ventisette giorni e niente più

2008/10/31

Presto ricorreranno i morti e io penso a mia nonna. Ma non perché non c’è più. No davvero. Mi torna in mente perchè era usanza pranzare da lei solo e solamente in quella occasione. Si mangiava tutti in sala da pranzo. Credo che io non abbia mai mangiato in una sala da pranzo oltre che in quella di mia nonna. Una stanza completamente staccata dalla cucina, nella quale c’erano solo oggetti che servivano a conviviare. Il tavolo, le sedie con le molle e il crine, lo specchio immenso nel quale si sarebbe specchiato chiunque e non solo un Narciso qualsiasi. Poi c’eravamo noi. Io, la mamma, il papà e mia sorella. Con gli anni si sono aggiunti gli amori miei e di mia sorella ma, mai nessun altro. Come una cerimonia privata nella quale la ritualità era fondamentale e sempre la stessa. I crostini di fegato, burro e pasta di alici, uova sode schiacciate. I ravioli ricotta e spinaci. Lo sformato di finocchi. La maionese, che ogni anno era sempre più difficile da montare con quel robot da cucina che veniva utilizzato in quell’unica volta all’anno. E i posti erano sempre quelli. Io a capotavola e papà vicino. Poi a correre mia sorella, dall’altra parte la mamma e la nonna, in posizione di vantaggio sulla porta. Quasi a voler dimostrare di essere indaffarata o intenta a non far bruciare qualcosa che mai avrebbe potuto dato che tutto era cotto da ore. A noi l’arduo compito di portare un vassoio di carta contenente quello schifoso dolce che a perugia si usa in questa occasione. A noi l’arduo compito di far finta che fosse la normalità e non l’eccezione essere lì. A me l’arduo compito di sapere che per tutti gli altri era l’eccezione. A me e solo per me era la normalità. Di quella casa conoscevo tutto. Talmente tanto bene da fingere di non sapere cosa fosse l’oggetto che mio padre talvolta tirava fuori dal cassetto dell’ingresso. Ora la radio ora gli occhiali del nonno che non ho mai conosciuto. Tanto più mi saranno lontani per il passare del tempo e tanto meno si assottiglierà il calco della stampa indelebile. Papà che si alza per andare in quella che una volta era la sua camera. Mia mamma che dice: “Livia, vado in bagno”. Le risate di mia sorella ai “Maria” di mia nonna quando le dicevo qualche sciocchezza. Se ne è andato tutto. Se ne è andata nonna e se ne è andato quel giorno di formalità nel quale ancora ci vedo tutti insieme. Se ne è andata la sala da pranzo, il tavolo, le sedie e lo specchio. I bicchieri sono rigirati nella carta e ammassati in un garage. Mi sono presa la tovaglia e i tovaglioli. Li ho lavati, sbiancati e chiusi nel mio armadio. Ma chiusi veramente. Se avessero avuto una bocca mi avrebbero detto: “Non usciremo per adesso, vero signora?”. Non voglio che escano anche loro. Che mi lascino sola. Che non mi aiutino, in un momento di bisogno, a ricordare.

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