tre giorni a nuova york

2012/09/13

sono stata tre giorni a new york. non chiedetemi quando, non chiedetemi del volo, non chiedetemi della partenza. ho respirato a lungo alla finestra dell’appartamento a 360 gradi. ho visto le teste dei passanti, le teste di tutti quelli che stavano sotto di me, non sapendo che io fossi sopra di loro. ho aperto i miei occhi mentre loro aprivano le gambe e sforbiciavano la strada. da qualunque lato mi girassi, qualunque finiestra mi affacciassi, vedevo teste e gambe sforbicianti. non sono riuscita a trovare un filo conduttore tra il movimento e l’andatura. ho cercato uno spazio dove sedermi, uno spazio in quell’enorme appartamento dove potermi riposare. ovunque cercassi c’era sempre un rumore di fondo che mi seguiva così ho pensato che un posto valeva l’altro e mi sono seduta in terra. la circostanza che il marmo non avesse alcuna impronta mi ha rasserenato, il fatto che la parete alla quale poggiavo la schiena fosse bianca mi ha dato nuovo vigore. ho pensato che se in casa mia avessi avuto una parete tanto grande e tanto bianca potrei disegnarla senza mai finirla, sapevo benissimo che di quell’appartamento non mi sarei portata via nulla. nemmeno il ricordo. potevo sapere quello che volevo credere, non mi era mai capitato prima. so che in quell’appartamento ci ho lasciato le promesse, le aspettative e le lacrime. magari le avessi lasciate davvero tutte quelle cose dalla desinenza femminile che derivano sempre da attributi maschili.
la perfettibile sensazione di essere nel posto giusto al momento sbagliato si è materializzata come d’incanto nella voce rochissima di Tina Turner. stringendo la sensazione che la musica è la stessa da tutte le parti del mondo mi sono abbandonata al marmo cedendo il risentimento che sempre provo nel provare il freddo gelato. ho steso la testa rivolgendo lo sguardo al soffitto. provando a mirare con lo sguardo i piedi mi sono accorta del mio seno, sempre poco considerato in posizione verticale. uno spessore strappato alla genetica che mi ha dato il nome a desinenza femminile. la stessa genetica che mi ha dato tutto il resto, comprese le maledizioni più o meno meritate.
ho respirato forte, mi sono alzata e ho infilato le scarpe. nuova corsa, quella di sempre.

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