in me fanno sangue

2010/01/04

il cielo è terso.
nevica lentamente, quasi che cristo stia rodando un meccanismo mai sperimentato, come a voler concedere tempo per organizzare una battuta in ritirata in un posto sicuro, sia in città che in campagna, nei posti bucolici e in quelli feriali. copre simmetricamente i pensieri. non salgono quelli cattivi, non ascendono i virtuosi, galleggiano i talentuosi, fluttuano i tempestati, ghiacciano gli inopportuni, anelano gli incessanti, boccheggiano i ripudiati. tutti ibernati nella calaverna del divano, stipati in cucina dietro alle conserve, nella bolla bianca dentro la bottiglia dell’olio, incastrati nella chiusura a lampo che si blocca, marmorizzati nel pavimento e nascosti sotto il tappeto. bianco, come il colore scontato della neve fresca, appena caduta, poco più che poggiata, messa lì a avvertimento che salva per metà l’uomo e per l’altra ammonisce la donna. punte di spilli che non solleticano, di sfizioso haven’t got nulla, chiavi di volta appannate e guardate con il naso che tocca il vetro della finestra, close the window and the book is on the table. dunque semplice, come le non differenze sanno esserlo, al pari di un giorno ben avverato, alla stregua di una fattispecie che non ricordo, guardo giulio che dorme e mi vien da dire “semplice come lui senza tosse”.
il cielo è terzo.
senza soluzione, non contaminabile dal dito che arriva al settimo piano, non fruibile dal mare che vorrebbe mischiarcisi, staccato per sua sponte dalle teste che lascia in mezzo alle altre teste, sapendo di essere il primo della classe, l’unico punto fisso che puoi guardare e non toccare. è un’altra cosa, è la parentesi convessa di una calotta e concava dell’altra, il giradischi della rotonda sul mare, il trampolino di lancio nel balcone, il peso di un libro, la prova vivente che la forza di gravità esiste e non esiste, lo spazio giusto per riassumere, il nodo della catena, la tomba dove tutti vorremmo finire o immaginare. lo guardo e per timore non lo interpello, non da risposte e io non voglio dargli la soddisfazione delle mie domande. la sua buona fede non la scuso. cade dallo scalino, gli scivola la coppa e strappa il laccio della medaglia.
il cielo è a tergo.
oltre tutto e ben saldo ad esso, organo complementare e necessario, si rigenera e perisce con facilità, chissà dove comincia così come lo vedo. la prima linea della fanteria ha coscienza della debolezza, i coriandoli a natale sanno che verranno schiacciati dai piedi frettolosi. è offeso, è colpevole, è privilegiato, è fanatico ma, è stabile nella sua lunacità. inganna quando inspiri, tradisce quando espiri. a tergo quando sbaglio, quando giustizio, immobile quando vado e vengo. l’ultima parte della siepe, il lungomare della noia, la spina del dovere, il fianco della metafora, l’effetto svanito, il sale che rimane del becker, l’unghia che cade, la pagina staccata, ago mai ritrovato. voltato, seduto, schiena diritta.

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