Le coincidenze sono schiaffi di Dio

2011/10/22

Fortunatamente la stagione estiva dura sempre meno, almeno nella mia percezione. Ecco scodellato il pensiero che mi pervade poco dopo che ho infilato la pesante felpa con la quale sono solita andare a fare la passeggiata di fine serata per i vicoli del piccolo paese dove abito. Ovviamente, manco a dirlo, di cromo nero. Come la grande maggioranza dei miei vestiti. Anni fa sposai la teoria che poche alternative corrispondono nella minor possibilità di errore. Nero con nero non tradisce mai, dal matrimonio al funerale, dal lavoro alla palestra, dalle mutande ai capelli. (vostro Dio quanto divago). Infilo la pesante felpa, sono le dieci di sabato sera e, ringraziando le circostanze, sono sola. Esco di casa, sono le dieci di sabato sera e, ringraziando le circostanze, per i vicoli del piccolo paese dove abito c’è nemmeno una persona. Il freddo è una percezione. La pesante felpa stasera è esagerata, la lascio a zip sciolta. Mentre cammino sento la giornata che si ripiega come la lingua di carta delle trombette di carnevale. Alle dieci di sera ho smesso di soffiarci dentro e le sei di mattina – ora nella quale mi sono svegliata – rimbalzano indietro (anche se nel caso di specie dovrei dire avanti). A ruota seguono i quarantacinque minuti di corsa, i biscotti e il cappuccino, la chiacchierata di ben due ore con mia madre, le tre gonne cucite, i due pareri fatti, le tazze di tè e camomilla,
Solo in estreme occasioni metto il cappotto o simili. Ho perso l’abitudine negli anni dell’università. Ho tantissimi diversivi da indossare in vece del cappotto. Sciarpe tipo di Gulliver, giacche corte e di una taglia infinitamente più piccola della mia, giacchetti di pelle (che mettono assai più freddo di quanto non ne riparino). Non c’è un motivo che mi appare significativo e che potrei additare come unico tra gli altri. Il più probabile potrebbe essere è che il cappotto mi è d’impiccio. E tra il freddo e l’impiccio prediligo il gelo. Le condizioni che posso definire “estreme” e mi obbligano al cappotto sono: il freddo vero e “incontrare persone che, vedendoti senza, potrebbero pensare che non hai i soldi per comperarlo” (cit. mia madre). A chiusura dell’assunto, e in base ad una conta sommaria degli indumenti classificabili come cappotti o simili, dichiaro di averne una ventina. In macchina, al momento, ne ho ben tre. Un impermeabile nero, un giacchetto antivento per andare in moto nero e un cappotto con falda a ruota nero. (vostro Dio che fantasia!). Scivolo dai vicoli alla strada che passa proprio fuori dall’arco d’ingresso del piccolo paese dove abito. Beh, un’altra musica, il vento che tira sembra voglia farmi l’esame radiologico, chiudo la zip e infilo le mani in tasca.
Tadadadam.
Un pacchetto di sigarette dimenticato dalla fine dell’inverno scorso. Un evento. Credo che quando lo dimenticai nella tasca della pesante felpa io non me ne sia nemmeno accorta. Tempo fa ho sposato la teoria che andare a comperare le sigarette mi faceva perdere tempo. Così adesso ne compro una mezza stecca per volta e semino pacchetti come zecchini d’oro. Non ricrescevano in alberi quest’ultimi, non riproducono nuove sigarette i primi.
Beh, ormai l’ho ritrovato, nemmeno mi sfiora l’idea che le sigarette possano avere una data di scadenza. Avrò pensato una cosa tipo “massì, la bella stagione durerà si e no tre mesi…”. Ne tiro fuori una, la piazzo nella parte sinistra della bocca e l’accendo. Conto, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre. Riconto, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre. Cazzo, sette mesi. Primavera ed estate sono un’accoppiata terribile. Durano più di metà anno queste stronze. La sigaretta è buona, la passeggiata piacevole, la felpa ancora pesante.

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