uso personale di blog pubblico

2012/07/23

Accendo la sigaretta, non è bisogno di ritagliare del tempo per me, è bisogno di non tradire le aspettative che Lorenz ha sulle mie mani che picchiettano questa tastiera. Dato che sono in torto per un regalo di compleanno completamente saltato a piè pari, caro Lorenz, prefazione compresa, queste righe sono tutte per te. Come i miei complimenti ai tuoi successi.

Lunghe come lance piantate in un cielo bianco e sporco di fumo, dritte come l’ombra delle gambe delle ragazze sulla riva della spiaggia, le sbarre dell’aula di giustizia chiudono un mondo e aprono un inferno. Le mani degli imputati sono asserragliate, le dita girate in una spirale difficile da districare come i profumi delle donne che stanno sedute sulle panche. Veli neri a coprirne i visi e la vergogna di avere un marito, un figlio o un fratello delinquente. Le mani degli avvocati brandiscono le sbarre, un po’ vogliono essere sicuri che da li dentro i rispettivi clienti non escano e per un altro po’ vogliono mostrare il petto come uccelli canterini. Urla, schiamazzi e riffa delle grandi occasioni, quelle in cui convivialità la si dimostra guardandosi di traverso piuttosto che stringendosi la mano o scambiandosi il pane. Un rondò di circostanze fa dell’aula di giustizia la stanza del potere. Un rondò di circostanze fa delle donne infilate sulle panche le depositarie di tanta infelicità e assai fortuna. Un rondò di circostanze fa degli uomini in gabbia un manipolo di delinquenti e una insolita scolaresca. Ci sguazzerebbe, e forse in una simile occasione c’ha sguazzato, Machiavelli. Ci sguazzerebbe, e sicuramente a suo tempo c’ha sguazzato, Lombroso. Ci sguazzerebbe, se solo in questi tremendi anni quaranta fosse stato già in età da codice, Caselli. Entrano le forze dell’ordine annunciate dalle suole delle scarpe di cuoio, nere e lucide come la morte quando si veste per la sua festa. Di seguito e senza nessuna voglia di essere ignorato, ma con tutta l’aria di volerlo far credere, entra il giudice. Prendono posto gli avvocati dello Stato, gli avvocati degli imputati, gli avvocati degli offesi e gli avvocati che vogliono arrivare preparati a quando toccherà a loro fare gli avvocati per davvero. Tutti a sedere non ci stanno, allora si danno il cambio, con una pantomima tutta recitata sulle buone regole. Gli avvocati, le regole, gli avvocati e le regole, una pantomima sempre e sempre stata di moda. Sfilano gli imputati, ognuno che esce per sedersi vicino al proprio avvocato si guarda alle spalle, cerca gli occhi e trova le lacrime, della moglie, della sorella o della madre. Chi ha rubato per fame dopo chi ha ucciso per amore, chi ha insultato l’onore prima di chi ha schiaffeggiato per diletto. Non c’è un ordine ma esiste una linea comune tratteggiata dalla voglia uguale per tutti. Si chiama libertà. Per l’imputato che ascolta il suo avvocato difenderlo, per l’imputato che maledice il pubblico ministero accusarlo, per l’imputato che guarda il giudice sperando di muoverlo a compassione. Libertà di tornare a rubare per dar da mangiare ad un figlio, libertà di tornare a picchiare una moglie perchè troppo bella, libertà di tornare a dire ad un coglione che è tale.
Oggi, però, al meccanismo c’è un ingranaggio che sta grosso. Oggi il giudice è vittima, soggetto avvantaggiato e organo decidente del medesimo delitto. L’aula di giustizia è vuota, l’imputato ha rinunziato all’avvocato consapevole che nessuno potrebbe difenderlo e conscio che il suo destino se lo è deciso sbagliando. L’imputato guarda il giudice. Il giudice guarda le carte. Le carte mentono e il giudice diventa soggetto avvantaggiato dal reato e ripensa a quanto sia stato dolce il profitto della condotta dell’imputato. Le carte dicono la verità e il giudice diventa vittima del resto e ripensa a quanto sia stato cruento e spietato l’imputato. Il giudice deve decidere, in una battuta secca sapendo che nulla potrebbe fargli più luce, di quanta già non ne abbia, sui fatti, sulle persone e sulle motivazioni. Sceglie le attenuanti, le mescola alle aggravanti, concede i benefici di legge, scarta, sfronda e prende la penna. Scrive. Ha scritto. E nel momento in cui si arriva a sentenza non rileva più nessuna scusante, non inficia più nessun errore e non giustifica nessuna giustificazione. La libbra di carne, in sentenza, è il suo vero peso, senza tare, senza respiri, senza voce. Allora questo giudice e quell’imputato diventano quello che non è possibile, la soddisfazione ai torti subiti e la rassegnazione di sentirsi picchiare il petto dovendo rimane inermi. Si spoglia l’imputato, nudo e pieno di peli, uno ogni idea malversata. Si veste il giudice, ogni camicia quante le occasioni di punizione. Si scompone la scena, deturpata di pantomime e di rigore. Quattro occhi, quelli di chi ha voluto con quelli di chi vorrebbe, quelli di chi ha con quelli di chi avrà. Trecentosessanta gradi, un panorama riunito, tutto diviso per due. L’imputato la sua sorte se l’è scelta, il giudice la sua sedia pure. E tanto scellerato è stato il primo per quanto diabolico è il secondo.

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