Una pentola grande, dove mettere tutto e dove tirare fuori la ∑

2008/08/29

Non mandatemi più in metropolitana, non per andare ad un colloquio di lavoro. Lo sapevo che sarebbe andata male. La mattina era cominciata di merda fin dal risveglio. La trasferta senese del mio attuale stage ancora gridava vendetta alle sette e trenta. Morale, ho rimesso la testa sul cuscino fino alle otto. Dopo di che ho cominciato a fare delle pulizie di fondo neanche dovesse passare il prete nell’imminenza di qualche festa sacrificale. Non paga di ciò ho preso a vestirmi lasciando incompiuta l’opera di derattizzazione. Incompiuta al punto tale che, uscendo di casa ho pregato che entrasse un ladro: a rimettere a posto ogni cosa mosso a compassione. Nel trapasso dalla mia proprietà a quella condominiale mi accorgo che ho dimenticato una cosa, il braccialetto che da otto anni ogni mattina metto al polso. Ritorno nelle mie terre ma.. non lo trovo. Decido spontaneamente di non cercarlo. Tanti anni fa giurai che se lo avessi perso non lo avrei mai ricercato. Tendo a non rimangiare la parola. Prendo il motorino ma, fa troppo caldo per attraversare tutta Roma con il vestito gessato addosso all’immacolata camicia bianca a sua volta addosso a me. Arrivo alla prima fermata della metro e lucchetto il mio poderoso sh 150. Nello scendere le scale della metropolitana vengo colta da un ricordo: il perchè non prendo mai la metropolitana. Oggi il ricordo rivive alla grande, c’è di tutto e di più, manca solo la Rai. Gente senza mani, senza gambe, senza piedi. C’è lo zingaro con il flauto, con la fisarmonica e con un principio di lebbra ma, quest’ultimo emette decisamente meno suoni indi per cui è annotabile come meno fastidioso. C’è la strafiga con il pantalone lungo come una mezza coulotte, c’è il finto manager, il finto prete e il finto matrimonio. Scherzavo. C’è la tedesca già pronta alla violenza carnale, quella che prima quantomeno gradisce un sorriso, quella che non te la da nemmeno se fai domanda in carta da bollo. Degna di nota individuale la tipa che mi si siede di fronte. Occhiali a forma di cuore: verdi. Capelli color topo: cotonati. Sandali imperticati lungo al polpaccio stile Tardelli al massimo della forma fisica. Gonna lunga fino al ginocchio con spacco fino a la. Canottiera con ciottoli sulla scollatura a v di veramente brutta. Scialle verde sfumato a coprire l’abbondanza casearia. In mano: un rosario. Accanto a lei la madre. Nello sguardo i primi segni di demenza senile. Qui non scherzo perchè quegl’occhi ancora me li ricordo in altre orbite. Anche lei rosario in mano. Nel frattempo ho attraversato tutta Roma, sono alla fermata Porta Furba. Salgo le scale e mi affaccio lungo la strada, un’idea mi pervade. Quella in cui ero seduta non era una metro ma un treno e mi trovo a Napoli. Deduco la mia permanenza nella capitale dal camioncino di frutta e verdura che tampona un pensionato ad un semaforo arancione. ” ‘Sto figlio de’ na mignotta ” è inequivocabile. Arrivo di fronte al luogo del colloquio. Comincio a capire il tenore della mansione dal numero delle persone che affollano il marciapiede. Entro, compilo il foglio con i miei dati e mi siedo. Dopo trenta minuti che attendo è il mio turno. Il “responsabile della filiale” mi espone i vantaggi del suo metodo, le possibilità di carriera ma.. i primi mesi, l’azienda richiede che si faccia commerciale on site. Comincio a sentì puzza dell’incazzatura che mi monta addosso. Lui che ha condensato una collezione di orologi in un unico esemplare sta per ricevere le mie ire. Con il più placido dei sorrisi gli dico “Lei mi ha fatto attraversare tutta la città e prendere un giorno di ferie per venirla a sentire mentre dice queste cazzate?” Non ci posso credere, ho detto cazzate. Cazzo ho detto cazzate. Lui mi guarda nello stesso modo in cui mi avrebbe guardato se gli avessi assestato uno schiaffo in viso. (Ho chiappato le coniugazioni?) Nell’ordine: prendo la borsa, apro la porta e me ne vado. Mi riprende la sua voce che mi dice come anche lui abbia fatto dieci mesi di quella vita e ora sia padre di due bimbe e buono per 20.000 euro al mese. Nell’ordine: mi giro, lo guardo e gli dico che i figli non si fanno solo da manager e che dubito fortemente della sostanza dei suoi introiti. Tutto il resto che dice probabilmente lo ascoltano gli altri che sono rimasti. Io sono già fuori dell’edificio e fiera della mia laurea in giurisprudenza. Nell’ordine: scendo le scale, prendo la metro direzione Battistini e penso a una pentola grande. Ma questa è un’altra storia.

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2 Risposte to “Una pentola grande, dove mettere tutto e dove tirare fuori la ∑”

  1. Lorenzo said

    Quand’è che scrivi un libro così, Carol?

  2. carol said

    Lo prendo come un complimento, ne ho decisamente/alquanto bisogno.

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