treccia

2012/11/20

un pezzo alla volta la vita di mio padre lo sta portando via dalla mia. dieci anni fa preparavo l’esamedi diritto privato all’unversità e, convocata nella camera da letto dei miei, appresi dalla sua voce che era malato di leucemia. quella che gli si era attaccata addosso non era la febbre che io usavo alle superiori quando non volevo andare a scuola, era un’infezione che me lo ha tenuto all’ospedale per parecchi mesi. barbara era lontana, un figlio e un lavoro l’avevano sbattuta a diversi chilometri di distanza. a me rimaneva tutto il patrimonio, una casa enorme con un cane selvaggio, un mucchio di tempo libero e pagine incomprensibili che comunque presero forma al primo esonero. e diritto privato se ne andò nel dimenticatoio per molti anni. io dovevo laurearmi mica studiare. e la differenza, con l’arrivare degli eventi più che con il passare del tempo, la capisci e maledici. papà tornò in una giornata freddissima, il cane nemmeno lo riconosceva tanto era ridotto male, temo che durante l’operazione di asporto della milza si presero anche una vena, quella dell’ottimismo. in uno dei pochissimi ricordi che ho di quando ero bambina c’è il giorno prima che dovetti togliere le tonsille. papà mi disse semplicemente che non le aveva nemmeno lui. dieci giorni fa preparavo l’esame di stato, quello con cui diventa avvocato anche chi non sa che i tribunali hanno un bagno per i magistrati e uno per tutto il resto del mondo. insomma dieci giorni fa mi chiama mia sorella, vicina visto che stavolta un figlio e la vita l’hanno schiaffata a pochi chilometri da casa mia e mi dice che papà ha un cancro. esistono differenze tra la leucemia e un cancro. la prima è che la leucemia non è mai passata e invece il cancro è appena capitato. la seconda è che la leucemia ce l’hai in ogni parte del corpo, il cancro no. passo (per motivi di inutile elencazione) anche questo esame, io devo lavorare mica fare l’avvocato. ieri sono andata a pranzo dai miei, nella vita normale succede che vado a cena, al massimo un paio di volte alla settimana e se proprio non ci riesco mi impegno a non saltare il pranzo della domenica. allora vedo mamma che guarda papà con quegli occhi ai quali se se riesci a togliergli l’impercettibile punto interrogativo ci vedi un’affermazione diretta come un colpo di cannone. sono un genio a capire quali siano i posti sbagliati, una speciale attitudine coltivata in tanti anni di frequentazione. cerco di alzarmi il più in fretta possibile dalla sedia, saluto con un distratto “si è fatto tardi, devo andare a stu…”, dio lo dico quando già ho la mano sulla maniglia della porta seguito da un interiore “xxx” (leggi, nome comune di quadrupede di colore rosa, coperto da setole e mammifero).

“cochi (soprannome con cui i miei genitori temo mi chiameranno anche quando sarò cassazionista) mi sono dimenticato di dirti una cosa”. nell’attimo stesso in cui già sono in cucina penso che non voglio tornare in cucina, penso che voglio andare a studio, lì al massimo perdo una causa o sbaglio una notifica, lì più che professare una professione e praticare la religione della bestemmia non mi succede. mi siedo, tanto lo so già che mi vuole dire. “cochi, lo sai come sono le gtv?” “veloci babbo, gran turismo veloce” “e perchè sono veloci”, siamo in derapata sull’argomento, so che qualunque risposta avessi dato sarei piombata sull’oggetto della discussione, allora ho deciso di fare quello che faccio di solito, se anche la cosa giusta è sbagliata tanto vale non sbagliare due volte. “perchè sono leggere?”. con il passare degli anni papà ha affinato la tecnica del “prenderla larga” (avrei anche un poì voluto scrivere del “prendersela in culo”) purtroppo la morsa dei miei occhi che lo fissano e quelli di mia madre che piangono lo stringono. una specie di sandwich, ma la maionese perchè cazzo non ce l’avete messa?

e così adesso sono a studio con la finestra aperta e la sigaretta in bocca. a pensare che un pezzo alla volta la vita di mio padre lo sta portando via dalla mia. un pezzo alla volta papà diventa leggero leggero e la situazione pesante.

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