Mi sono iscritta ad una facoltà.
Come succede a tanti.
Ho sempre detto che la convinzione che mi ha spinto a farlo sia stata imposta dall’esigenza di giustizia che, mi accompagna in molte delle cose che faccio. Perchè la giustizia è un valore assoluto e mi oppongo con convinzione a chiunque dice o sostiene che sia relativo. Relativo può essere il giudicato, relativa può essere la soluzione pratica che esce dalle ultime pagine della sentenza, relativa è la visione politica che muove la mano di chi scrive le regole del gioco. Ma rimango ferma nel pensiero che l’uomo ha un minimo comune denominatore che lo unisce agli altri. Tutti gli uomini mangiano, chi più e chi meno. Tutti gli uomini hanno una rappresentazione di fronte alla quale si sentono concordi nel pensarla e leggera come essi la vedono. Sfido io ad incontrare qualcuno che vorrebbe sovvertire il principio “chi sbaglia paga”.

Ho cominciato la facoltà con i sogni, proseguita con gli esami e finita con fatica. Poi i sacrifici, che ieri erano sopportabili e oggi mi sembrano il giusto prezzo alla croce che ho deciso di portare.

Ho abbandonato, forse precocemente per la mia età, le litigate furibonde nei banchi della scuola o nelle aule dell’università. Mi sono misurata con chi non alzando la voce, ma anzi parlando a modulazione bassa, riesce a suscitare dapprima interesse per quello che dice e solo poi voglia di rifletterci sopra. La bravura non è nel far cambiare le idee, piuttosto è nel mostrare la debolezza che non vorresti soffrire e dimostrare i rimedi che la suppliscono. Ma io non sono ancora brava, le esercitazioni di stile non mi competono, non ho deciso di scrivere manuali su istituti o fattispecie ma stancare la pratica con realtà che superano sempre la fantasia.

Non solo chi sbaglia deve pagare ma, mai sia che chi è stato offeso debba anche camminare a testa bassa.

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Le notti perugine dell’inverno scorso le ho passate tutte con Giorgia, la bambina che abitava al piano di sotto e piangeva ininterrottamente per ore. Bionda, pallida e occhi celesti. Probabilmente da grande farà impazzire qualcuno. La mattina spesso la incrociavo nel pianerottolo insieme alla madre che reiterava continuamente le sue scuse ai pianti notturni della figlia. Avesse tirato piatti al soffitto, ballato la pizzica o ascoltato i Metallica non mi sarebbe cambiato niente. Tanto non dormivo. Poi Giorgia, la madre e il fratello hanno cambiato casa. Poi anche io ho cambiato casa. Ora abito davanti ad un asilo. Stamattina mentre andavo verso la macchina ho sentito un pianto. L’avrei riconosciuto anche senza i brividi che mi correvano nella schiena. Era Giorgia e non è guarita.

lui mi ha chiesto di non attaccarmi all’adolescenza, di lasciarla a Daniele che ancora fa l’università o a chi è in ritardo per tutto.
lei mi dice di sentirsi stupida e vedermi matura.