Nostro Signore è uno e nessuno l’ha più incontrato da duemila anni
Ottobre 31, 2009
Mi sono iscritta ad una facoltà.
Come succede a tanti.
Ho sempre detto che la convinzione che mi ha spinto a farlo sia stata imposta dall’esigenza di giustizia che, mi accompagna in molte delle cose che faccio. Perchè la giustizia è un valore assoluto e mi oppongo con convinzione a chiunque dice o sostiene che sia relativo. Relativo può essere il giudicato, relativa può essere la soluzione pratica che esce dalle ultime pagine della sentenza, relativa è la visione politica che muove la mano di chi scrive le regole del gioco. Ma rimango ferma nel pensiero che l’uomo ha un minimo comune denominatore che lo unisce agli altri. Tutti gli uomini mangiano, chi più e chi meno. Tutti gli uomini hanno una rappresentazione di fronte alla quale si sentono concordi nel pensarla e leggera come essi la vedono. Sfido io ad incontrare qualcuno che vorrebbe sovvertire il principio “chi sbaglia paga”.
Ho cominciato la facoltà con i sogni, proseguita con gli esami e finita con fatica. Poi i sacrifici, che ieri erano sopportabili e oggi mi sembrano il giusto prezzo alla croce che ho deciso di portare.
Ho abbandonato, forse precocemente per la mia età, le litigate furibonde nei banchi della scuola o nelle aule dell’università. Mi sono misurata con chi non alzando la voce, ma anzi parlando a modulazione bassa, riesce a suscitare dapprima interesse per quello che dice e solo poi voglia di rifletterci sopra. La bravura non è nel far cambiare le idee, piuttosto è nel mostrare la debolezza che non vorresti soffrire e dimostrare i rimedi che la suppliscono. Ma io non sono ancora brava, le esercitazioni di stile non mi competono, non ho deciso di scrivere manuali su istituti o fattispecie ma stancare la pratica con realtà che superano sempre la fantasia.
Non solo chi sbaglia deve pagare ma, mai sia che chi è stato offeso debba anche camminare a testa bassa.
tesi, sintesi e antitesi
Ottobre 29, 2009
Le notti perugine dell’inverno scorso le ho passate tutte con Giorgia, la bambina che abitava al piano di sotto e piangeva ininterrottamente per ore. Bionda, pallida e occhi celesti. Probabilmente da grande farà impazzire qualcuno. La mattina spesso la incrociavo nel pianerottolo insieme alla madre che reiterava continuamente le sue scuse ai pianti notturni della figlia. Avesse tirato piatti al soffitto, ballato la pizzica o ascoltato i Metallica non mi sarebbe cambiato niente. Tanto non dormivo. Poi Giorgia, la madre e il fratello hanno cambiato casa. Poi anche io ho cambiato casa. Ora abito davanti ad un asilo. Stamattina mentre andavo verso la macchina ho sentito un pianto. L’avrei riconosciuto anche senza i brividi che mi correvano nella schiena. Era Giorgia e non è guarita.
Céladon
Ottobre 4, 2009
Sun been down for days
A pretty flower in a vase
A slipper by the fireplace
A cello lying in its case
Soon she’s down the stairs
Her morning elegance she wears
The sound of water makes her dream
Awoken by a cloud of steam
She pours a daydream in a cup
A spoon of sugar sweetens up
And she fights for her life
as she puts on her coat
And she fights for her life on the train
She looks at the rain
as it pours
And she fights for her life
as she goes in a store
with a thought she has caught
by a thread
she pays for the bread
and she goes…
Nobody knows
Sun been down for days
A winter melody she plays
The thunder makes her contemplate
She hears a noise behind the gate
Perhaps a letter with a dove
Perhaps a stranger she could love
And she fights for her life
as she puts on her coat
And she fights for her life on the train
She looks at the rain
as it pours
And she fights for her life
as she goes in a store
with a thought she has caught
by a thread
she pays for the bread
and she goes…
Nobody knows
And she fights for her life
as she puts on her coat
And she fights for her life on the train
She looks at the rain
as it pours
And she fights for her life
as she goes in a store
where the people are pleasantly
strange
and counting the
change
as she goes…
Nobody knows
le due facce del contratto
Ottobre 1, 2009
lui mi ha chiesto di non attaccarmi all’adolescenza, di lasciarla a Daniele che ancora fa l’università o a chi è in ritardo per tutto.
lei mi dice di sentirsi stupida e vedermi matura.
http://www.passaggionordovest.blogspot.com/
Settembre 27, 2009
Quando cerchi una cosa, una cosa ben precisa, e sai dove trovarla, non dove pensi che possa essere, corri a prenderla.
Per l’amor del cielo, via i doppi sensi.
Me l’hanno messo sempre tutti in culo e io, a volte ridendo e a volte rimanendo esterefatta, l’ho sempre accolto di buon grado.
Tutti tranne te che, probabilmente, dirai e penserai la stessa cosa di me.
Spero di non doverti mai rifare nemmeno uno dei servizi di manovalanza che mi hai fatto. Mi piacerebbe esserci quando ti volterai sicuro di trovarmi.
ammesso e non concesso, tentar non nuoce, com’era quella cosa sul provare?
Settembre 15, 2009
e ti diranno bugie quando avranno finito le scuse, ti mostreranno orecchie da mercante quando vorranno venderti il futuro, ti faranno annusare la felicità mascherandotela per amore.
cari mercanti, il soffio è fioco, riprovate e, con più lena, butterete giù la casetta del porcellino.
settanta anni, mi guarda e mi chiede se il mio precedente dominus mi ha spiegato il significato di segreto professionale.
trentaduenne, mi guarda e mi dice che assomiglio a quell’attrice ma sono decisamente più bella.
quarantacinque e mi chiede una risposta a una semplice domanda.
apprezzo la bassezza del genere.
le alternative per la serata le ha sbagliate tutte.
aperitivo statico e solitario.
in seconda serata passano il cinema con la lopez.
scommessa persa, punto e a capo, oggi ne ho visti passare quattro di americani, due a pranzo e due a cena, quest’ultimi femminili e goliardici.
davanti al bancone due donne di quaranta lune.
la più lupa guarda l’amica e le dice che stanotte è stata con un tipo di sette anni più giovane di lei.
la confidente non perde l’animo e alza il tono della conversazione con “deve essere stato impegnativo”.
quando hanno detto che la potenza è nulla senza il controllo non pensavano ai pneumatici, discettavano sulle donne.
Simonetta casa
Settembre 12, 2009
Lui dice che ha le mie parole stampate nella testa, quelle con cui io gli dico che non può infarcirmi di disillusione.
Io sono un capitolo a parte, il secondo tempo, le ore dopo la ricreazione, il risarcimento del danno.
E poi ho fatto in tempo a far anche entrare lei. In fondo lui il suo apporto poco volente e molto nolente, ovvero suo malgrado, l’aveva già confezionato sottoforma di incubo ricorrente ogni qual volta propendeva all’eclissi.
Lei, bionda e riccia ma non alla Mirca. Lei, voltata davanti alla parete Feltrinelli e lui che non ha un dubbio.
Non poteva essere diversa e se l’avessi vista in faccia “mi ci sarei giocato le palle”.
Mi perdona Britney e Madonna, capisce che il momento è difficile. Ho appena abbandonato stremata, da Balla e La mia banda suona il rock, il tappeto nel quale l’altra sera ho dormito di gusto.
Lui, il sonno più rumoroso che ho mai conosciuto. Uno dei pochi che ho conosciuto data la regola alla pretty woman.
L’ultima volta, il buon viaggio, la bottiglia di Morellino all’ultimo minuto.
Le voci, i caffè, le pause, il cambio automatico, il prurito nei palmi, lo zabaione per gradire, le lenti per vedere.
Quando sai stirare una camicia non puoi fare l’amante.
Non tondo dentro al quadrato.
Non è gioco, non in questa vita, non nella mia.
“dai stella, m’hai allozzato il braccio, ahiaaaaa smetti, male male malissimo, fa malissimo”
Settembre 5, 2009
E qualcosa rimane, fra le pagine chiare,
fra le pagine scure,
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni,
i miei alibi e le tue ragioni.
Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente
ma lo zingaro è un trucco.
Ma un futuro invadente, fossi stato un pò più giovane,
l’avrei distrutto con la fantasia,
l’avrei stracciato con la fantasia.
Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro
Ancora i tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi.
Santa voglia di vivere e dolce Venere di Rimmel.
Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi
se per caso avevo ancora quella foto
in cui tu sorridevi e non guardavi.
Ed il vento passava sul tuo collo di pelliccia
e sulla tua persona e quando io,
senza capire, ho detto sì
hai detto “E’ tutto quel che hai di me”
È tutto quel che ho di te.
Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro.
Ancora i tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi.
in un minuto
Settembre 2, 2009
11:42 Carolina
ciao
11:4 2 Massimiliano
ciao
11:42 Carolina
non ho filtri con te
sei sempre tu per me
11:42 Massimiliano
vorrei vedere non fosse così
antipasto del passato
Agosto 30, 2009
Stampatello è il mio, il corsivo il suo.
Stasera mia sorella mi è passata a prendere alle otto e mezza per andare a cena insieme. L’idea mi era parsa bella e avevo accettato di buon grado. Arrivata, convenevoli, battute, orecchini a cerchio, impavide e baldanzose. Avevamo un paio di ore e doveva entrarci tutto: viaggio di andata e ritorno, cena, chiacchiere, consulto, caffè e sigaretta (la sua, io ho promesso che fino al prossimo concerto degli auslander non fumo più). Meta forzata: una vicina sagra paesana.
Provo alle undici e non delude le aspettative: telefono spento. Rincara la dose lei: una passate, pianto annesso mio, risata bucolica la sua. Passo alle otto e trenta, credo di interrompere qualcosa, irrompo semplicemente. Vada per la sagra paesana, le decadi oramai ce l’abbiamo nel sangue, siamo pronte a tutto. Ma lei è impuntata come un somaro che non vuole andare al Palio, mi costringe ad un altro ridente anfratto umbro.
Vi hanno fatto credere che Cristo si è fermato a Eboli. Cazzate. Si è fermato lì, in loco. Ha poggiato la croce e ha deciso: lì dove una volta c’era una sterpa propria della savana sorgerà un pratino verde. Lì dove si mettevano le macchine degli avventori dell’arci sorgerà il gazebo delle ordinazioni, lì dove c’era il pozzo e giocavamo al gioco della bottiglia siederanno due uomini che romperanno le palle a Carolina.
Vuole andare di citazioni. Accetto la sfida. Come vuole la Ginzburg, porto in dono il mio carico di nevrosi al dottor B. Solo che lei non è pagata per ascotarmi e con una scusa melensa si fa offrire la cena. Voglio essere brutale come lo è stato il caso. La scelta della location dettata dalla poca voglia di incontrare vecchi aguzzini ci si è ritorta addosso, ci siamo scontrati con gli ultimi esemplari di homo erectus che un tempo ci parevano bronzi del faro.
Che in quel paese verosimilmente non avremmo potuto incontrare l’ultimo dei moicani o Trent Reznor era fin troppo chiaro. Ci stava. Ma Cristian P. all’ingresso era troppo. Una palla gommosa con una pancia talmente grossa che la 24 ore che portava come marsupio scompariva. Dietro di lui Pinocchio Simone N. L’ho visto e mi son detta sarà ancora tirchio come quando non offriva un sorso di esta thè manco morto? Cattiva Barbara, le persone crescendo cambiano. Sarà sicuramente migliorato (vedi finale). Alla mia sinistra il mio vecchio amore dj Gabriele P., punito dal destino che gli ha assegnato quel fratello (ex di mia sorella con una spiccata coerenza nei gusti: lo lasciammo con lo z3 e lo ritroviamo con la marea), una moglie hippie (che gli fa mangiare solo cibi che hanno avuto al massimo due trasformazioni alimentari) e dei capelli con un’attaccatura libica. Stava davanti al gazebo succitato: pareva Gheddafi davanti alla tenda beduina.
Mentre la vedo scrivere faccio questo pensiero: una donna costretta in un ambiente spesso confonde il meno peggio con l’amore. Noi non abbiamo fatto eccezione nelle estati dell’adolescenza. Superata l’empasse del “che cazzo ci diceva la testa” la buttiamo sul lato comico. Impietose e imperterrite cerchiamo la ragionevole conferma ai nostri cattivi discorsi, che non tarda ad arrivare quando si siede al nostro tavolo Cristian P. esordendo con “ho passato tempi peggiori, lo sapevi che la ragazza mi ha lasciato la mattina che ci avevano montato il camino tre mesi prima del matrimonio?”
Il racconto era accorato, depressioni, malesseri, notti insonni, lei che cade nell’alcolismo e alla fine una luce irradia i suoi occhi nel momento in cui spiega come ne è uscito…. con la nobile arte del viaggiare. Sì, vacanze! Bello bello bello. Dove? In brasile. Ambè. Mentre ridevo tanto da creparmi la pelle si materializza davanti a me Buffon Gaetano P. E mo son cazzi, mi dico. Il tipo indossava pantaloncini boxeur bianchi e maglietta del Festival di Woodstock. Ossignore. Ad averci avuto la maglietta dello Sziget ce la giocavamo. Era lì con tutta la famiglia, compagna e figlie, fratello, cognata, nipoti, madre e padre. Il padre si aggirava per la gente con la radio in mano per ascoltare le partite. Ma passi lui, passi la radio, ma l’antenna della radio allungata tutto l’allungabile gli conferiva il fascino del protagonista del video Nuvole rapide. Ve lo giuro.
Non saprei se definire quanto sto per scrivere erratacorrige o precisazioni necessarie e indefettibili. Comunque. Di lei sapevano assolutamente tutto, erano rimasti indietro solo sul fatto che ora urina ben 7 volte al giorno e non più 6. Di me avevano perso un po’ le tracce. Quando comunico che mi sono appena lasciata dal mio decennale fidanzamento Cristian P. mi stringe la mano come la Madonna al Cristo morente e mi consiglia di viaggiare. Nel frattempo si avvicina il povero Gae, non resiste al cuore e comincia a fare il coglione. Barbara gli dice che eravamo calati in un discorso pregno di afflato. Lui non capisce l’aggettivazione e mi dice che non avrei dovuto lasciarlo se mi tradiva perchè oggi il 99% delle persone tradiscono e dunque non è più un discrimine. Arriva il dolce a provvigione, cannolo siciliano io e crostata di frutta lei. Il cannolo di siciliano aveva solo l’ambizione, la crostata di frutta fresca pure.
Stavamo per abbandonare il convivio quando si avvicina il signor Nuvole rapide. Dopo i convenevoli, fatti a tutto volume della sua radio, recita il suo discorsone “M’è toccato de smette de gi a caccia che me moriva de smaniosi n’cane ogni du anni e m’ero rotto i coglioni de trovamme sempre dappiedi alla santa croce. L’sè c’ho fatto, ho detto basta e gl’ho ardato la licenza. Poi dalla questura m’onno archiamato pel porto d’armi che eva scaduto, s’ò gito a fa la visita ma l’certificato n’giva bene come l’evon fatto e siccome n’volevo fa n’altra visita gl’ho detto arpijate tutto e n’voglio sapenne niente”. Credevo di aver visto tutto per questa sera ma un’atroce scoperta mi aspettava dietro all’angolo. Il karaoke locale. Ingurgito la pillola e ci incamminiamo sulla strada del ritorno.
Simone N. vive nella villa di Dallas de noaltri e fa il bagno nel deposito di Paperon de Paperoni. Evidentemente tutto ciò non è un deterrente alla sua spiccata tirchiaggine. Racconta di aver visto mia sorella in inverno alla Virgin, palestra che lui frequenta assiduamente senza miglioramenti visibili ad occhio femminile umano. Colmo dei colmi, ha sospeso l’abbonamento per il mese di agosto perchè non voleva perdere nemmeno una parte della quota… però si allontana a bordo del Mercedes più grande ed alto che io abbia mai visto tanto che sono portata a credere che per guidare quella macchina il coglione abbia dovuto prendere la patente C.
Bella Carolì, o Ba direi che non è andata male. Sono le due di notte e stiamo ridendo. E son bei momenti.