ci ho lasciato le promesse, le aspettative e le lacrime. magari le avessi lasciate davvero tutte quelle cose dalla desinenza femminile che derivano sempre da attributi maschili.
la perfettibile sensazione di essere nel posto giusto al momento sbagliato si è materializzata come d’incanto nella voce rochissima di Tina Turner. stringendo la sensazione che la musica è la stessa da tutte le parti del mondo mi sono abbandonata al marmo cedendo il risentimento che sempre provo nel provare il freddo gelato. ho steso la testa rivolgendo lo sguardo al soffitto. provando a mirare con lo sguardo i piedi mi sono accorta del mio seno, sempre poco considerato in posizione verticale. uno spessore strappato alla genetica che mi ha dato il nome a desinenza femminile. la stessa genetica che mi ha dato tutto il resto, comprese le maledizioni più o meno meritate.
ho respirato forte, mi sono alzata e ho infilato le scarpe. nuova corsa, quella di sempre.