questa storia non c’è

2011/11/24

Premessa minima indefettibile: Petrolio di Pasolini necessita di follia per essere acquistato come opera prima del detto autore, si digerisce male se letto ad intervalli brevi e fatti di pochi minuti/pagine.
Atto primo: confusione. Personaggi: il pc preso dai miei genitori e il cd “a thousand suns”. Sul desktop c’è un’icona rubricata “foto”. Penso (male, come il più delle volte in cui non ragiono) “massì, perché no?” (mai una volta che invece del punto interrogativo non concludo quella maledetta frase fatta con un punto esclamativo). Pezzi di vita, né più né meno. Trovo mamma e il babbo (il periodo dandy in cui aveva i baffi), Barbara bionda (mezza castana, non completamente platino), Giulio (riccioli d’oro, il sorriso rubato ai ricordi in cui, per me, canonicamente quella bocca appartiene a sua madre), la Suzuki 750 liquid cooled (freddata a liquido, barattata in malo modo e a mia completa insaputa), Ginevra (giovane, sulla cuccia, strapazzata da riccioli d’oro che con benedetta ingenuità non ne ha mai avuto timore, fondamentalmente incazzata e irriverente). Persone, un cane (femmina, perché a casa mia di uomo c’è solo Aldo). Mi assale (quelli che scrivono con tanto pathos usano sempre questo verbo) quel senso di vuoto che è tipico di chi ha il vuoto intorno (grazie al cazzo Carolì, scommetto che se ti avesse assalito il senso di pieno sarebbe stato tipico di chi ha il pieno intorno, vero?). Mi casca il cuore fino alle calze, anzi, me le buca proprio. Me lo riprendo solo alla traccia n. 8 “wisdom, justice, and love”. Bravini, apprezzabile il genere ma: non si sono inventati un benemerito cazzo. L’atto primo finisce sulla doppia cliccata, la prima alla croce rossa del “visualizzatore foto di windows” la seconda al tasto “fuori il cd”.
Atto secondo: il fumo di sigaretta è l’unico grigio della mia vita. Personaggi: lo smalto e l’arancio che mangio per cena. Sporadicamente smetto di mangiare le unghie, generalmente questa nobile cosa coincide con la mia (ampia) disponibilità di tempo. Sbuccio a vivo l’arancio, lo taglio a fette perpendicolari al naturale spicchio e le stendo sul piatto. Guardandolo attentamente non posso fare a meno di pensare che sia arancione proprio come l’accendino bic che sta sul mio tavolo. Sei fette, da capo a testa sono esattamente sei fette (dell’arancio non dell’accendino). Erano, le mangio in meno di un minuto. Giro il piatto, ora è un coperchio. Apro la scatola dei smalti, ci sono parecchi colori sbarazzini: il verde acido tuta adidas anni ’80, rosa geranio della vicina che diventerebbe rosso solo se avesse più luce, bluette pieno tipo punto sporting, viola interno cassa da morto. Ci sono anche parecchi colori “brava ragazza”: rosa perlato prima comunione, tortora mercedes, grigio armani, ambrato va bene su tutto ma non sta veramente bene a nessuno. Stasera “deuinneriz” rosso mattone della casa in cortina che nessuno sa veramente definire altrimenti! L’Atto secondo finisce con me che mi domando “che cazzo c’abbino domani mattina con questo colore di merda?”.
Atto terzo: il silenzio è sempre troppo. Personaggi: tre bottiglie d’acqua e il mio cellulare. Dididididididin dididididididin dididididididin (tipica suoneria nokia), il display si illumina “mamma”, avvicino il barattolo della marmellata “petali di rosa” e un cucchiaino, tasto verde (rispondo), primo tasto destro dall’alto (vivavoce), “ciao”, “euforia pomeridiana già passata?” (in my mind “cazzo, ce metto sempre la buona volontà ma mia madre ha la capacità falciante di una motosega a 18 cavalli”) “si, la stanchezza, la giornata è stata lunga” (capisce la cazzata e tenta il ravvedimento) “carolì?” “si mamma, ci sentiamo domani” “ciao” bum. Il terzo atto si chiude in un battibaleno.
Atto quarto: sarcasmo. Scena: buia. Ora: come la freccia (scoccata, per i meno lungimiranti). Aria: molto poca. Voglia: in lontananza. In punta di piedi salgo le scale, ho i muscoli dei polpacci tempri come una maglione di lana dopo un lavaggio affatto azzeccato. Tiro le gambe sopra il letto, soffio verso il soffitto e le cose (biglietti, fiori, pezzi di cd…) che stanno appese sopra la mia testa sembrano aver staccato il biglietto per la giostra. Fermo, perfettamente a piombo, immobile e senza voglia di muoversi è rimasto solo il mio anello di fidanzamento. La baraonda che lo circonda non lo ha indotto ad alcun passo falso, né destra né sinistra, né avanti né indietro. Vista la crisi economica stasera decido di risparmiare anche io qualcosa: il sarcasmo. La quarta scena si chiude con la morte del protagonista (lo dovevo alla tragedia greca) e con una valanga di considerazioni: Pasolini è l’esempio di come si viene mitizzati non per i propri meriti ma per la carenza di alternative (se fosse stato etero e si fosse fatto i cazzi suoi domenica prossima sarebbe stato davanti a Federica Panicucci a commentare i partecipanti al Grande Fratello), il senso di vuoto diventata maggiore ogni volta torno con la mente al passato (si sa che per ricordare le cose le foto sono lo strumento più immediato ma anche più deleterio), i colori degli smalti delle donne la dicono lunga su molti aspetti del carattere ma nulla la dice maggiormente del fatto di pitturarmi solo alcune dita, il telefono è quanto mi sta più vicino da anni ma a differenza di un angelo custode non fa mai quello che sarebbe meglio per me, “malinconia d’ottobre, per tutto quello che non ho, un cane passa piscia e ride e aspetta insieme a me, il tram di mezzanotte, che han cancellato o non c’è più, adesso chiedo al cane si, al cane se mi porta lui da te”.
Quinto atto: dedeiaftertumorro. Personaggi: io e Carolina (il mio pesce rosso). La mattina quanto torno da correre mi siedo vicino all’acquario e guardo Carolina avvolgersi nella sua grandissima coda bianca. Domani mattina mi siederò e le prometterò qualcosa: per avere un impegno, per darmi uno stimolo, per sentirmi migliore. Il quinto atto si concluderà con il fallimento dei buoni propositi.

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