spingo la nave in rotta

2011/01/28

“ciao Claudia, losolosolosoo, sei a cena e i tuoi si incazzano. che posso farci se quando gli altri mangiano a me viene voglia di vomitare parole? non c’è un particolare, un motivo particolare, un evento particolare, un passo particolare. c’è che questa è vita. questa. e ci penso e non mi do pace. sisi, lo so. lo so che dico sempre che una volta scelto l’albero e la corda ci si deve impiccare in silenzio. ma dall’alto del ramo a cui tanto accuratamente ho legato il mio cappio non riesco a morire. le gambe si muovono, le braccia si agitano, gli occhi non si chiudono. che significa che non tutti se ne vanno ad occhi chiusi? finchè li ho aperti non posso morire. echeccazzo, fammi chiudere questi occhi cosicchè chi di dovere venga a prendersi il peso di un respiro. a contrario. la vita non la vuole chi non ha niente. io la vita non la voglio perchè non posso avere tutto. sono giorni che mi logoro intorno allo studio di due parole. fortuna e troppo. a me, vengono a dire a me che sono stata fortunata. fortunata? eddai Claudia, sono anni che ci conosciamo, puoi anche tu affermare che la mia sia fortuna? che fortuna è quella che non copre tutto? che fortuna è quella che copre i desideri e lascia a piedi i sacrifici? che fortuna è quella che non mantiene le promesse che mi faccio con le zampate in culo che gli altri mi danno? troppo. il concetto di troppo mi infastidisce. sono anni che sto appesa all’incertezza. troppo è un aggettivo relativo. si che esistono gli aggettivi relativi. sono quelli che non esprimono il quanto, non hanno una fine e un inizio, permettono una libera interpretazione che crea escursioni valutative grandi oltre un palmo. cazzo Claudia, io ti sto parlando di massimi sistemi e tu dici “arrivo” a tua madre che ha preparato sempre la stessa cena? fammi concentrare. venerdì. stasera mangiate pizza. eccerto che me lo ricordo, avrò cenato mille e più volte a casa tua. tuo padre che prende quella al pomodoro e mozzarella e dice “ma la mozzarella ce l’avete struffata e questo è polistirolo?” e tua madre che risponde “ne avevo solo una in frigo, non avevo voglia di arrivare al supermercato, e comunque la mozzarella è pesante, ne va mangiata pochissima”. eccoci di nuovo. pochissima quanto è? meno di poca e più di niente. ma cazzo, quanto è “pochissima”? no, non sono puntigliosa. è che lo voglio sapere. è che non mi accontento più di sapere che le cose arriveranno. voglio sapere quando. domani, tra un mese, mai. mi va bene anche il “mai”. ma lo voglio sapere. quindi se mi metto a tavola voglio compiutamente sapere quanta “pochissima” mozzarella troverò nella mia pizza. se lavoro voglio conoscere cosa di “troppo” chiedo alla persona per cui lavoro dieci ore al giorno. se vivo questa vita voglio capire quale “fortuna” io abbia vinto.”

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