Accendo la sigaretta, non è bisogno di ritagliare del tempo per me, è bisogno di non tradire le aspettative che Lorenz ha sulle mie mani che picchiettano questa tastiera. Dato che sono in torto per un regalo di compleanno completamente saltato a piè pari, caro Lorenz, prefazione compresa, queste righe sono tutte per te. Come i miei complimenti ai tuoi successi.

Lunghe come lance piantate in un cielo bianco e sporco di fumo, dritte come l’ombra delle gambe delle ragazze sulla riva della spiaggia, le sbarre dell’aula di giustizia chiudono un mondo e aprono un inferno. Le mani degli imputati sono asserragliate, le dita girate in una spirale difficile da districare come i profumi delle donne che stanno sedute sulle panche. Veli neri a coprirne i visi e la vergogna di avere un marito, un figlio o un fratello delinquente. Le mani degli avvocati brandiscono le sbarre, un po’ vogliono essere sicuri che da li dentro i rispettivi clienti non escano e per un altro po’ vogliono mostrare il petto come uccelli canterini. Urla, schiamazzi e riffa delle grandi occasioni, quelle in cui convivialità la si dimostra guardandosi di traverso piuttosto che stringendosi la mano o scambiandosi il pane. Un rondò di circostanze fa dell’aula di giustizia la stanza del potere. Un rondò di circostanze fa delle donne infilate sulle panche le depositarie di tanta infelicità e assai fortuna. Un rondò di circostanze fa degli uomini in gabbia un manipolo di delinquenti e una insolita scolaresca. Ci sguazzerebbe, e forse in una simile occasione c’ha sguazzato, Machiavelli. Ci sguazzerebbe, e sicuramente a suo tempo c’ha sguazzato, Lombroso. Ci sguazzerebbe, se solo in questi tremendi anni quaranta fosse stato già in età da codice, Caselli. Entrano le forze dell’ordine annunciate dalle suole delle scarpe di cuoio, nere e lucide come la morte quando si veste per la sua festa. Di seguito e senza nessuna voglia di essere ignorato, ma con tutta l’aria di volerlo far credere, entra il giudice. Prendono posto gli avvocati dello Stato, gli avvocati degli imputati, gli avvocati degli offesi e gli avvocati che vogliono arrivare preparati a quando toccherà a loro fare gli avvocati per davvero. Tutti a sedere non ci stanno, allora si danno il cambio, con una pantomima tutta recitata sulle buone regole. Gli avvocati, le regole, gli avvocati e le regole, una pantomima sempre e sempre stata di moda. Sfilano gli imputati, ognuno che esce per sedersi vicino al proprio avvocato si guarda alle spalle, cerca gli occhi e trova le lacrime, della moglie, della sorella o della madre. Chi ha rubato per fame dopo chi ha ucciso per amore, chi ha insultato l’onore prima di chi ha schiaffeggiato per diletto. Non c’è un ordine ma esiste una linea comune tratteggiata dalla voglia uguale per tutti. Si chiama libertà. Per l’imputato che ascolta il suo avvocato difenderlo, per l’imputato che maledice il pubblico ministero accusarlo, per l’imputato che guarda il giudice sperando di muoverlo a compassione. Libertà di tornare a rubare per dar da mangiare ad un figlio, libertà di tornare a picchiare una moglie perchè troppo bella, libertà di tornare a dire ad un coglione che è tale.
Oggi, però, al meccanismo c’è un ingranaggio che sta grosso. Oggi il giudice è vittima, soggetto avvantaggiato e organo decidente del medesimo delitto. L’aula di giustizia è vuota, l’imputato ha rinunziato all’avvocato consapevole che nessuno potrebbe difenderlo e conscio che il suo destino se lo è deciso sbagliando. L’imputato guarda il giudice. Il giudice guarda le carte. Le carte mentono e il giudice diventa soggetto avvantaggiato dal reato e ripensa a quanto sia stato dolce il profitto della condotta dell’imputato. Le carte dicono la verità e il giudice diventa vittima del resto e ripensa a quanto sia stato cruento e spietato l’imputato. Il giudice deve decidere, in una battuta secca sapendo che nulla potrebbe fargli più luce, di quanta già non ne abbia, sui fatti, sulle persone e sulle motivazioni. Sceglie le attenuanti, le mescola alle aggravanti, concede i benefici di legge, scarta, sfronda e prende la penna. Scrive. Ha scritto. E nel momento in cui si arriva a sentenza non rileva più nessuna scusante, non inficia più nessun errore e non giustifica nessuna giustificazione. La libbra di carne, in sentenza, è il suo vero peso, senza tare, senza respiri, senza voce. Allora questo giudice e quell’imputato diventano quello che non è possibile, la soddisfazione ai torti subiti e la rassegnazione di sentirsi picchiare il petto dovendo rimane inermi. Si spoglia l’imputato, nudo e pieno di peli, uno ogni idea malversata. Si veste il giudice, ogni camicia quante le occasioni di punizione. Si scompone la scena, deturpata di pantomime e di rigore. Quattro occhi, quelli di chi ha voluto con quelli di chi vorrebbe, quelli di chi ha con quelli di chi avrà. Trecentosessanta gradi, un panorama riunito, tutto diviso per due. L’imputato la sua sorte se l’è scelta, il giudice la sua sedia pure. E tanto scellerato è stato il primo per quanto diabolico è il secondo.

Mi sono iscritta ad una facoltà.
Come succede a tanti.
Ho sempre detto che la convinzione che mi ha spinto a farlo sia stata imposta dall’esigenza di giustizia che, mi accompagna in molte delle cose che faccio. Perchè la giustizia è un valore assoluto e mi oppongo con convinzione a chiunque dice o sostiene che sia relativo. Relativo può essere il giudicato, relativa può essere la soluzione pratica che esce dalle ultime pagine della sentenza, relativa è la visione politica che muove la mano di chi scrive le regole del gioco. Ma rimango ferma nel pensiero che l’uomo ha un minimo comune denominatore che lo unisce agli altri. Tutti gli uomini mangiano, chi più e chi meno. Tutti gli uomini hanno una rappresentazione di fronte alla quale si sentono concordi nel pensarla e leggera come essi la vedono. Sfido io ad incontrare qualcuno che vorrebbe sovvertire il principio “chi sbaglia paga”.

Ho cominciato la facoltà con i sogni, proseguita con gli esami e finita con fatica. Poi i sacrifici, che ieri erano sopportabili e oggi mi sembrano il giusto prezzo alla croce che ho deciso di portare.

Ho abbandonato, forse precocemente per la mia età, le litigate furibonde nei banchi della scuola o nelle aule dell’università. Mi sono misurata con chi non alzando la voce, ma anzi parlando a modulazione bassa, riesce a suscitare dapprima interesse per quello che dice e solo poi voglia di rifletterci sopra. La bravura non è nel far cambiare le idee, piuttosto è nel mostrare la debolezza che non vorresti soffrire e dimostrare i rimedi che la suppliscono. Ma io non sono ancora brava, le esercitazioni di stile non mi competono, non ho deciso di scrivere manuali su istituti o fattispecie ma stancare la pratica con realtà che superano sempre la fantasia.

Non solo chi sbaglia deve pagare ma, mai sia che chi è stato offeso debba anche camminare a testa bassa.

E qualcosa rimane, fra le pagine chiare,
fra le pagine scure,
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni,
i miei alibi e le tue ragioni.
Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente
ma lo zingaro è un trucco.
Ma un futuro invadente, fossi stato un pò più giovane,
l’avrei distrutto con la fantasia,
l’avrei stracciato con la fantasia.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro
Ancora i tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi.

Santa voglia di vivere e dolce Venere di Rimmel.
Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi
se per caso avevo ancora quella foto
in cui tu sorridevi e non guardavi.
Ed il vento passava sul tuo collo di pelliccia
e sulla tua persona e quando io,
senza capire, ho detto sì
hai detto “E’ tutto quel che hai di me”
È tutto quel che ho di te.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro.
Ancora i tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi.

TOMASIUS scrive:
che fai?
Carolina scrive:
comparsa conclusionale
TOMASIUS scrive:
ottimo
TOMASIUS scrive:
il mio atto preferito
Carolina scrive:
davvero???
TOMASIUS scrive:
si
TOMASIUS scrive:
secondo me è il più importante
Carolina scrive:
trucchi per un’ottima comparsa conclusionale??
TOMASIUS scrive:
non essere pigri

Una delle mie cinque vicine di casa ha deciso di ascoltare Vecchioni questa mattina. Tutti noi condomini ascoltiamo Vecchioni di conseguenza dato che, il volume dello stereo è inesorabilmente calibrato sulla seconda metà della modulazione possibile. A nulla sono valse le mie prime ore di sonno dopo una settimana d’inferno nella quale il verbo dormire mi era stato bandito! Atterrita dall’incessante calamita che sembrava attrarre verso ogni punto cardinale (possibile e immaginabile) il ferro che mi porto nella gamba vado  dall’ortopedico di fiducia. La diagnosi è: “c’hai merda però” ovvero lombosciatalgia virale (da notare il virale). Morale della favola quando sento Luci a San Siro l’ascolto quasi contenta, con Samarcanda decido di andare in bagno per perdere un po’ di tempo prima di ri-mettermi a studiare ma… con Per amore mio al pensiero non concedo più biforcazioni: ora scendo e le taglio le vene. Il tema vero sarà stabilire: in presenza di che elemento soggettivo ho compiuto il reato, se sono imputabile o affetta da infermità di mente ex. art. 428 c.p., se posso invocare la circostanza attenuante comune ex art. 62 n.2 c.p. o se mi commineranno la circostanza aggravante comune ex art. 61 n.1 c.p.

occhi da orientale

2008/10/07

Quando andavo a scuola imparai l’analisi logica e quella grammaticale. Quest’ultima la trovavo di gran lunga più facile della prima in quanto ogni parola corrispondeva a qualcosa. Ogni parola nella sua interezza e non in relazione ad un’altra che l’aiutasse a diventare qualche strano tipo di complemento.

Ogni cosa credo si trasformi nella vita, si adegui alla crescita sociale che l’individuo compie. Ancora oggi so perfettamente riconoscere un’azione o un comportamento ma difficilmente riesco a leggerli in maniera unitaria ad altri.

Cosa mi comporta di preciso? La comprensione ex post facto.

98

2008/04/29

… “Quello che dovea essere, e non è stato, il programma della Sinistra deve diventare oggi il programma della Destra”

Discorso del Commendatore SILVIO SPAVENTA
letto la sera del 7 maggio 1880
nella sala dell’associazione costituzionale di Bergamo

ma siano una data dalla quale muovere qualcosa.

Di canonico nel festeggiamento di laurea non c’è stato niente. Non c’è stata nemmeno una delle persone che ho ringraziato bottiglia alla mano.

Da oggi non sono più studentessa ma, disoccupata.

 

… E i puntini stanno per i comportamenti del mondo e dei suoi abitanti, nelle ultime settimane… Non mi venite a dire dire che sono strana. Attualizzo. Se a uno gli date uno schiaffo non è detta che come il buon Jesu vi porge l’altra guancia.

Lotteria n.2

2008/01/28

“(…) dal giudicato di condanna della pubbica amministrazione nascono per il cittadino un diritto soggettivo al risarcimento del danno ed un interesse occasionalmente protetto alla eliminazione della legittimità dell’atto amministrativo, eliminazione che è un preciso obbligo della pubblica amministrazione, posto nell’interesse pubblico e solo di riflesso a tutela dell’interesse pubblico”

E. Cannada-Bartoli, Osservazioni sull’obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi al giudicato dei tribunali ordinari in Studi Sassaresi, 1947, p. 126.

Se di perfezione parliamo non possiamo esimerci dal convenire tutti insieme che è oggettiva che, non è qualificabile in altro e ulteriore modo. La perfezione a volte risiede in dei concetti, in dei momenti e in dei volti. La perfezione per me esiste, la perfezione è anche la costante spinta alla vocazione. Molti – badate bene non troppi – anni fa, quando seguivo le lezioni di filosofia del diritto allo scopo meschino di apporre la mia firma in un verbale per poi alzarmi al primo “voltaspalle” del professore feci in tempo a rispondere a una banalissima domanda. Con il senno di poi non risposi effettivamente ma, custodii dentro il cassetto dei sogni quello che avrei voluto dire. “Perchè avete scelto giurisprudenza?” Oggi, al capolinea della mia esperienza universitaria mi rendo conto che rispondere interiormente ad una domanda non basta per renderla perfetta. Per rendere perfetto un sogno serve una vita, fatta di levatacce e nottate in bianco, colma di cuore in gola e ansie, puntellata di incertezze e bisogno di guardare al di la dello specchio. Qualunque sia la risposta che ho dato a quella domanda so per certo che in pochi l’hanno e l’avrebbero data.

Tutto ciò per introdurre la seconda lotteria del mio bellissimo regno di Palombella. Io dunque, regina Carolina imbastisco per il popolo mio tutto un concorso nel quale ognuno dei miei sudditi è chiamato a esporre la cosa più perfetta che abbia mai fatto. Il premio è di quelli che valgono: una crostata alla marmellata di more fatta dalle mie regie mani.

In bocca al lupo e buon divertimento!