Time

2012/12/03

In questa notte bianca come il termosifone della mia camera partono i titoli di coda dopo che il sipario é stato calato sul mio personalissimo traguardo. sono diventata avvocato, ancora non ho giurato e conoscendomi potrei anche non farlo, voltarmi e valige in mano allontanarmi da questo deserto emotivo e sociale.

doveroso e volutissimo il primo grazie lo devo all’avvocato Paola. la persona che più di ogni altra mi ha fatto vedere come si comporta chi non ha paura quando in verità paura ce l’ha, e pure un bel po’. grazie per avermi insegnato un mestiere, grazie per avermi trasmesso la passione per la professione, grazie infinite per la pazienza e il tempo che nemmeno le madri – a volte – dedicano alle figlie. grazie per essere entrata ogni mattina a studio lasciano fuori della porta i suoi problemi sentimentali, per non aver riversato stupide ambizioni su di me ma per avermi intrecciato la coda come il cavallo di punta della scuderia.

grazie a chi mi ha fatto fumare la prima sigaretta. l’amore è continuato, dopo essere sbocciato da/in una nuvola di fumo per indigesione di tabacco, fino ad oggi. e nemmeno immutato, l’amore si è sempre più fortificato tanto che, ad oggi, la sigaretta è l’unica cosa alla quale sto dietro. grazie a Nino Manfredi. la sigaretta come la teneva lui è ancora un monito per noi giovani leve.

grazie a Marco per avermi cantato, in un pranzo rubato, tutta “time” dei pink floid. i momenti tristi prima di conoscerla erano solo tristi invece ora sono il prodromo necessario al taglio della vena. grazie Marco. un piacere del genere non ci penso nemmeno lontanamente a rendertelo.

grazie a mamma e papà, come nella migliore delle famiglie in cui ogni figlio riconoscente lustra il ricordo dei genitori. un misto tra la tradizione delle dirette televisive e la religione cattolica che mi ha dato il battesimo e preso gran parte delle mie invettive. grazie a mamma e papà che non ci sono stati quando mi servivano, quando cresco e i problemi da grandi nessuno me li potrebbe spiegare meglio di loro. grazie a mamma e papà che mi danno il pranzo della domenica, sono diventata forte e sana. grazie a mamma e papà per come me li ricordo, sarebbero stati fieri di me e io una figlia da lodare.

grazie alla bic. perchè lei non mi ha tradito mai. mai una volta che si sia inceppata quando ho falsificato una firma, non un indugio in una pagina di verbalizzazione, mai e poi mai un rifiuto sui banchi di scuola tantomeno quando feci il compito della maturità, sempre volenterosa quando l’incastro tra i capelli.

grazie a ginevra, cane paziente e mai ubbidiente. se non avesse mangiato tutti quei panini maionese e wustel che mi preparavo forse avrebbe vissuto qualche mese di più ma io non sarei stata una fantastica 44 perennemente strizzata in una 42.

grazie per ogni bastonata che ho preso e a chiunque me l’ha data, grazie a chi puntualmente delude l’aspettava, grazie ai calci nel culo che oggi tanto mi fanno ridere manco fossi sulla giostra, grazie ad ogni cartellino di ammonimento, grazie a chi mi ha dato ogni colpo decisivo quando ero in bilico seduta sulla tazza a cagare, grazie ma grazie di cuore. Grazie perché ve lo meritate, voi infatti siete quello che siete e io quello che voi mai sarete.

doveroso l’ultimo ringraziamento che personalmente mi faccio. grazie perché sono stata uno spettacolo, perché non ho mollato mai, perché ho tenuto fede alla promessa, perché ho fatto mille rinunce e finalmente mi sono trovata. e non perché ho passato un esame banalissimo rispetto a tutta una vita. grazie perché in dieci anni sono cambiata, ho smussato i miei mille pregi e seppure tutto quello che ho avuto intorno avrebbe rovinato chiunque io, di fondo e in fondo, sono rimasta la stessa. Grazie perché sono stata un lanciarazzi nella discarica di provincia, perché non me ne sono andata ma ho puntato i piedi, perché sono arrivata seppure appena partita, perché mi ero promessa di finire qualsiasi cosa buona avessi cominciato e non ho lasciato niente e nessuno a metà strada.

treccia

2012/11/20

un pezzo alla volta la vita di mio padre lo sta portando via dalla mia. dieci anni fa preparavo l’esamedi diritto privato all’unversità e, convocata nella camera da letto dei miei, appresi dalla sua voce che era malato di leucemia. quella che gli si era attaccata addosso non era la febbre che io usavo alle superiori quando non volevo andare a scuola, era un’infezione che me lo ha tenuto all’ospedale per parecchi mesi. barbara era lontana, un figlio e un lavoro l’avevano sbattuta a diversi chilometri di distanza. a me rimaneva tutto il patrimonio, una casa enorme con un cane selvaggio, un mucchio di tempo libero e pagine incomprensibili che comunque presero forma al primo esonero. e diritto privato se ne andò nel dimenticatoio per molti anni. io dovevo laurearmi mica studiare. e la differenza, con l’arrivare degli eventi più che con il passare del tempo, la capisci e maledici. papà tornò in una giornata freddissima, il cane nemmeno lo riconosceva tanto era ridotto male, temo che durante l’operazione di asporto della milza si presero anche una vena, quella dell’ottimismo. in uno dei pochissimi ricordi che ho di quando ero bambina c’è il giorno prima che dovetti togliere le tonsille. papà mi disse semplicemente che non le aveva nemmeno lui. dieci giorni fa preparavo l’esame di stato, quello con cui diventa avvocato anche chi non sa che i tribunali hanno un bagno per i magistrati e uno per tutto il resto del mondo. insomma dieci giorni fa mi chiama mia sorella, vicina visto che stavolta un figlio e la vita l’hanno schiaffata a pochi chilometri da casa mia e mi dice che papà ha un cancro. esistono differenze tra la leucemia e un cancro. la prima è che la leucemia non è mai passata e invece il cancro è appena capitato. la seconda è che la leucemia ce l’hai in ogni parte del corpo, il cancro no. passo (per motivi di inutile elencazione) anche questo esame, io devo lavorare mica fare l’avvocato. ieri sono andata a pranzo dai miei, nella vita normale succede che vado a cena, al massimo un paio di volte alla settimana e se proprio non ci riesco mi impegno a non saltare il pranzo della domenica. allora vedo mamma che guarda papà con quegli occhi ai quali se se riesci a togliergli l’impercettibile punto interrogativo ci vedi un’affermazione diretta come un colpo di cannone. sono un genio a capire quali siano i posti sbagliati, una speciale attitudine coltivata in tanti anni di frequentazione. cerco di alzarmi il più in fretta possibile dalla sedia, saluto con un distratto “si è fatto tardi, devo andare a stu…”, dio lo dico quando già ho la mano sulla maniglia della porta seguito da un interiore “xxx” (leggi, nome comune di quadrupede di colore rosa, coperto da setole e mammifero).

“cochi (soprannome con cui i miei genitori temo mi chiameranno anche quando sarò cassazionista) mi sono dimenticato di dirti una cosa”. nell’attimo stesso in cui già sono in cucina penso che non voglio tornare in cucina, penso che voglio andare a studio, lì al massimo perdo una causa o sbaglio una notifica, lì più che professare una professione e praticare la religione della bestemmia non mi succede. mi siedo, tanto lo so già che mi vuole dire. “cochi, lo sai come sono le gtv?” “veloci babbo, gran turismo veloce” “e perchè sono veloci”, siamo in derapata sull’argomento, so che qualunque risposta avessi dato sarei piombata sull’oggetto della discussione, allora ho deciso di fare quello che faccio di solito, se anche la cosa giusta è sbagliata tanto vale non sbagliare due volte. “perchè sono leggere?”. con il passare degli anni papà ha affinato la tecnica del “prenderla larga” (avrei anche un poì voluto scrivere del “prendersela in culo”) purtroppo la morsa dei miei occhi che lo fissano e quelli di mia madre che piangono lo stringono. una specie di sandwich, ma la maionese perchè cazzo non ce l’avete messa?

e così adesso sono a studio con la finestra aperta e la sigaretta in bocca. a pensare che un pezzo alla volta la vita di mio padre lo sta portando via dalla mia. un pezzo alla volta papà diventa leggero leggero e la situazione pesante.

Dotcom

2012/11/07

Quando vedi una una figura di donna con i capelli biondi, preferibilmente corti, che indossa un cappotto nero, lungo e abbondante non avere dubbi, stai guardando una donna dell’est. É bella la sensazione di non avere dubbi, nel mio immaginario -poco collettivo ma se volete, e se vi piace, potete pure farlo vostro- somiglia parecchio alla prima volta in cui ti lavi il viso in una giornata. A me succede, per esempio, di lavare il viso fino a bagnare i primi capelli della fronte. Il movimento speculare e circolare delle mie mani fa si che le dita arrivino sempre a toccare le orecchie. Quasi ogni mattina mi volessi sincerare che il piercing al trago é ancora al suo posto. Una lavata abbondante che finisce sempre in un asciugamano ruvido. Non mi piacciono quelle spugne moderne che sono tanto soffici per quanto incapaci ad asciugare l’acqua. Mi piace il lino, mi piacciono le spugne vecchie. Quelle che non si gettano mai. Quelle di nonna, di mia madre che ha lavato mille volte a novanta gradi in un fottio di varechina. Mai l’ammorbidente, non che creda di poter perorare la causa ecologista non usandone, semplicemente l’ammorbidente inficerebbe il risultato delle mie operazioni di nettatura. No, l’ammorbidente farebbe di me una donna pipiante. Pipiànte come scriverebbe mia sorella, decantando qualcosa sul dittongo aperto o minchiate analoghe.
Quando vedi un cartellone pubblicitario che per sponsorizzare una chiavetta USB di Hello Kitty utilizza una giovane femmina che mostra visibili segni di calore e palese bisogno di soddisfare le sue esigenze con un maschio di razza adulta sarebbe il caso che ti ponessi questo interrogativo: “se la regalassi alla mia fidanzata potrebbe accadergli la stessa cosa?”. Se hai dubbi sulla tua fidanzata e sai già che la metamorfosi sarebbe pressoché immediata astieniti dall’acquisto e dirotta la tua esigenza di depauperare i tuoi averi su un completino intimo di Intimissimi. Guardandoglielo indosso potrai sempre immaginarti Irina, se le regalassi la chiavetta USB oltre a trovarti una fidanzata ammiccante -giammai vs di te ma vs gli altri – potresti anche immaginarti di scopare con un pupazzo, e non sarebbe bello.
Quando vedi due persone che stanno in silenzio e una delle due – solo una delle due – fissa l’altra, stai assistendo ad uno spettacolo del circo. La silente e sguardopersonelvuotomasetiguardassitimandereiacagare é la tigre che deve saltare dentro al cerchio infuocato, la foca che deve tenere in equilibrio la pallina sul naso, lo struzzo che deve correre la gincana tra le clavette. La silente e tiguardosoloperchésochenonmiguardialtrimenticolcazzochelofarei é il domatore con la frusta in mano, il bambino spettatore che é incastrato tra la paura della belva e la curiosità del numero, il giocoliere che aspetta di poter lanciare le palline in aria. Quando vedi due persone che stanno in silenzio e una delle due – solo una delle due – fissa l’altra, é probabile che che ci sia qualche cose che non va. Un’incomprensione di modesta entità, un litigio simil temporale tropicale, una gigantesca e colossale dittatura dei sentimenti. So già che mia sorella in questo punto preciso penserà che ho un problema di logistica delle virgole. L’ho fatto apposta, 🙂
Quando vedi una borsa incustodita domandati il motivo. Chiediti se un complotto internazionale sta preparando la trappola del secolo per incastrarti, tu che non hai mai dato uno schiaffo ad un compagno di scuola, nemmeno per schiacciargli la mosca che aveva addosso. Chiediti se quella che senti fosse fame (mica quella atavica, stiamo cazzeggiando suvvia), (vabé manco quella pretestuosa di un duplo), (cazzo smettete di inibirmi che non riesco a qualificare la fame), fame vera (alé), quella borsa la ruberesti? Chiediti, immaginando che quella borsa fosse tua, se gli altri ti grazierebbero, se la ritroveresti, se qualcuno la prenderebbe in carico, se saresti solo e semplicemente così dannatamente sfacciato da avere la fortuna di ritrovarla inviolata. Quando vedi una borsa incustodita voltale le spalle, se nessuno l’ha voluta di sicuro non stava aspettando te, é semplicemente vuota coglione!

Da ventotto anni parlo italiano e da ventidue lo scrivo. Solo ultimamente mi rendo conto di non averlo mai capito come credevo. Solo ora mi vergogno di aver usato parole il cui significato non mi era (e forse non mi è) chiaro. Di poca difficoltà e sofferta chiarezza sono i concetti posti a fondamento dei miei pensieri.
Elaborazione del lutto. Questa è una di quelle locuzioni che, ancora oggi, mi rimane di difficile comprensione. Non capisco quale procedura evolutiva dovrei compiere intorno alla fine.
Alla stazione dei treni ho assistito ai classici esempi di comportamenti umani che si verificano in un luogo di passaggio. Gente ferma, gente ferma che aspetta, gente ferma che fuma, gente ferma che corre. Gente, quanta gente. Tutti disordinatamente ordinati a fare le loro cose. L’oro di loro.
Non so fino a che punto c’ho provato a cambiare, io che sono arrivata a credere che smettere di fumare dopo dieci anni sarebbe come aver buttato via un mucchio di soldi e continuare invece rappresenti un modo per dare fiducia al mio investimento.
Io l’italiano non ce l’ho. Mi devo concentrare per parlare, faccio una fatica terribile a scrivere. É per questo che scrivo del niente in questo posto. Per esercitarmi. Figurate i se non mi esercitassi che ne uscirebbe.
Mi devo perdonare. Di essere entrata di prepotenza nelle braccia delle persone che stringevano le valige, di essere rimasta impigliata nelle andature delle mamme frettolose, di essermi concentrata sull’immobilità degli studenti con lo zaino in spalla.
Tremo. Tremo bile. Le mani tremano per lo sforzo di non riuscire a tenere tutto, l’inconciliabile con l’impossibile. Lo stomaco si è ribellato come non mai. I sentimenti si sono raggelati come sudore sulla schiena che ha bagnato. Dalla sera alla mattina non cambia mai nulla, nulla di così importante. Quindi se era amore continua ad esserlo comunque.
Ho perso tempo, gli altri con i loro movimenti mi hanno distratto. Insieme ai colori dei loro vestiti, la vanità delle acconciature e l’odore strisciatomi vicino mentre passavano. Ho perso tempo a concentrarmi su qualcuno che non conoscevo, a diventargli amica credendo di poterlo diventare per il solo fatto di volerlo. Ma gli ospiti della stazione non volevano mica che diventassero amici. Mi ero illusa io, di certo più di quanto mi avevano illuso loro.
È così alla stazione dei treni non sono più andata, vuoi perché non volevo più partire ma dovevo restare, vuoi perché gli schiaffi delle porte chiuse mi hanno inibito maggiormente di quanto mi invogliasse fare nuove osservazioni, vuoi perché i treni non arrivavano mai in orario.
Non c’è niente dietro a queste parole, nessun significato che potrebbe essere differente dalla semplice rappresentazione del mio rapporto con la stazione dei treni, nessun modo di reinventare l’antico carpe diem, niente di niente. Solo io, l’italiano maldestro, i treni delle stazioni e i passeggeri.

più casa

2012/10/16

per amor del vero devo essere onesta. io la felicità non l’ho trovata tutte le volte che non l’ho cercata. per amor della semplicità, io la felicità l’ho trovata solo quando l’ho cercata. mai una volta che mi fosse capitata così, che l’avessi raccolta senza meritarla, che fosse arrivata senza averle fatto il biglietto. compitamente le ho dovuto sempre pagare l’obolo, mi sono sempre dovuta ficcare in bocca il morso e muovere la testa dove sentivo che c’era una prospettiva di gioia.
a colpo d’orecchio sento che felicità fa rima con serenità ma, per amor del vero, ditemi quale serenità e quanta felicità. continuo a coltivare personalissimi campi di vedute, alcuni andati persi e che non mi faranno raccogliere nulla, altri in pieno verde ed in esplosione di vigore. non ho più parole a fare da materasso, sintetizzo e sfrondo fino a toccare con i denti il famigerato osso.

penso alla mia nuova parete verde, di un verde così brutto che preferirei fosse marrone. penso al mobile in arrivo, alle risate con mia sorella mentre dipinge le mie pareti con fare (di anche ) brasiliano, a me che le ripeto costituzionale mentre lei scartavetra il soffitto e per proteggersi dalla polvere indossa i miei rayban pitonati, a mia mamma che credendo stessimo facendo una scampagnata si è presentata alle una con un cesto di vimini contenente pollo arrosto e pasticcini, a mio nipote che fa i compiti delle elementari in mezzo alle mie cose ammassate alla carlona, a mio padre che mentre apro una bottiglia di rosso di montefalco per pranzo mi dice “ce credo che n’c’è mai ‘na lira se bevi così”, a me e barbara che ci confessiamo sull’altare della polvere. penso che un posto lo si trova sempre, anche per chi non c’è.

bisogna avere coraggio, pure quello di dire che abitiamo un paese pieno di merda. un paese da vergogna, dove la miseria dell’anima addita la miseria di chi lo compone. siamo saccenti, pronti a denigrare i sorrisi dei bambini sulle cartoline unicef che a natale diventano patetici biglietti di auguri. siamo boriosi, capaci di trasformarci nella peggiore delle volpi guardando con malo occhio il progresso cinese. siamo abituati bene, così bene che di lavorare non siamo più capaci.

bisogna avere coraggio, pure quello di dire che abitiamo un paese dove per le persone sono piene di merda. persone di cui vergognarsi al punto tale che se ci venisse in mente di ucciderle, e le uccidessimo, nemmeno faremmo peccato. oggi, per caso e senza il benchè minimo moto di voglia/impegno, leggevo un manuale di diritto costituzionale. l’interesse mi viene nel momento in cui leggo “la riforma del 1993 ha abolito l’autorizzazione a procedere”. faccio due calcoli, mescolo nel cervello dc e tangentopoli. la riga sotto mi da la tranvata in pieno moto di rivoluzione quando mi fa leggere “a seguito della riforma il pubblico ministero è libero di intraprendere l’azione nei confronti del parlamentare ma, ogni attività di indagine dovrà essere deliberata dalla camera di appartenenza”. stacco la spina. hanno vinto.

bisogna avere il coraggio, pure quello di dire che se non impariamo a nuotare tutta la merda che ci circonda ci pervaderà. credo nei diritti inalienabili, quello di ciascuno di noi a trovare un posto in questo mondo, quello di esprimersi con forme artistiche e velleità professionali, quello di trovare qualsiasi cosa si stia cercando (persino sconfinato dolore). credo che i miei diritti siano inalienabili come quelli di ciascun altro, che nessuno possa essere pregiudicato da una persona più furba di lui (a meno che sia molto più ricca, scherzo), che la merda e la vergogna siano inversamente proporzionali.

bisogna avere il coraggio, pure quello di dichiarare i propri pensieri. allora faccio il mio personalissimo botto emotivo e vi dico che: sono diventata grande e ancora mi domando “ma io da grande che farò nella vita?”, ho amato gli uomini ma non ho sputato sulle donne, ho trovato pace nella trincea dei ricordi, sogno di andare via da questa città ma anche di scoperchiarla per vedere sotto sotto che cazzo ci sta, tutte le mattine che arrivo in tribunale penso che marshall non ci doveva fare solo la costituzione ma anche eliminare i nonni di quelli che mi camminano vicino, quando arriva l’autunno e rimango seduta sulla mia scrivania a studiare cose che all’università detestavo per un cliente che tra un mese salterà in aria pestato dalla crisi e dall’incoscienza mi sento romantica.

domani andrà peggio, questa è una delle mie poche certezze. ma anche domani troverò un modo, mentre la merda proverà ad affogarmi, per gettare il mio guanto al mondo. “avevo previsto tutto”. e soprattutto, io non saprò nuotare ma voi sapete solo galleggiare.

sono stata tre giorni a new york. non chiedetemi quando, non chiedetemi del volo, non chiedetemi della partenza. ho respirato a lungo alla finestra dell’appartamento a 360 gradi. ho visto le teste dei passanti, le teste di tutti quelli che stavano sotto di me, non sapendo che io fossi sopra di loro. ho aperto i miei occhi mentre loro aprivano le gambe e sforbiciavano la strada. da qualunque lato mi girassi, qualunque finiestra mi affacciassi, vedevo teste e gambe sforbicianti. non sono riuscita a trovare un filo conduttore tra il movimento e l’andatura. ho cercato uno spazio dove sedermi, uno spazio in quell’enorme appartamento dove potermi riposare. ovunque cercassi c’era sempre un rumore di fondo che mi seguiva così ho pensato che un posto valeva l’altro e mi sono seduta in terra. la circostanza che il marmo non avesse alcuna impronta mi ha rasserenato, il fatto che la parete alla quale poggiavo la schiena fosse bianca mi ha dato nuovo vigore. ho pensato che se in casa mia avessi avuto una parete tanto grande e tanto bianca potrei disegnarla senza mai finirla, sapevo benissimo che di quell’appartamento non mi sarei portata via nulla. nemmeno il ricordo. potevo sapere quello che volevo credere, non mi era mai capitato prima. so che in quell’appartamento ci ho lasciato le promesse, le aspettative e le lacrime. magari le avessi lasciate davvero tutte quelle cose dalla desinenza femminile che derivano sempre da attributi maschili.
la perfettibile sensazione di essere nel posto giusto al momento sbagliato si è materializzata come d’incanto nella voce rochissima di Tina Turner. stringendo la sensazione che la musica è la stessa da tutte le parti del mondo mi sono abbandonata al marmo cedendo il risentimento che sempre provo nel provare il freddo gelato. ho steso la testa rivolgendo lo sguardo al soffitto. provando a mirare con lo sguardo i piedi mi sono accorta del mio seno, sempre poco considerato in posizione verticale. uno spessore strappato alla genetica che mi ha dato il nome a desinenza femminile. la stessa genetica che mi ha dato tutto il resto, comprese le maledizioni più o meno meritate.
ho respirato forte, mi sono alzata e ho infilato le scarpe. nuova corsa, quella di sempre.

Mal di aria

2012/08/20

sento che questa è la mia tappa. è qui che devo fare la volata, tirare le gambe dietro al cuore, arrivare con il fiato rotto. devo alzarmi anche se potrei solo stendermi e guardare tutti passare.

sento che questo è il mio momento. me lo dicono le tempie che potrebbero esplodermi da un momento all’altro, lo stomaco dove poggiati ho gli ultimi inqualificabili sei mesi, le mani con le unghie lunghe e senza più segni di spilli.

ho dei problemi con il futuro che potrebbe capitarmi. ho analizzato bene gli ipotetici motivi che temo siano riconducibili ad uno solo, principalmente. l’incertezza delle curve. se non posso sapere, nemmeno con presumibile certezza, quali siano le parabole seguite da chi mi circonda tendo a chiudermi in autarchia.

“se posso farlo io ce la possono fare tutti”. il principio di base che mi porta a credere che gli altri mentiranno, urleranno, si ammaleranno.

“se è capitato a me può capitare a chiunque”. il principio di altra base che mi fa essere sicura che gli eventi e le circostanze non siano frutto di meritocrazia ma di uno “spalmato” irregolare.

prendo le mie sensazioni e le unisco alle convinzioni, ne viene fuori un piatto di metafisica non commestibile, assimilabile, tantomeno invitante.

ho dei problemi con l’italiano scritto. un coagulo di incomprensione per me stessa che inettato nelle vene altrui diventa l’embolo letale. ma dei coaguli altri non si muore nè ci si ammala. probabilmente se è vero che nessuno si salva da solo deve essere pur vero che nessuno infierisce letalmente sugli altri.

È tutto cambiato sempre così velocemente che cercare di orientarmi aspettando che l’ago ritrovasse il nord mi è stato impossibile, come ora. Allora devo fare come ho sempre fatto, sempre nel bene e sempre quando è stato il male. Prendere le distanze, trattenere il fiato, compiere una sommaria valutazione delle circostanze e saltare. Senza aspettarmi paracadute, reti, corde, braccia o palliativi di qualsiasi forma.

Tutto si amplifica poi in relazione della possibilità o meno di tornare indietro, perchè prima o poi il punto di non ritorno ha ingoiato tutti e non farà salva nemmeno me.

Alla stazione dei treni. Ma questo la prossima volta.

I

2012/07/26

Da stamattina sono incastrata e incazzata. Incastrata nel traffico straordinario che una città così piccola non dovrebbe avere e incazzata perchè i coglioni di turno mi guardano dentro la cabrio e pensano “se solo potessi scoparla una così”. Incastrata nel parcheggio del tribunale di periferia e incazzata perchè il collega di turno parla stravaccato sul sedile di improbabili transazioni senza sveltirsi nelle operazioni di parcheggiamento. Incastrata nella fila della cancelleria e incazzata perchè sono costretta a respirare il profumo della deficiente che mi precedere e della cretina che mi segue. Incastrata sulla sedia della scrivania e incazzata perchè il telefono è diventato una fucina di problemi. Incastrata pranzerò in macchina e incazzata perchè stanotte sarà la quinta notte che non dormirò. Incastrata a lavorare e incazzata perchè io volevo solo studiare. Incastrata nei ricordi e incazzata perchè sono un incubo che non si vuole svegliare. Incastrata in questa vita che potrebbe essere di chiunque e incazzata perchè io sono migliore di tutti quelli che l’avrebbero vissuta. Incastrata nelle concretezze dei clienti che mi rompono i coglioni e incazzata perchè se il codice di procedura l’avessi scritto io le cause durerebbero il tempo di due strilli. Incastrata nella forma che ho acquisito e incazzata perchè io mi preferivo di gran lunga quando ero una ribelle. Incastrata e respirare e incazzata perchè voglio correre. Incastrata nella mediocrità e incazzata perchè gli altri se la raccontano come ottimale. Incastrata e incazzata. Sono incazzatissima. Incazzatissima da dare ragione a tutti ma da incastrarmi così bene che l’unico pensiero che riesco a formulare è “non cedo, né di un passo né di una virgola, tiro dritto e rompo tutto, non cedo, io muoio ma i Filistei faranno la mia fine, io muoio ma Sansone lo libero, io muoio ma a voi col cazzo che vi permetterò ancora di essere felici”

Accendo la sigaretta, non è bisogno di ritagliare del tempo per me, è bisogno di non tradire le aspettative che Lorenz ha sulle mie mani che picchiettano questa tastiera. Dato che sono in torto per un regalo di compleanno completamente saltato a piè pari, caro Lorenz, prefazione compresa, queste righe sono tutte per te. Come i miei complimenti ai tuoi successi.

Lunghe come lance piantate in un cielo bianco e sporco di fumo, dritte come l’ombra delle gambe delle ragazze sulla riva della spiaggia, le sbarre dell’aula di giustizia chiudono un mondo e aprono un inferno. Le mani degli imputati sono asserragliate, le dita girate in una spirale difficile da districare come i profumi delle donne che stanno sedute sulle panche. Veli neri a coprirne i visi e la vergogna di avere un marito, un figlio o un fratello delinquente. Le mani degli avvocati brandiscono le sbarre, un po’ vogliono essere sicuri che da li dentro i rispettivi clienti non escano e per un altro po’ vogliono mostrare il petto come uccelli canterini. Urla, schiamazzi e riffa delle grandi occasioni, quelle in cui convivialità la si dimostra guardandosi di traverso piuttosto che stringendosi la mano o scambiandosi il pane. Un rondò di circostanze fa dell’aula di giustizia la stanza del potere. Un rondò di circostanze fa delle donne infilate sulle panche le depositarie di tanta infelicità e assai fortuna. Un rondò di circostanze fa degli uomini in gabbia un manipolo di delinquenti e una insolita scolaresca. Ci sguazzerebbe, e forse in una simile occasione c’ha sguazzato, Machiavelli. Ci sguazzerebbe, e sicuramente a suo tempo c’ha sguazzato, Lombroso. Ci sguazzerebbe, se solo in questi tremendi anni quaranta fosse stato già in età da codice, Caselli. Entrano le forze dell’ordine annunciate dalle suole delle scarpe di cuoio, nere e lucide come la morte quando si veste per la sua festa. Di seguito e senza nessuna voglia di essere ignorato, ma con tutta l’aria di volerlo far credere, entra il giudice. Prendono posto gli avvocati dello Stato, gli avvocati degli imputati, gli avvocati degli offesi e gli avvocati che vogliono arrivare preparati a quando toccherà a loro fare gli avvocati per davvero. Tutti a sedere non ci stanno, allora si danno il cambio, con una pantomima tutta recitata sulle buone regole. Gli avvocati, le regole, gli avvocati e le regole, una pantomima sempre e sempre stata di moda. Sfilano gli imputati, ognuno che esce per sedersi vicino al proprio avvocato si guarda alle spalle, cerca gli occhi e trova le lacrime, della moglie, della sorella o della madre. Chi ha rubato per fame dopo chi ha ucciso per amore, chi ha insultato l’onore prima di chi ha schiaffeggiato per diletto. Non c’è un ordine ma esiste una linea comune tratteggiata dalla voglia uguale per tutti. Si chiama libertà. Per l’imputato che ascolta il suo avvocato difenderlo, per l’imputato che maledice il pubblico ministero accusarlo, per l’imputato che guarda il giudice sperando di muoverlo a compassione. Libertà di tornare a rubare per dar da mangiare ad un figlio, libertà di tornare a picchiare una moglie perchè troppo bella, libertà di tornare a dire ad un coglione che è tale.
Oggi, però, al meccanismo c’è un ingranaggio che sta grosso. Oggi il giudice è vittima, soggetto avvantaggiato e organo decidente del medesimo delitto. L’aula di giustizia è vuota, l’imputato ha rinunziato all’avvocato consapevole che nessuno potrebbe difenderlo e conscio che il suo destino se lo è deciso sbagliando. L’imputato guarda il giudice. Il giudice guarda le carte. Le carte mentono e il giudice diventa soggetto avvantaggiato dal reato e ripensa a quanto sia stato dolce il profitto della condotta dell’imputato. Le carte dicono la verità e il giudice diventa vittima del resto e ripensa a quanto sia stato cruento e spietato l’imputato. Il giudice deve decidere, in una battuta secca sapendo che nulla potrebbe fargli più luce, di quanta già non ne abbia, sui fatti, sulle persone e sulle motivazioni. Sceglie le attenuanti, le mescola alle aggravanti, concede i benefici di legge, scarta, sfronda e prende la penna. Scrive. Ha scritto. E nel momento in cui si arriva a sentenza non rileva più nessuna scusante, non inficia più nessun errore e non giustifica nessuna giustificazione. La libbra di carne, in sentenza, è il suo vero peso, senza tare, senza respiri, senza voce. Allora questo giudice e quell’imputato diventano quello che non è possibile, la soddisfazione ai torti subiti e la rassegnazione di sentirsi picchiare il petto dovendo rimane inermi. Si spoglia l’imputato, nudo e pieno di peli, uno ogni idea malversata. Si veste il giudice, ogni camicia quante le occasioni di punizione. Si scompone la scena, deturpata di pantomime e di rigore. Quattro occhi, quelli di chi ha voluto con quelli di chi vorrebbe, quelli di chi ha con quelli di chi avrà. Trecentosessanta gradi, un panorama riunito, tutto diviso per due. L’imputato la sua sorte se l’è scelta, il giudice la sua sedia pure. E tanto scellerato è stato il primo per quanto diabolico è il secondo.