Archiviazioni mensili: Aprile 2008

Sono una persona normale. Anche se la vita,le persone,le situazioni che ho incontrato hanno cercato di ingannarmi facendomi sentire diverso, speciale nel bene e nel male, voglio continuare a vivere la mia vita pensando e vivendo da persona normale.
È un diritto cercare di esistere come uno vuole. Una necessità. Sentirsi normale serve ad affrontare le cose normalmente e in modo speciale allo stesso tempo. Penso sia una base, la normalità, da cui prendere mille armi, da difesa e da attacco, con cui combattere o resistere alle esperienze che, inevitabili, devi e hai il piacere di incontrare durante il tuo durare.

E così sono cresciuto. Così ho sbagliato, così ho fatto bene. Normale amore. Normale finire un amore. Normale ricominciare. Normale vincere. Normale pareggiare, perdere. In un’epoca in cui ti insegnano a primeggiare, per esempio, ho sempre inseguito il mito della sconfitta, cercando dentro lei la possibilità di aver vinto comunque. Da qui il valore del podio e dei suoi gradini apparentemente diversi. Da qui il fascino dell’argento. Da qui il valore del secondo. Arrivare secondo è un atto di coraggio. Significa ammettere il proprio limite. Significa avere uno stimolo eterno a correro dietro al primo. Significa essere più piccolo ma più incombente nei confronti del primo, che avrà sempre il mio fiato sul collo, e nei confronti del terzo, che se è terzo lo è perché ha il mito di arrivare primo.

Secondo è un modo di esistere. Secondo è normale. Pronto a uno scatto rapido e scioccante. Pronto a perdere sempre. Vincendo. Pronto a cadere e rialzarsi. Pronto per l’anno dopo. Pronto finalmente a vincere… Arrivando ancora secondo.

V. Mastandrea

io: “e Raffaella canta a casa mia…”
lui: “io non gli aprivo”

Che tu abbia visto la mia anima non significa che io l’abbia veramente.
Potrei essermi giocata a dadi il percepito dei tuoi occhi. Non sarebbe stato male cadenzare il respiro sui salti, ora degli angoli ora delle facce varicellate, del piccolo cubo.
Potrei averla sfoggiata incompleta di tacchi a spillo e peridoti per indurti all’impalpabilità propria dei ventun grammi. Ma non me sarebbe valsa la pena. Il tuo tintinnare le pupille lungo qualcosa di mio… E ventun grammi non sono poi e sempre così leggeri.

Le telefonate finiscono con un ciao. Che sia di “ritorna pure” che sia di “sparisci”. Le telefonate finiscono tutte. A volte ore dopo che i ricevitori sono stati riattaccati.

a me quella strada sa di casa. Ma si sa, io ho un’idea strana delle cose, figuriamoci dei rapporti. Capisco quelli che dicono di andare a comprare le sigarette e non tornano mai da dove sono partiti. Potrò dire a mio nipote: “io l’ho fatto”. E mio nipote mi crederà.

Sara, a pagina 220 del Morelli, sostiene che se la prof. domani le chiede l’estinzione dell’efficacia dell’accordo le dice: “nel s’è da te?”

io: “CHE TE POTESSI MORÌ IL VENERDÌ SANTO DI MODO CHE FINO A LUNEDÌ NON TE POSSON FA’ L’FUNERALE E COSÌ ANCHE TA I TUOI LASCI UN RICORDO BRUTTO DI TE, LA PUZZA…”
lui: “Lascio detto che voglio essere cremato”

Ho visto la sinistra diventare metereopatica, Bertinotti forgiarsi dell’arcobaleno e Veltroni voler essere l’ombra di non so quale sole.

Oggi non sono on/in air, oggi il profilo è basso, lo smalto patico e i pensieri dolenti.

Oggi non batte, no davvero.

Mi hanno detto che il blog è sottotono, non adeguato al momento che vivo.

L’appuntamento l’ho dato, meaculpa, chiedovenia, faccio un giro su me stessa, tra un po’ occorrerà del tempo per girarmi intorno e non sono nemmeno prossima puerpera.

L’invito c’è stato ma non recepito, i frontespizi forse li dovevo portare a firmare oggi stesso ma, il brivido/abitudine di fare le cose importanti all’ultimo momento è da me.

Le nozioni del Morelli scorrono ancora potenti in me, a internazionale sono ancora la maga di un tempo e la Circe è come il barone. Internazionale amministrativo, che ossimoro.

Sconnessa, senza più cornette per volere di un Dio al quale siamo devoti sia io che lui: la pazzia.

Dismessa, senza più spinte per volere di una Dea alla quale siamo devote sia io che lei: il buio.

Non ho messo la dedica nella stampa della tesi. E a chi dedicarla? A Rousseau, Foucault, Melossi, Morelli, Aldo, Catia,  varie ed eventuali? Quelli erano nomi da ringraziamenti e se ho imparato una cosa in cinque anni è stata non confondere la riconoscenza con la passione.

La tesi la dedico alla MIA XT che non c’è più, alle passioni che crescono mio malgrado, a chi mi ha stretto il cuore con una mano di piume, a chi crede e non spera.

Sto imparando a metabolizzare, sto imparando a sfogare i momenti di devasto senza digiatare la cornetta verde, senza lamentarmi a destra e manca. Manca la forza.

 

ma, i franchi tiratori sono i cocainomani francesi?

Sono riuscita a fare due cose contemporaneamente. Un po’ come quando parli al telefono e saluti uno che passa.