idiosincrasia

2011/11/03

le sei di mattina sono fatte per andare a correre. sono anni che mi sveglio quasi tutte le mattine alle sei per il gusto di correre. tra i tanti orari in cui è possibile andare a correre nessuno è migliore delle sei. ho corso alle sette, alle otto, alle una, alle quindici, alle venti, alle ventidue, alle ventitrè, alle due, alle quattro. ma le sei di mattina sono fatte apposta per la corsa.
le sei di questa mattina e l’ora di corsa che ne è seguita me li ricorderò per tutta la vita. arrivano dopo circa due ore dal momento in cui apro gli occhi per non richiuderli ancora.
l’orologio è impietoso quando segna le quattro, così come lo è il sonno quando non si vuol concedere. sono così femmina che non concepisco il rifiuto, nemmeno del sonno. sono così donna che a mia volta nego a chi mi rifiuta di compiacersi per i segni che mi procura la sua mancanza. alle cinque i miei piedi prendono confidenza con il pavimento: sono in pista come tutte le mattine e come nella gran parte di esse prima di infilare le scarpe da corsa devo aspettare che il padreterno accenda la luce, almeno quel minimo per farmi intuire la strada.
faccio la zingara tra il bagno, la cucina e il tavolo del cucito. come nella gran parte delle mattine in cui devo attendere i comodi del padreterno mi diletto nelle attività di casalinga solo che stamattina mi riescono male, proprio male, così male che mi giro di culo sono a ricordarmene.
alle cinque e quarantacinque minuto più minuto meno infilo le scarpe da ginnastica sulla soglia di casa, alzando gli occhi al cielo mi accorgo che non è più notte ma non è ancora giorno, prendendo boccate lunghe di aria respiro nebbia densa, quasi acqua. è una sensazione bellissima. tiro la zip del kway in modo da chiuderla il più possibile. accendo l’ipod bassissimo e spingo sotto il lobo delle orecchie la cuffia di lana verde.
mi allontano pochi centimetri dalla porta di casa (centimetri non metri) e voltandomi non la vedo più. sono circondata da una nebbia che ammutolisce. i primi passi sono lunghissimi, affondo i piedi e tiro i novanta gradi delle ginocchia fino a terra, regolo i battiti a ritmo imposto, sgrano il collo.
sono fortunata, stamattina sono fortunata, ho rotto il fiato prima di cominciare a correre.
scorro le canzoni, ruggisce un melodico patton dalle cuffie, e io corro facendo gioco con le braccia. sembro le rotelle del meccanismo di un orologio. solo che l’impulso lo danno i piedi i quali spingono le gambe che a loro volta incitano la colonna dorsale. sugli unici quattrocento metri di dritta sento che se la perfezione di un movimento naturale esiste io la sto eseguendo senza il minimo sforzo.
quando corro, generalmente, non mi preoccupo mai dell’orario per due motivi parimenti fondamentali: il primo è che sono una libera professionista (eheheheh) non soggetta a cartellino, il secondo è molto più semplice e consiste nel fatto che quando corro non voglio rotture di coglioni.
passata la metà del classico giro che faccio tutte le mattine comincia una salita feroce nella quale sono solita azionare il da me soprannominato “aiuto dall’ipod”. smanetto i tasti e sgrufolo la memoria virtuale, tolgo attenzione al percorso e gli occhi dalla strada, smetto solo quando attacca smooth criminal.
… una cosa nera mi si è parata di fronte!
mi fermo, stolzo o sobbalzo che dir si voglia, sono incappata in un pony. quel pony che sta sempre lì, sono solo io che stamattina me ne sono dimenticata. detta così appare poca cosa ma posso giurare che tutto ciò è tanta robba: alle sei e venti di mattina, dopo trenta minuti di corsa, calata nella più fitta nebbia degli ultimi venti anni della valpadana (soprattutto perchè io sono di perugia).
faccio in tempo a pensare di tutto: un cavallo alato mi sta per rapire, è scappato un arabo dalla vicina stalla dello sceicco, è arrivata la fanteria, “mo mojo”.
fa in tempo a pensare di tutto ma sicuramente l’ipotesi che lo convince di più è: questa che calata in una nebbia fittissima alle sei e venti di mattina ha già fatto trenta minuti di corsa (e minimo ne deve fare altri trenta) e, nel frattempo imita con gridolini Michael Jackson, è una cretina. non so perchè ma mi viene da pensare che mica ha tutti i torti.
il problema permane, io sono ancora ferma impalata e lui non accenna a muoversi.
non lo posso saltare, non lo posso abbattere, lo devo a-girare.
non è un ostacolo, non è un problema, è un pony.
chiedo scusa, cammino deviando leggermente, ricomincio a correre.
buongiorno mondo, sono le sei e venticinque, mora increspata dalla nebbia che a te ha reso la chioma canuta, ti sei appena svegliato e io già sono stanca… facciamo un gioco: vediamo chi arriva prima a casa.

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