le scarpe di Simona

2010/11/16

le scarpe di Simona e la matassa si sbandola in un secondo.
ho quasi ottanta paia di scarpe. estate, inverno e mezze stagioni comprese. anche quelle che non ci sono più.
chi le guarda e dice che sono una consumatrice compulsiva, chi le guarda e passa, chi le guarda e pensa che sono solo una ragazzina viziata.
da quando ho visto la foto delle scarpe di Simona ho dato un senso diverso alla ricchezza della mia scarpiera, ho riconsiderato la natura della smania che mi spinge a fare mio talvolta un tacco dodici talaltra una sorniona ballerina.
nutro verso le scarpe un’aspettativa del tutto simile a quella che ripongo verso una storia d’amore, anzi, le scarpe sono per me il parallelo di un uomo.
le scarpe si indossano solo ai piedi.
un foulard puoi piegarlo e avvitarlo ai fianchi per farlo diventare una cintura ma di un paio di scarpe mai potrai farne un maglione.
le scarpe proteggono i piedi.
che siano ballerine o stivali, di pelle o canvas. fanno quello che possono ponendo il piede in una sorta di campana di vetro. a volte l’acqua entra, a volte il freddo passa, a volte un chiodo buca.
le scarpe che più bello fanno il piede sono quelle che maggiormente lo fanno soffrire.
trampoli travestiti da umili tacchi, lacci simili a quelli emostatici, tomaie tanto dure quanto la testa della cocciuta che si ostina a sacrificarsi, borchie che stringono il collo del piede come un collare quello di un cane feroce.
non riesco a buttare le scarpe vecchie. le camper comperate il terzo anno di scuola superiore, le nike air max compagne di tanti chilometri di corsa, il sandalo di pelle nera fattomi sul piede da quel calzolaio di firenze, le timberland dell’università, lo stivale di gomma che usavo per andare a cavallo, le superga blu, le francesine di bruno magli tacco 12 comperate nel natale 2007 quando ancora avevo le stampelle, la ballerina di ferragamo che avrebbe bisogno di un ritocco alla vernice, i dr. martens fiorati delle estati adolescenziali, i beatles di pollini che mia sorella non voleva più, le rucoline maculate con tutti brillantini, le decoltè blu elettrico rosa shocking verde acido, la collezione di ben sei paia di stan smith di cui uno solo a sfondo nero, le church’s della laurea con tanti puntini quanti i ringraziamenti che dovevo…
le scarpe muovono una persona, le scarpe la elevano, le scarpe stringono.
si lavano, si lucidano, si vendono con la loro scatola.
le scarpe puzzano, invecchiano, passano di moda.
le mode ritornano, le scarpe vintage vanno a ruba, le scarpe si riempono di talco mentolato.
una volte uscite dal negozio le mie scarpe difficilmente rientrano nella loro scatola, le scarpe stanno a contatto con la parte più bassa del mondo.
le scarpe si possono slacciare, le scarpe impongono una postura.
le scarpe può chiedermele in prestito un’amica e tac, come le vedo ai suoi piedi non le voglio più indientro, non si chiamano più pietro, non sono più le mie scarpe.
due paia di scarpe non sono mai uguali, nemmeno quelle che torni a comperare l’anno dopo nello stesso negozio dell’anno prima.
le scarpe, una volta rotte puoi buttarle o conservarle.
primo piccolo segreto.
delle scarpe non ho bisogno, passo intere domeniche scalza.
scalza vado a fare colazione al bar e a comperare il giornale, scalza pulisco casa, scalza vado a pranzo dai miei genitori.
secondo piccolo segreto.
la maggior parte delle persone che conosco a domanda sul punto affermano di scegliere le scarpe da indossare in combinato disposto ai vestiti che hanno preliminarmente scelto.
quando mi vesto scelgo le scarpe, poi, tutto il resto.
terzo piccolo segreto.
in macchina ho sempre tre paia di scarpe.
uno stivale di gomma perchè ai funghi si alternano gli asparagi, un sandalo nero perchè al giorno si alterna la notte, una running che non si sa mai.

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