quello che è successo

2011/01/19

fuori come un vomito. in un secondo mi trovo nuda di nuovo. io e loro, come ai vecchi tempi, quelli in cui lanciavo qualsiasi cosa pur di non rispondere alle domande. lanciare la cosa che tengo in mano mi abilita a credere che io possa staccarmi dalla presa che mi attrae.
la prima volta apre la via, che sia stretta, dritta o scoscesa.
la prima volta apre il rubinetto, che sia di acqua, di sangue o di lacrime.

lei era con me in bagno, mi teneva per gli occhi, mi guardava per farmeli chiudere. sa che ad occhi chiusi diventiamo la stessa persona, io e lei, noi, io.
non molla. ha la testa dura della fame, di chi non ha alternative, di chi è e basta.
non molla: in piedi, rigida e leggera, nera e lucida, amara e scalza.
la imploro: carponi sul pavimento, colla mano in agonia per arrivare alla sua estrema pietà, colla schiena scoliotica per portare la testa alle caviglie. un vettore di emozioni infilate in un barattolo già pieno.
perdo un battito dalla serie, da bravo pastore per ricercarlo mi dimentico di tutti gli altri. non respiro, non è apnea, non respiro e basta. in bocca non c’è più saliva, la lingua ha lasciato il letto, si sbatte sul palato, vorrebbe finire sotto le tonsille.
come palle da biliardo gli occhi sono smazzati, ne ho uno a destra e l’altro fisso al centro, sento le pupille come due sassi.
qualcuno scioglie la corda che mi tiene appesa e mi da la forma di scatolone rovesciato a terra. la pancia si ribella alle mattonelle gelate, non può prenderci confidenza, troppo sudata lei, troppo bianche loro. la forma continua ad essere quella di uno scatolone, ma stavolta schiacciato da un camion che non ha minimamente accennato a scalare.
i capelli sono una scopa, la giugulare pompa sangue nel collo: del piede, il labbro inferiore tra i denti. riprende il respiro.
rantolo. l’aria che entra è pura combustione, tutto brucia dentro al torace ma il cuore non si scalda. i respiri si azzuffano, lottano per entrare uno prima dell’altro come ragazzine in un negozio per ragazzine.

aspetto di morire per rinascere, almeno l’altra volta mi succedeva così. aspetto il momento in cui ho talmente tanta aria dentro la pancia che posso solo scoppiare come una palla.
ma questa volta qualcuno chiude il compressore prima che io sia satura di ossigeno. la porta dietro di me scorre e i capelli sembrano muoversi al vento. torno in piedi ma, non proprio sui miei.
la schiena sbatte sulle lenzuola, uno specchio d’acqua si rovescia nell’esofago, sento il mio nome ripetuto più per convincermi che mi chiamo in questo modo che per farmi sapere che non verrà dimenticato.
lei è scomparsa, non c’è più.
lo capisco dalla mole di dolcezza che non mi lascia sprofondare sotto il livello della vita. tutum tutum tututum tutum tutum tutum tutum. i miei sessanta battiti sono tutti, almeno per il momento, a casa.

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